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Non è un paese per vecchi

Regia di Ethan Coen, Joel Coen vedi scheda film

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La recensione su Non è un paese per vecchi

di Genga009
10 stelle

Racconto spietato della più classica delle storie (e non favole) americane. Bardem assurdo!

Che storia vuoi che racconti l'America?

Violenza, sangue e denaro.

Sono sufficienti questi tre punti, elementi sostanziali su cui sviluppare una valida narrativa. 

Gli eventi possono essere i più disparati.

L'importante è che la Storia si dirami a partire da questi argomenti.

 

Sin dagli albori del cinema, e quindi dalla nascita del genere Western, violenza, sangue e denaro sono sempre stati i mezzi più indicati(vi) per descrivere come la società americana, la sua economia capitalista e la sua mentalità tanto pragmatica quanto (ri)vendicativa sono nate ed evolute col tempo. Da Ford a Peckinpah nel corso del XX secolo, Da Anderson ai fratelli Coen nel secolo corrente. Tante possono essere le riflessioni che emergono dal confronto di due film coetanei, entrambi dei capi d'opera: Il Petroliere e Non è un Paese per vecchi. Due lavori certamente differenti, che però riflettono gli stessi elementi, quelli sopra citati, quelli cardine del cinema Western. 

 

 

Un lungometraggio tanto semplice come trama quanto denso di contenuto. Denso quansi quanto la sua folgorante messinscena. Non è un Paese per vecchi nient'altro è che una corsa verso l'inevitabile, un inseguimento; uno scontro tra l'uomo americano ed il suo giustiziere. Llewelyn Moss è prima una vittima del caso, poi una vittima di se stesso, della sua ambizione (ossessione). Anton Chigurh, personaggio estremamente complesso - in assoluto uno dei migliori serial killer della storia del cinema - può rappresentare più figure, alcune formali, altre caotiche: un'ambizione (ossessione) più grande, un cosiddetto "agente del caos" [riprendendo per un secondo il Joker di Heath Ledger], un nichilista profondamente squilibrato - ma per niente psicolabile: perdita improvvisa e inconscia di autocontrollo - oppure un giustiziere cosiddetto divino; ciò che nei versi recitati da Saluel L. Jackson in Pulp Fiction, riducendone le chiavi di lettura ad una sola, quella più confortante, viene definito come l'assoluto portatore di vita e di morte, colui che ha nelle proprie mani il controllo delle realtà e delle volontà altrui.

 

 

 

 

Credo che il personaggio di Javier Bardem - Premio Oscar per una volta su cento meritatissimo - sia un concentrato di tutti gli aspetti che ho cercato di attriburgli. Sicuramente il suo metro di giudizio è affidato al caso - "testa o croce?" (che è il fattore per cui, secondo me, l'antagonista de Il Cavaliere Oscuro è caratterizzato anche con alcuni ritagli di Chigurh) - , ma la sua pazzia è il gelo che emana dagli occhi, l'insensibilità della sua carne e l'inarrestabile ferocia dei suoi raptus: come la sua arma, Chigurh è aria compressa, ferma, immobile e pronta a colpire in maniera letale ad una velocità impareggiabile. E' invisibile ed imprevedibile.

Il paragone con "Ezechiele 25-17..." diventa rilevante quando, durante il dialogo pre-finale che Bardem ha con Kelly Macdonald, viene discussa brevemente la questione sul "libero arbitrio". In questa scena, che per me è la più importante del film, ogni logica lascia il posto ad un'ironia perfetta sull'esistenza. In questo modo, senza essere un film filosofico, Non e un Paese per vecchi lo diventa a dieci minuti dal magnifico finale, che castra volutamente la narrazione con lo scopo di creare nella mente dello spettatore un'orizzonte per i sopravvissuti dell'opera.

 

Questo lo chiamo genio! Che esso appartenga a McCarthy o ai fratelli Coen non mi interessa. 

 

 

Chi ha futuro?

Il vecchio sceriffo Ed Tom Bell, incapace oramai di riconoscersi nel ruolo di "protettore della legge"? (Sempre che abbia senso utilizzare i termini "legalità", "umanità" e "benevolenza" come concetti relazionabili l'uno all'altro in un mondo che non ha più alcun freno, o ragione, o ragione d'esistere!)

Oppure un ente che è la negazione stessa dei valori umani, che non attende nulla e che segue la sorte?

Meglio non rispondere...

 

Che dire sugli aspetti tecnici... un meraviglioso, impeccabile lavoro di regia, montaggio e fotografia. Questo lungometraggio è sia un Western che un Thriller, che si sposta da Peckinpah a Hitchcock in una maniera impressionante. Certe profondità di campo rimandano alla bellezza di Fargo, con sabbia anziché neve. La quasi perenne staticità della macchina da presa crea, sia in esterne che in interne, veri e propri quadri in cui ogni elemento è inserito lì dove deve stare. Le scene nel motel, quasi quasi il "Bates Motel" oserei chiamare, sono straordinarie.

Davvero grande cinema!

Una regia veramente pulita in ogni sequenza. L'unica cosa pulita in mezzo a tanta polvere e tanto sangue. Tranne le scarpe di Chigurh. Quelle sono sempre limpide e lustrate.

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