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Il petroliere

Regia di Paul Thomas Anderson vedi scheda film

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La recensione su Il petroliere

di steno79
10 stelle

VOTO 10/10  Film epico sulle origini del capitalismo americano, all'insegna di una dismisura quasi wellesiana, conferma in Anderson uno dei migliori registi del cinema contemporaneo, dopo le prove già ottime di Boogie nights e Magnolia. Ispirato ad una parte del romanzo "Oil" dello scrittore socialista Upton Sinclair, il film segue le vicende di Daniel Plainview, uno spietato arrampicatore sociale che, grazie alla sua società di trivellazioni, raggiunge una considerevole agiatezza e potenza economica in una regione della California ricca di giacimenti petroliferi. Divenuto un "pezzo grosso", si propone come guida economica e morale della comunità locale, ma dovrà scontrarsi con un predicatore alquanto esaltato che ne smaschererà la sostanziale cupidigia e meschinità, che porterà Daniel a restare sempre più solo in mezzo alle sue enormi ricchezze.
Si avverte qualche eco di "Quarto potere" a livello tematico, nel titanismo sfrenato del protagonista, e in fondo lo stesso regista Anderson è un novello Orson Welles, avendo diretto a soli 29 anni una pellicola della complessità e della qualità di Magnolia. Tuttavia, è proprio con questo "There will be blood" (titolo infinitamente più suggestivo della traduzione italiana) che Anderson ci offre il suo vero capolavoro e uno dei film più notevoli degli ultimi anni. La ricerca affannosa dell'oro nero e il fanatismo intollerante del predicatore evangelico sono una metafora per parlare dell'America contemporanea, dei suoi conflitti interni, della dicotomia insanabile fra i valori della Famiglia e della Pace rappresentati dalla Religione e lo sfrenato materialismo e la sete di ricchezza a cui i rappresentanti del potere politico, economico e religioso finiscono per soccombere. Un'amara parabola in cui non c'è traccia di moralismo, una lezione di storia americana recente in cui si trovano molti riferimenti per comprendere le origini di tanti problemi che affliggono la società odierna; ma anche un film di forte rigore stilistico e di indubbio fascino figurativo nella fotografia di Robert Elswit, giustamente premiata con l'Oscar (splendidamente valorizzato il paesaggio californiano, con i terreni agricoli che diventano sempre più cosparsi di pozzi petroliferi). Le scene iniziali, girate senza dialoghi e commentate dalle musiche dissonanti di Johnny Greenwood dei Radiohead, sono state paragonate per la loro originalità al prologo con le scimmie chiamato "L'alba dell'uomo" in "2001odissea nello spazio" di Stanley Kubrick; Anderson dimostra la stessa audacia registica, la stessa generosità e, al contempo, il notevole controllo su tutti gli aspetti tecnici ed espressivi del film, consentitogli dalla sua qualifica di "autore" e non di semplice mestierante. Ed è anche un grande direttore di attori, capace già nei film precedenti di ottenere prestazioni memorabili dai suoi interpreti; qui dirige un Daniel Day-Lewis di fosca potenza e di biblica risonanza, grandioso nella febbrile gestualità e nell'eloquio mutuato dal John Huston di "Chinatown" (la versione doppiata non gli rende giustizia). E' un film di taglio più classico rispetto alle precedenti opere corali, con una trama relativamente scarna, ma un approfondimento psicologico dei personaggi che garantisce il costante coinvolgimento dello spettatore. In America, modesto successo di pubblico con soli 40 milioni di dollari guadagnati, ma accoglienze generalmente entusiastiche da parte della critica; agli Oscar è stato battuto da Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen.

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