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Il treno per il Darjeeling

Regia di Wes Anderson vedi scheda film

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La recensione su Il treno per il Darjeeling

di scandoniano
7 stelle

Tre  fratelli newyorchesi si danno appuntamento per un viaggio in treno, in India, con l’intento di cercare la madre, diventata una sorta di missionaria nel Darjeeling. Durante il viaggio le vicissitudini porteranno Francis, Peter e Jack a cementare il loro derelitto rapporto e ad appianare le inevitabili diversità.

 

 

È un Wes Anderson intimista quello de “Il treno per il Darjeeling”, quinto lungometraggio in carriera. Il trittico di fratelli (interpretati dal feticcio Owen Wilson, dal bravissimo Adrien Brody e dal sorprendete Jason Schwartzman) fagocita l’interesse, tra incomprensioni ataviche, un presente più che incerto ed un misticismo solo sfiorato. I tre protagonisti inscenano un road movie nell’India più profonda e vera, che Anderson dipinge con un mix di grottesco e dramma. Colpisce il surrealismo non tanto nella narrazione, quanto nella caratterizzazione dei protagonisti stessi, tutti alle prese con situazioni complicate (Francis cerca le radici fuggendo dall’altra parte del mondo, Peter scappa da un figlio in arrivo, Jack prova ad esorcizzare le difficoltà della vita nei suoi scritti inconsapevolmente autobiografici). 

 

 

La tematica del rapporto familiare ritorna dopo “I Tenenbaum”, ma qui è esclusiva e lascia sullo sfondo gli altri temi cari al regista. Le personalità dei Whitman esplodono progressivamente: i tre fratelli sono tanto diversi (e la metafora delle calzature agli antipodi ne è una metafora evidente), ma tutti sono costretti a fare i conti col presente, dando vita ad un dramma che è anche sociale, dato che i tre sono un infelice mix di inadeguatezza e puerilità.

La narrazione, sotto l’usuale velo di fondotinta, nasconde profonde pieghe di sceneggiatura che invitano alla riflessione e rendono il film trasversale, adatto per una volta sia a chi legge tra le righe della poetica del suo autore, sia a chi non vuole o non sa coglierne le sfumature, fermandosi al significato letterale e denotativo di quanto accade in scena.

 

 

Esteticamente il film è un trip onirico, con tanto di flashback, ralenti ed una fotografia sovraesposta che dona un tocco fumettistico al tutto. Gran merito alla scenografia, come al solito curata nel dettaglio nonostante la difficoltà di ambientare buona parte delle scene sul(l’immaginario) convoglio Darjeeling Limited, per cui gli arredamenti degli interni risultano credibili, addirittura peculiari. Stesso discorso per i costumi affidati alla fedele Milena Canonero ed impreziositi dall’opera dello stilista Marc Jacobs, che disegna la caratteristica linea dei bagagli griffati con le iniziali dei Whitman. Molto importante, e nemmeno qui siamo di fronte ad una novità, il valore della colonna sonora, con pezzi che vanno da “Clair de lune” di Debussy a “Play with fire” dei Rolling Stones, con cui spesso si sottolineano alcune scene chiave.

 

 

Un film indubbiamente “alla Anderson”, compresa la presenza dei fedeli Anjelica Houston, che interpreta una madre coraggiosa con gli estranei e pusillanime coi consangunei, nonché di Bill Murray in un curioso cameo in cui è un uomo d’affari, una figura interlocutoria ai margini delle vicende (lo vediamo solo nella scena iniziale e di sfuggita alla fine del film) che si potrebbe considerare come lo spirito guida dei ragazzi o addirittura la reincarnazione (siamo in India) del defunto papà Whitman. A proposito di camei, curioso l’utilizzo di Natalie Portman, che recita per soli 8 secondi, ma si rifà interpretando la protagonista del corto “Hotel Chevalier” che precede il film.

 

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