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Disastro a Hollywood

Regia di Barry Levinson vedi scheda film

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La recensione su Disastro a Hollywood

di mc 5
6 stelle

Non è la prima volta che Hollywood prende in giro sè stessa (pensiamo solo a Blake Edwards, ma gli esempi sarebbero molteplici). Non è per niente una novità, dunque, il soggetto di questo film. Poi bisogna vedere questa satira in quale direzione si colloca e in quale chiave viene impostata. Se vuole graffiare o solo blandire. Se vuole far masticare amaro o solo far sorridere. Possiamo affermare che di umorismo feroce sullo star system hollywoodiano (forse con la sola eccezione di "Hollywood party") non se ne è mai visto molto in giro. E questo film non fa eccezione, fermo restando che secondo me il film è comunque interessante, piacevole, intrigante proprio nel suo voler evidenziare le nevrosi, le fibrillazioni e uno sconfinato campionario di ossessioni che sono di casa fra coloro che stanno davanti e dietro la facciata dello show business hollywoodiano. Del resto, penso che ci siano due modi di giudicare questa pellicola. E il criterio discriminante è quello di valutare il livello di efficacia corrosiva della satira che vi viene rappresentata. Certo, il film va a scavare proprio fra i detriti di certi personaggi affetti da manìe demenziali, e lo fa bene, dando l'impressione di farlo senza inibizioni. Infatti ampia è la galleria di questi "freaks" eleganti e miliardari ma col cervello da pezzenti. Vediamo dunque un regista viziatissimo e pieno di tic (è praticamente un armadietto ambulante di ansiolitici!), dotato di tutte le sfumature che un personaggio di questo tipo "deve" avere, a partire dalle movenze ostentatamente effeminate. Poi c'è una produttrice esecutiva (interpretata da una affascinante e sempre più brava Catherine Keener) che viene rappresentata proprio come ci immaginiamo sia nella realtà un personaggio del genere: glaciale, finta, acida, spietata. Sean Penn, che interpreta sè stesso, appare solo in pochissime sequenze, mentre molto più spazio è riservato a Bruce Willis (anche lui, ovviamente, fa sè stesso) il quale mette irresistibilmente in scena i vezzi estremi e il senso d'onnipotenza che diventano parte integrante della personalità di chi è ricco e famoso a Hollywood. Da segnalare poi i fantastici Stanley Tucci e John Turturro nel ruolo di due agenti uno più stressato dell'altro...già perchè poi c'è tutto il sottobosco degli agenti, fra i quali troviamo di tutto, dai puttanieri ai semplici sfigati. In mezzo a tutta questa colorita fauna, si muove, con qualche difficoltà, il produttore Ben, un Robert De Niro sornione e, sembra di capire, piuttosto a suo agio in questo ruolo di chi osserva con occhio estremamente disincantato questo mondo di pazzi furiosi. Oltre allo stess da lavoro, si aggiunge per Ben un suo faticosissimo tentativo di ricucire il rapporto con la moglie da cui è separato (una bellissima Robin Wright Penn) ma che non ha mai smesso d'amare. Il film ci mostra tutta l'ipocrisia di un intero sistema, tutta la fragilità di persone all'apparenza fichissime e brillanti, ma poi però basta un piccolo imprevisto e vanno fuori di testa. Gli attori sono uno più bravo dell'altro e danno l'impressione di essersi divertiti a scavare dentro il proprio stesso ambiente, così da rendere simpaticamente (o antipaticamente...) molto verosimili tutti i personaggi, nessuno escluso. Tutti in parte, a cominciare da uno spaesato (ma per esigenze di copione!) Bob De Niro. A proposito di quest'ultimo, vorrei dire che, se da una parte è innegabile che un pò bollito lo è, e fatica spesso a trovare i ruoli giusti, apparendo ultimamente vagamente sbiadito, bisogna però riconoscere che in questo film se la cava benissimo. Inoltre dobbiamo anche considerare il fattore anagrafico, nel senso che l'età comincia a farsi sentire. E comunque ciò che merita grande rispetto è (attraverso quella sua creatura che è il Tribeca Film Festival) la sua volontà di farsi promotore del buon cinema. Quella del "Tribeca" è stata un'idea tutta sua, e mi piace pensare che in questa impresa l'abbia guidato una sincera passione per l'Arte del Cinema. Con un simile stuolo d'attori, Barry Levinson difficilmente poteva sbagliare, avendo potuto contare su un cast all'insegna dell'eccellenza. Ad alcuni nomi ho già accennato, ma li vorrei elencare tutti quanti uno di fila all'altro, giusto per rendere l'idea della grandezza del cast: Robert De Niro, Sean Penn, Bruce Willis, Stanley Tucci, John Turturro, Catherine Keener, Robin Wright Peen, Kristen Stewart. All'inizio di questa recensione, accennavo ad un duplice modo di valutare il film, in relazione al grado di "cattiveria" che ognuno di noi vi può individuare. Ho praticamente speso tutto lo spazio a mia disposizione per incensare il regista, il cast, e la godibilità del film...eppure, c'è qualcosa che non quadra, quel "qualcosa" che mi ha fatto uscire dalla sala consapevole di aver visto un film stimolante, sì, ma che non ha raggiunto il suo scopo. Cioè non ha saputo cogliere un'occasione per DEMOLIRE una certa mitologia di Hollywood, limitandosi a blandirla con sarcasmo. Un conto è mettere in vetrina beffardamente le manìe degli addetti ai lavori, altra cosa è ATTACCARLE. Ma sarebbe stato un altro film. Insomma, se il mio giudizio complessivo sul film è positivo, tecnicamente intendo, lo è molto meno sul piano concettuale. Forse a Levinson è mancata l'onestà intellettuale per "osare" di più. E allora, invece di affrontare il tema con coraggio e spirito polemico, ha preferito far sorridere. Il che può essere sufficiente. Ma anche no.
Voto: 6 e 1/2

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