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Sweeney Todd. Il diabolico barbiere di Fleet Street

Regia di Tim Burton vedi scheda film

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La recensione su Sweeney Todd. Il diabolico barbiere di Fleet Street

di scapigliato
8 stelle

La nuova gothic-opera di Tim Burton è diversa da tutte le precedenti, che a loro volta sono diverse tra di loro. Il regista ha il pregio di saper usare tutti i colori del “nero”. Questo suo Sweeney Todd potrebbe ben essere Edward Mani di Forbice vent’anni dopo (17 per la precisione). Freak non per scelta, rifiutato e calpestato dalla gente per bene, patologico, cadaverico, allacciato inverosimilmente e irreversibilmente con la morte, il funerario, il macabro ed il cimiteriale, Sweeney Todd, ovvero il diabolico barbiere di Fleet Street, così come l’Edward del primo matrimonio tra Depp e Burton, è l’espressione gotica, nera, “altra”, dell’antagonismo poetico che è, a conti fatti, la cifra stilistica e poetica di Tim Burton. L’asse che unisce Edward, Ed Wood, Ichabod Crane, Willy Wonka, Victor Van Dort e Sweeney Todd è l’asse spiazzante dell’elemento impazzito, diverso, fuori cognizione, inclassificato nei parametri del mondo cosidetto normale. É anche un po’ politico questo asse, perchè rintraccia nel dissenso fisico, carnale, sociale, la contestazione dell’uomo moderno davanti agli orrori del sistema omologato. E se prima l’orrore era interno, ed esterno perchè sprigionato dall’estetica dei suoi personaggi, oggi l’orrore di Tim Burton coinvolge tutti. Questo non vuol dire che da qui in avanti il “bardo del gotico” non intenzionerà altro, ma semplicemente che a quasi ventanni dal sodalizio con l’attore che meglio ha espresso il suo gioco cadaverico nei confronti dell’apatica società classista di oggi come di ieri, Burton ha deciso di sterzare verso un pessimismo cosmico che intacca la vita di chiunque, in ogni angolo del mondo come in ogni epoca.
Questa sua versione cinematografica del musical di Sondheim gioca con il musical, ma non cede al ricatto del musical. Non vedrete coreografie da Broadway, balletti esagerati, balleri e cantanti che cantano con quell’odioso sorriso da buonista, bensì dialoghi cantati, attori statici o impegnati non in qualche inutile volteggio ma a tagliare gole, a preparare pasticci di carne o a sedurre laidi le belle fanciulle (grande Alan Rickman, of course Sir!). Un musical sì, ma non un vero musical in senso stretto. La centralità del cantato non rovina l’attenzione alla recitazione e al dialogato: il cantato è centrale, ma non prepotente. In più, l’animo “animation” di Tim Burton lo porta nuovamente a confrontarsi con il fumetto, con la rappresentazione visiva di un mondo “disegnato”, disegnato dentro la sua immaginazione. Atmosfere squisitamente “nere” da cui i giovani registi di horror dovrebbere imparare. E poi lui, Johnny Depp: l’attore che tutti vorremmo essere, se non fosse che è meglio avercene solo uno, ma gigantesco, imprevedibile, che pur continuando una sua personale galleria di tipi assenti da questo mondo e amanti dell’alterità fisica, patologica e mentale, non riesce a risultare patetico e ripetitivo. Non ci riesce. Forse ci prova, insiste con tutte le sue forze per essere uguale sputato ai suoi ruoli di sempre, ma la classe che lo distingue gli permette invece di rapportarsi con i suoi nuovi personaggi in moduli e in toni completamente differenti. Onore a Tim Burton per saper sempre dipingere con antagonismo il mondo usando tutti i colori del “nero”; onore a Johnny Depp che a conti fatti è l’attore più mimetico del nuovo millennio, tant’è che è inseparabile immaginificamente dai suoi personaggi (una volta lo erano stati solo Lon Chaney, Bela Lugosi, forse Vincent Price); onore quindi alla coppia Burton-Depp che insieme fa sempre fuoco e fiamme regalandoci sempre delle favole bellissime, intrise di magia e di stupore, spiazzamento. Favole sì, ma per adulti. Adulti che tornano infantili, e rivedono così i piaceri e i dispiaceri della vita mutati di segno e di convenzione, un po’ come se fossero ancora ragazzini.

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