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Control

Regia di Anton Corbijn vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Control

di kaosentus
8 stelle

Il film biografico è, a mio parere, una delle più difficili tipologie di film da realizzare. Diversi sono infatti i problemi che un regista e il suo staff devono affrontare per tirare su un prodotto quanto meno dignitoso: primi fra tutti, la veridicità dei fatti narrati e l'obiettività nel raccontarli. Ma ben più ostico è un altro problema, ovvero soddisfare il pubblico, che sia appassionato o meno del soggetto trattato.

 

Parlando di Control, film del 2007 basato sull'autobiografia di Deborah Woodruff Curtis, " Touching from a Distance" e diretto dal fotografo Anton Corbijn sulla vita del 'poeta maledetto' Ian Curtis, cantante e frontman dei Joy Division, si può dire che su quest'ultimo punto il regista abbia fallito (basti vedere la votazione su questo sito: 6.9), perlomeno stando alle recensioni prevalentemente negative che io ho letto prima di scrivere la mia. Se infatti i fatti narrati sono praticamente quelli veramente accaduti, gli spettatori hanno accusato Corbijn di aver fallito nella caratterizzazione del protagonista e nella messa in scena dei momenti-chiave della sua vita. Ha fallito per molti, non per me però. Una regia stratosferica, l'utilizzo intelligentissimo del bianco e nero (chi ascolta in maniera costante i Joy Division credo non si sia mai immaginato il gruppo a colori) che ben rispecchia l'oscurità dei testi di Curtis e del sound post-punk dell'intera band, le interpretazioni mai sopra le righe (ottima la scelta di Sam Riley, checchè se ne dica è perfettamente a suo agio nei panni del cantante di Macclesfield) e l'alternarsi di scene sui palchi e scene riguardanti i momenti più significativi della vita di Ian ne fanno un ottimo film biografico, che solo chi non conosce o non apprezza i Joy Division può ritenere "il ritratto di un ragazzo depresso, epilettico e impreparato al matrimonio". Solo chi non conosce appieno l'importanza storico-musicale della band, solo chi non ha mai letto le liriche a metà tra Lou Reed e Jim Morrison di Curtis può vedere nel film la solita storia di un ragazzino frustrato e incapace che non riesce a dare un controllo alle sue emozioni e ai suoi impulsi.

 

Molto probabilmente siamo così sommersi da film che narrano storie di questo tipo che la maggior parte di noi non riesce a distinguere quelli che lo fanno in modo sconsiderato da quelli che lo fanno in maniera artistica. Corbijn confeziona un prodotto artistico, ogni inquadratura denota il suo amore per la vicenda narrata e una tra le colonne sonore migliori di sempre (oltre ai brani dei Joy Division, sono presenti anche brani dei Buzzcocks, di Bowie, di Iggy Pop e dei New Order, la band che nascerà dalle ceneri dei JD e scriverà altre pagine non tanto importanti ma certamente belle della storia della New Wave) chiude il cerchio di una pellicola che solo i veri conoscitori del gruppo, di Ian Curtis e di ciò che ha rappresentato per tutta la musica successiva possono apprezzare fino in fondo, ma che non per questo deve essere contestata o sminuita in quanto prodotto artistico.

 

P.S. È la mia prima recensione, e sono fiero di averla scritta su un film che tratta di un personaggio tanto illustre. Una recensione spontanea, venuta dal cuore, che tenta di aprire gli occhi ai tanti che hanno contestato il film non apprezzando la vena poetica di Corbijn e della sua pellicola, colpevoli forse di analizzare un film biografico come un qualsiasi western o sci-fi.

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