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L'ultimo inquisitore

Regia di Milos Forman vedi scheda film

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La recensione su L'ultimo inquisitore

di Bebert
8 stelle

Critica e pubblico si sono rivelati alquanto disorientati nel giudicare quest’opera del regista ceco Miloš Forman, autore di film molto amati come “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e “Amadeus”. Senza tralasciare paragoni che vengono spontanei, credo che ogni opera vada valutata per ciò che è e credo che “L’ultimo inquisitore” sia un film ammirevole nel riprodurre un momento storico molto complesso, in cui appaiono problematiche affatto attuali: fanatismo religioso e superstizione, imposizione della “Ragione” illuminista e contraddizioni insite nella fredda logica al servizio del Potere.

 

Una dichiarazione di Forman, ci aiuta a capire: “ Per me non è un film storico. Io sono stato testimone di ogni cosa del film nel corso della mia vita, successo alle persone tra le quali vivevo. Io ricordo il regime Nazista e il regime Comunista. Ero là. Lo stimolo originale a fare questo film fu quando ancora giovane ragazzino nella Cecoslovacchia degli anni cinquanta lessi un libro riguardante l'Inquisizione spagnola. Non potevo credere che stavo leggendo di qualcosa che stava accadendo esattamente nel medesimo modo tutto intorno a me. (...) Non mi considero un artista politico, ma sono consapevole di una cosa: qualsiasi storia che tu racconti, dato che stai trattando la vita delle persone, tu tocchi sempre la politica. In arte qualsiasi cosa tu faccia è politico.”

 

I “fantasmi di Goya” sono le angosce di chi sta lì e non può veramente far altro che qualche tentativo di rilevare e descrivere circostanze drammatiche. E’ inutile tentare altro, sfidare i poteri forti equivale ad annientarsi con le proprie mani. Anche se il regista, in un’altra spiegazione afferma che “Da ciò che noi sappiamo di lui, Goya fu molto attento a non inimicarsi nessuno, ad essere in buoni rapporti con tutti. Ma nella sua opera, egli fu tanto audace e oltraggioso quanto qualsiasi altro artista. Nessuno vide I Disastri della Guerra fino a circa 30 anni dopo la sua morte, e i suoi famosi Dipinti Neri, per i quali tutti quanti ai giorni nostri giustamente perdiamo la testa perché furono veramente i primi quadri moderni, non furono dipinti per una visione pubblica. Io definisco Goya il più coraggioso codardo nell'arte.”

 

Avrebbe potuto fare di più? Non possiamo saperlo, ma quello che vide, riprodusse dipingendo. Ed è il massacro della Giustizia, che poi Forman traduce nel film: quegli uomini e donne straziati e torturati, quelle espressioni deformate dalla sofferenza e dal dolore sono ricalcate nella pellicola e i sentimenti del geniale pittore spagnolo ritornano autentici due secoli più tardi. E non fu l’unico geniale artista a tenere per sé parte della propria opera: basti ricordare William Turner, che dipinse nudi giudicati scandalosi e bruciati dal suo assiduo sostenitore Jhon Ruskin…

 

La trama è romanzata: nel 1792 Francisco José de Goya y Lucientes (1746 – 1828) (Stellan Skarsgård) è il pittore di corte dei regnanti spagnoli e ritrae Maria Luisa di Borbone-Parma (Blanca Portillo) e Carlo IV (Randy Quaid). Tuttavia accetta anche altre commissioni e ritrae l'inquisitore Lorenzo Casamares (Javier Bardem) e Inés Bilbatúa (Natalie Portman), giovane e bella figlia d’un facoltoso mercante. Il Tribunale dell’Inquisizione ha già osservato alcune incisioni di Goya e vi ravvisa un allentamento del potere esercitato dalla Chiesa, ciò in contrasto con la consueta repressione d’ogni comportamento ritenuto pericoloso per il controllo del popolo. Frate Lorenzo, avido di potere, si offre d’intensificare l’opera di repressione. Inés è una delle prime vittime e viene reclusa e torturata col supplizio della “corda” per farle ammettere d’essere giudea. I familiari cercano di far intercedere Goya per ottenere la liberazione.

 

La vicenda, iniziata nel 1792, si protrae fino all’invasione degli eserciti napoleonici nel 1808, che vorrebbero estendere i propri ideali in terra spagnola. Ma ben sappiamo che nonostante la soppressione dell’Inquisizione ed altre riforme, ci furono violenze, razzie e massacri, in nome della Democrazia: le condizioni del popolo spagnolo certo non migliorarono, né gli spagnoli accettarono d’essere sottomessi. Se la Ragione è quella d’imporre il potere con la ghigliottina, c’è da chiedersi quale possa essere la differenza tra autorità, in ogni modo imposte con la violenza. In nome della Scienza nascono gli ospedali psichiatrici: luoghi spaventosi in cui altre violenze, altri soprusi si sono consumati fino a tempi recenti. La malattia mentale, Forman lo ricorda bene, è messa al bando, espulsa dalla società dal “sapere-potere” che cerca di organizzare una forma di controllo generale con studi accurati dei luoghi di detenzione, carceri comprese. Il modello è il Panopticon di Bentham: strumento ideale per “vedere senza essere visti”. E ancora, la pena di morte è giustizia in nome della Ragione? Credo che a tutt’oggi la pena capitale esista perché “il sonno della ragione genera mostri”.

 

Goya ce lo ricorda, con un’incisione celebre; eppure ad un certo punto del film è insultato, è “una puttana”, perché lavora per i potenti di turno: i regnanti spagnoli, i francesi, gli inglesi del duca di Wellington, che restaurano la monarchia. Goya è sordo e questa invalidità è interpretabile come simbolo di chi non vuole sentire. Ma vede, il pittore e dipinge capolavori in ogni ambiente, anche il più condizionante: è la capacità dei sommi artisti e cioè quella di sfuggire ad ogni confine, anzi, proprio i limiti sono la motivazione per produrre l’arte, quella vera. Il regista, il suo co-sceneggiatore Jean-Claude Carriére (che lavorò per Buñuel e lo stesso Forman) e gli altri collaboratori ai costumi, fotografia, trucco, costumi, ecc. ci consegnano immagini e situazioni col filtro degli occhi del pittore, scorgiamo inquadrature analoghe a dipinti e la medesima luce. Questo potrebbe essere, al tempo stesso, il limite ed il pregio: si tratta di scegliere e comunque un certo rigore filologico è indiscutibile.

 

Per concludere, resta il dubbio se “Goya’s Gosts”, nel giungere a noi come opera rigorosamente documentata, come omaggio all’arte di Goya, come vicenda anche di finzione, sia capace di far breccia nelle coscienze e ricordarci che questi antichi avvenimenti sono storia: ma la storia si ripete e l’accusa alle violenze della Chiesa o dello Stato vorrebbero avvertirci che qui ed ora può accadere ancora, anzi accade e rammentiamo che ci fu chi proclamò << che le forze militari statunitensi "sarebbero state salutate come liberatrici" in Iraq, che gli iracheni avrebbero gettato fiori ai piedi dei soldati. Virtualmente la medesima frase appare ne L'ultimo inquisitore, pronunciata da Napoleone Bonaparte alle sue truppe mentre si preparano ad invadere la Spagna. >> (M. Forman).

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