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Mongol

Regia di Sergei Bodrov vedi scheda film

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La recensione su Mongol

di ROTOTOM
4 stelle

Nel 1200 Gengis Khan riunì tutte le tribù mongole allo sbando sotto un unico vessillo, dando loro l’identità di un popolo vero guidato con fermezza e condotto alla conquista dell’Asia intera. Questo bene o male si sa, per quanto la vita del condottiero sia più riferibile ad una leggenda tramandata di generazione in generazione e il cui ricordo ad ogni passaggio si sia sbiadito per giungere fino a noi, meri occidentali dimentichi, nell’anemica figura confusa dal tempo, oralmente descritta come terribile, onomatopeicamente ritrovabile nei detti popolari come sinonimo di grande forza distruttrice e gelida spietatezza. “Ma chi sei, Gengis Khan?”. Sergej Bodrov padre, poiché esiste sul mercato cinematografico russo anche un Sergej Bodrov Jr., restituisce ai contorni smagriti del conquistatore mongolo la memoria che merita, riportando allo status di uomo il Khan di tutti i mongoli, ricercando nella prima parte della sua vita le motivazioni che lo portarono a crearsi uno dei più grandi imperi che la storia dell’uomo conosca. Si conosce così Temudhzin, il futuro Khan, bambino quando un vile tradimento lo lascia orfano del padre e continuamente soggetto ad imboscate dei suoi nemici che in lui vedono un futuro concorrente all’ascesa verso la gloria. Vorrebbe essere un romanzo di formazione, Mongol, quella di un bambino destinato dal fato a grandi cose; vorrebbe essere uno spaccato storico in cui all’intreccio principale faccia da contorno la fedele ricostruzione storica in grado di dare profondità e credibilità alla storia; vorrebbe essere un action in cui i combattimenti tra eserciti rappresentino la parte spettacolare e commercialmente attraente; vorrebbe essere una storia d’amore pura e scoccata attraverso il tempo come qualcosa di eterno e assoluto; vorrebbe essere un po’ trattato new age introspettivo nelle lunghe inquadrature a campo lunghissimo sulle silenziose praterie della mongolia. Vorrebbe essere tantissime cose, questo film, poiché tante sono le anime che potrebbero dare una chiave di lettura alla vicenda. Il difetto sta proprio qua, Mongol è tutto e nulla, il romanzo di formazione si perde in una lunga e pedante prima parte che funge da eterno prologo alla maturità, tra fughe e riacciuffamenti, qualche spruzzata di morale mongola e una risolutiva elaborazione della fobia dei tuoni della quale pare, ci viene detto un mare di volte, soffrano tutti i mongoli. Gli usi e costumi, la cultura mongola, le dinamiche delle tribù hanno una valenza puramente didascalica e funzionale alla storia, senza alcun approfondimento. Il rapporto con la divinità è rappresentata da una scena di spiazzante surrealismo in cui il personaggio prega davanti ad un teschio e un lupo lo guarda da dietro una roccia. La parte relativa ai combattimenti è la più deludente, trattati in maldestra computer grafica nelle scene collettive, quelle individuali sono caratterizzati da una estetizzante e incongruente messa in scena coreografica che ricorda i combattimenti fantasy del Signore degli Anelli, con tanto di ralenty e schizzi di sangue in primo piano, estetica che si distacca dal registro classico con il quale è girato l’intero film e che non contribuisce affatto ad acuirne la drammaticità, piuttosto a spostare la sospensione dell’incredulità dello spettatore dalla storia di popoli in lotta tra loro, alla fascinazione del gesto fine a sé stesso creando confusione di stile, quando non addirittura fastidio. La storia d’amore, fulcro centrale di tutte le pulsioni che muovono le azioni del protagonista è dipinta tra i paesaggi mongoli, fotografati sempre in luce naturale e quindi estremamente suggestivi ma da essi non riesce a trarne l’empatia per rendersi immortale. Lei è bellissima, depilata e nonostante la dura vita agreste della steppa arida e avara di frutti, con le mani fresche di manicure. Difetti, particolari che smascherano l’inganno, Gengis Khan catturato per l’ennesima volta viene da lei liberato dopo anni di prigionia in una minuscola cella e la scena d’amore che ne consegue, dietro una tenda rossa con ombre cinesi e gemiti assortiti è quanto di più improbabile e banalmente estetico fine a sé stesso si possa concepire. Purtroppo, manca il manico, come si suol dire. Manca l’emozione, un momento clou. Il piatto scorrere delle immagini con i tempi e la messa in scena di una fiction televisiva o di una ricostruzione documentaristica di un Piero Angela in missione Asiatica, con tanto di voce off, ridondante e superflua, toglie emozione. Non c’è nulla di epico, non c’è un carattere approfondito, non c’è il coraggio di togliere il superfluo e affrontare il tema spaccandolo in due e mostrando ciò che c’è dentro. Un prodotto innocuo, una voglia annacquata di blockbuster pensante, un vorrei ma non posso senza stile né anima che non rende onore alla grande tradizione dei cineasti russi, non rende onore alla figura mitologica di Gengis Khan e alla sua impresa. Solo un plauso, benchè sconcertato alla delirante track finale sui titoli di coda: un metal-mongolo con tanto di riff di chitarra misti a suoni gutturali da fare rabbrividire, unica emozione di un film totalmente sbagliato.

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