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Nobody Knows

Regia di Hirokazu Koreeda vedi scheda film

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La recensione su Nobody Knows

di Peppe Comune
8 stelle

Kyoko (Ayu Kitaura) è una donna che ha avuto quattro figli da quattro uomini diversi, due maschi e due femmine. La loro nascita non è stata mai registrata e per evitare che gli vengano portati via li tiene nascosti in casa, senza neanche mandarli a scuola. Kyoko dimostra di volere molto bene ai figli, di avere con loro un rapporto complice ed allegro, cosa che li fa scherzare senza remore sull’identità dei rispettivi padri, sulla possibilità di dargli un altro fratellino con un altro uomo. Ma è costretta a lasciarli spesso da soli per lavoro, raccomandandogli di non farsi vedere da nessuno. Solo Akira (Yuya Yagira) può uscire fuori casa, è a lui che è il più grande che la madre ha affidato il compito di badare ai fratelli in sua assenza. Così, a soli tredici anni, Akira deve preoccuparsi di gestire i soldi lasciatigli dalla madre, fare la spesa e organizzare la vita domestica. Stando sempre attendo a tenere nascosta l’identità delle due sorelle e del fratellino.  Ma i giorni in cui Kyoko manca da casa diventano tanti e la situazione diventa sempre più difficile da gestire. Si arriva al punto che dalla madre riceve solo qualche lettera fugace con la quale viene esortato a tenere duro perché solo su di lui lei può contare veramente.

 

 

Momoko Shimizu, Ayu Kitaura, Yuya Yagira, Hiei Kimura

Nobody Knows (2004): Momoko Shimizu, Ayu Kitaura, Yuya Yagira, Hiei Kimura

    

“Nobody Knows”di Hirokazu Kooreda (liberamente ispirato ad una storia vera) è un film che sceglie di adottare come angolo di visuale il punto di vista di chi è costretto a subire l’irresponsabilità e l’indifferenza del mondo degli adulti. Se ne ricava una storia ben raccontata, tenera e riflessiva insieme, con una regia che fa emergere chiara l’adesione emotiva per le sorti dei piccoli protagonisti. Al centro del film c’è la figura esile di Akira, un tredicenne costretto a crescere troppo in fretta che affronta la vita con coraggio e senza piagnistei, godendo di tutta la libertà che possiede ben sapendo che essa gli costa la rinuncia agli anni spensierati della fanciullezza.

Al cospetto dei film di Hirokazu Kooreda spesso si sprecano paragoni con il cinema di Yasujiro Ozu. Credo che una pertinenza ci possa stare in questo tipo di osservazione, al di là del modo superficiale con cui talvolta viene fatta. Perché, se è vero che Ozu è un autore talmente onnicomprensivo e seminale nell’economia della storia del Cinema (non solo giapponese) da poterne scorgere gli echi poetici in ogni autore che predilige una messinscena sobria ed intimista, più attaccata alle vite dei personaggi che ai "voli" stilistici, è altrettanto vero che dal maestro Kooreda riprende l’attitudine marcata a fare di interni domestici l’oggetto indagatore della macchina da presa. Parlare del cinema di Yasujiro Ozu significa confrontarsi con un autore che ha dimostrato molta maestria nel tratteggiare le caratteristiche del Giappone pur rimanendo con l’obiettivo sulle vite ordinarie dei suoi personaggi, di riflettere il senso autentico del tempo che scorre pur privilegiando molto le inquadrature fisse ad “altezza tatami”. Si prendano due film come “Viaggio a Tokyo” e “Il gusto del saké”, a fare da sfondo silente allo scorrere routinante delle giornate è sempre il Giappone del secondo dopoguerra, un paese attraversato da profondi e mutevoli cambiamenti genetici.

Il cinema di Hirokazu Kooreda ha, invece, un respiro meno ampio perché più incline a concentrarsi sulla sola evoluzione caratteriale dei suoi personaggi, meno attratto dalla dialettica che può intercorrere tra le loro vite e il ruolo che il sistema sociale può avere su di esse. Sono storie che quasi sempre ruotano intorno a delle relazioni familiari più o meno solide e ai temi della perdita e del lutto, raccontate miscelando amarezza e sottile ironia, impronta umanista e leggerezza del tocco.

Tutti ingredienti presenti in “Nobody Knows”, il cui sviluppo narrativo investe molto sulla carica emotiva presente in tanti piccoli gesti, dal loro risultare significativi senza mostrarsi in maniera eclatante, dal saper evocare precarietà sentimentale anche quando si esprimono col solo linguaggio del corpo. Tra le diverse sequenze animate da gesti (anche) minuti che bastano da soli ad evocare possibili interpretazioni narrative, ritengo che ce ne siano un paio degne di essere messe particolarmente in evidenza. La prima arriva a culmine di un periodo di tempo in cui Akira ha trascurato un po’ la casa perché intento a passare le giornate con un gruppo di ragazzi che invita anche a casa per giocare insieme (e non più coi fratelli quindi) ai video-games. Ad un certo punto si vede la mano della sorellina più piccola stringere forte quella di Akira, un gesto tanto semplice e istintivo quanto rivelatore della paura di essere trattati con superficialità anche dal fratello più grande, di essere messi ancora una volta dietro altre cose da fare. Un gesto che sta li a reclamare una presenza più costante e meno distratta, ad esprimere l’urgenza di rimanere uniti, di non essere lasciati soli oltre il necessario. Tranne Akira, a cui è stato affidato l’onere di badare ai più piccoli, gli altri tre esistono solo in quanto uniti dal legame materno e perché tutti insieme vivono come un gioco questo doversi nascondere da occhi indiscreti. Anche se piccoli, capiscono molto bene che la complicità solidale che li tiene uniti è l’unica cosa che hanno per rimanere felici nonostante tutto. Come sanno che il venir meno di questa gioiosa armonia filiale è quanto basta per far emergere in tutta la sua gravità etica e sociale la loro particolare condizione esistenziale : che loro non esistono per il mondo di fuori, che nessuno saprebbe niente se a qualcuno di loro capitasse di scomparire definitivamente.

La seconda vive di più momenti distinti perché si lega alla maglietta che indossa Akira che, ad un certo punto del film, è sempre la stessa e si fa sempre più sgualcita. I buchi aumentano progressivamente e ogni nuovo buco sulla maglietta da la misura del grado di povertà raggiunto, del peso ormai insopportabile del vivere senza che degli adulti si prendano cura di loro. Quei buchi è come se coprissero evidenti ellissi narrative, perché ci informano che i soldi lasciati dalla madre sono finiti e che i giorni da cui lei manca da casa sono diventati ingiustificatamente tanti. Quella maglietta che si riempie di buchi gioca di sponda con i tentativi di Akira di usare ogni espediente pur di racimolare qualche soldo e con i cattivi odori che iniziano ad impossessarsi della casa. Diventa lo specchio di un’armonia messa in pericolo, di una degradazione in atto, di una fanciullezza spazzata via. Quella maglietta veste di stanchezza il corpo smunto di Akira, investito di una responsabilità troppo grande da una madre irresponsabile.

Ecco, il cinema di Hirokazu Kooreda è sempre attraversato da questa sobrietà di stile, da questo palesarsi in maniera elegante attraverso la forza evocatrice di tanti piccoli gesti. Da questo procedere lento e deciso dentro gli scenari tumultuosi che la vita può apparecchiare. Non sarà certo la copia conforme del maestro Yasujiro Ozu, ma un suo rispettabile epigono. Gran bel film di uno degli autori più importanti del cinema giapponese.

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