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Salvador ­ 26 anni contro

Regia di Manuel Huerga vedi scheda film

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La recensione su Salvador ­ 26 anni contro

di lostraniero
8 stelle

Magari ogni generazione ha avuto tra i suoi ‘film del cuore’ un’opera che tra le quattro – alte, fredde e tormentate – mura di una prigione dipanava il suo racconto per immagini ed emozioni.

Da “Un condannato a morte è fuggito” fino ad arrivare a “Cesare deve morire” (e passando dall’indimenticabile Paul Newman di “Nick mano fredda” all’Eastwood-icona della famosa fuga da Alcatraz, dall’agire ‘liberale’ di Robert Redford in “Brubaker” all’ingegnosa vendetta morale di “Le ali della libertà”, e così sia fino al poco conosciuto ma bellissimo “Bronson” di quel pazzo di Nicolas Winding Refn), ogni nonno, ogni padre, ogni zio, ogni figlio ed ogni nipote che sia ancora degno di starsene su questa pagina a leggere ed a sbirciare, ha uno di questi capolavori nel cuoricino. Detto ciò, lasciamo che ci si imbatta in quel ‘monstre’ che è la gattabuia, animale tentacolare che tutto occulta e tutto – paradossalmente – ci svela.

Vedendo questo film del regista spagnolo Manuel Huerga, viene dritta filata in mente una nota canzone del maestro De Andrè. Quella in cui si narra di come si morì a stento, tutti noi insomma, ingoiando l'ultima voce mentre al vento si scalciava; e ti credo! Forse perché sfumava via la luce e c’erano bava ed ànsimo sulla bocca. Oramai. E questo accostamento non appaia grossolano e banale, perché – oltre spinto dalla comune militanza nell’anarchia internazionalista sia del nostro cantautore che del protagonista di questo film – è dettato dalla volontà di lettura critica, piantata ferma sui passaggi corali di quella magnifica canzone che è la “Ballata degli impiccati”. Che poi, alla fine della fiera, decidete voi se ci sta bene o meno.

L’esecuzione di Salvador Puig Antich, avvenuta una fredda mattina di marzo del 1974, è stata una parentesi epocale per la generazione che lottava contro il ‘riflusso’ del ‘grande sogno giovanile’. Gli anni ’60 erano finiti nel peggiore dei modi, ed il nuovo decennio si apriva con una crisi mondiale dietro l’altra. E col timore che la risacca della storia avrebbe portato via, tutto ciò che le onde tumultuose della contestazione lasciavano ancora dondolare sulla riva del mondo. In Spagna dominava la dittatura di Francisco Franco, la sua politica di chiusura (benedetta silenziosamente da mezzo Occidente) e le stanze della tortura della sua polizia segreta. ‘Metge’, questo il nome di battaglia del giovane catalano, con la sua tragica vicenda politica ed umana, per molti decenni è stato avvicinato ad altri simboli della lotta all’oppressione dei sistemi organizzati; sicuramente a Jan Palach (martire a Praga nel ’68; cfr. il fenomenale ritratto regalatoci dalla regista Agnieszka Holland in “Burning bush”) o a Bobby Sands (immolato suicida per inedia nel carcere di Long Kesh, nel 1981; cfr. il mai troppo lodato “Hunger” di Steve McQueen).

Tre film che riscrivono il ‘dramma mostrato’ dell’opposizione al potere (l’idea di disvelamento nell’occultamento di corpi e di ragioni, di cui dicevo prima), seguendo tre direttrici diverse. Per noi – oramai in balìa della poesia del cantante genovese –, incastonati in tre strofe della nostra sussùnta ballata. Il film della Holland che richiama ai tentennamenti, alla forza d’animo ed alle ritrosie che velano la necessità di far diventare una lotta privata lotta condivisa (“La donna che celò in un sorriso / il disagio di darci memoria / ritrovi ogni notte sul viso / un insulto del tempo e una scoria”); la più recente fatica di McQueen che, dietro ed oltre la spietata ricostruzione dell’annullamento psicofisico di un ‘guerriero’ (processo che giunge quasi ad un livello di insostenibilità visiva, per il povero spettatore!), condensa una riflessione altissima sul concetto di sacrificio e di peso personale della scelta (“Chi la terra ci sparse sull’ossa / e riprese tranquillo il cammino / giunga anch’egli stravolto alla fossa / con la nebbia del primo mattino”). Infine, questo “Salvador, 26 anni contro”; un’opera che spezza i suoi 120 e passa minuti di spettacolo in due tronconi espressivi. Una prima parte, molto all’americana, con repentine girandole di inquadrature, incroci di flashback e di micro-rotture del ritmo narrativo, ed una seconda – molto più emozionante – che invece cuce addosso al disperato tentativo di evitare la morte, una sorta di nènia surreale e patetica. “Chi derise la nostra sconfitta / e l’estrema vergogna ed il modo / soffocato da identica stretta / impari a conoscere il nodo”, contrappunta l’inarrivabile menestrello.

Bye bye, darling… Goodbye…

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