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Lo scafandro e la farfalla

Regia di Julian Schnabel vedi scheda film

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La recensione su Lo scafandro e la farfalla

di giancarlo visitilli
8 stelle

La radiografie, per vedere dal di dentro. La vita, la morte e l’immobilità. Ad appena il suo terzo film, il regista-pittore, Julian Schnabel, firma il suo capolavoro, tratto dal libro autobiografico di Jean-Dominique Bauby, Lo scafandro e la farfalla, giustamente premiato per la miglior regia al Festival di Cannes 2007.
Inevitabilmente Lo scafandro ci fa pensare a Mare dentro, ma Amenabar non aveva osato quanto Schnabel, che qui si eclissa nell’assoluto punto di vista di chi, dall’altra parte, non può più comunicare. Ma sentire e provare ancora a farcela, si. Così come fa Jean-Dominique Bauby, il caporedattore della rivista di moda “Elle”. Separato dalla moglie, dalla quale ha avuto due figli, Jean-Dominique convive con una donna di cui è innamorato. L’8 dicembre 1995, a poco più di quarant'anni, rimane vittima di un ictus che lo lascia completamente immobilizzato in un letto di ospedale. Incapace di parlare e di muoversi, Jean-Dominique può comunicare col mondo esterno solo sbattendo la palpebra sinistra. Inizialmente refrattario alla cure delle fisioterapiste che si occupano di lui, alla fine l’uomo riesce a reagire e decide di raccontare la sua esperienza in un libro. Inizia così a dettare i suoi pensieri ad un’assistente, una lettera alla volta, un battito di ciglia alla volta. Ogni battito di ciglia corrisponde ad un battito d’ali di farfalla. La scrittura che, come in un bozzolo, si fa larva e poi farfalla. Per volare e comunicare la bellezza al mondo.
Tutto si gioca sulla sorpresa del vedersi vivere, sulla memoria e l’immaginazione, attraverso una voce fuori campo che racconta un infinito monologo interiore, fatto di silenzi, sguardi (seppure sottecchi) e di assordanti silenzi.
Come potremo mai dimenticare la soggettiva iniziale con cui si apre il film e la cucitura della palpebra, che ci ottenebra e preclude qualsiasi sguardo sull’altrove? Semplicemente genio e poesia di un regista, unico per la sua visuale del mondo e delle sue cose, compresi gli umani. Disinteressato, anche nel caso di un film come questo, ai pietismi e ai piagnistei propri del genere. Quello che Schnabel propone non è uno sguardo alla malattia, ma dalla malattia. Utilizzando l’ottica anomala, le inquadrature sghembe, quadri atipici e vari disturbi alla visione, il regista offre una grande lezione di cinema, mostrandoci finanche le location. Una grande balconata diventa la Cinecittà da cui prendere spunto per film western, con tanto di villaggio tutto legno e sabbia, ma anche per film che raccontano la periferia, attraverso gli agglomerati di case popolari, o scegliere il mare, quale location naturale per affondare lo scafandro, compreso al suo interno, il contenuto. Tutto, fino alla fine si sfalda e decade. E’ un film decadente, al modo delle rocce che si sfaldano e si ricompongono, ma solo per chi è abituato con l’arte (del montaggio, della pittura, della scultura…) a montare e smontare. Il messaggio è chiaro: ciò che non è permesso alla natura è possibile all’arte. E di arte questo film è intriso, dal cast assolutamente perfetto, su tutti lo straordinario protagonista Mathieu Amalric; la colonna sonora, che vanta nomi quali Tom Waits, U2, Joe Strummer e Lou Reed, fino alla straordinaria fotografia dello spielberghiano Janusz Kaminski (vincitore del premio Oscar per Schindler’s list-La lista di Schindler e Salvate il soldato Ryan).
La voce di Charles Trenet, che canta La mer è struggente. Quanto il mare, che racchiude un’isola, sulla quale è presente un uomo che una volta era un grande giornalista. Ora, semplicemente un avanzo di vita, che fa di tutto per morire. Nonostante la condanna di chi si ostina a far si che la sua non-vita continui.
Giancarlo Visitilli

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