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In memoria di me

Regia di Saverio Costanzo vedi scheda film

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giancarlo visitilli

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La recensione su In memoria di me

di giancarlo visitilli
8 stelle

“E’ una falsa libertà”. “Non ho rinunciato a niente”. Il contrario di quello che significa letteralmente “vocazione”, termine per il quale il dizionario De Mauro dice: “chiamata da parte di Dio ad abbracciare la vita religiosa, sacerdotale, apostolica: vocazione alla vita monastica, al sacerdozio, all'attività missionaria. Inclinazione, propensione naturale verso una professione, un'arte, un genere di studi, un modo di vita e sim.”
Non si tratta, certamente, della stessa “chiamata” di Andrea, un giovane novizio, in un grande convento di gesuiti. La sua è una ricerca, innanzitutto di sé, ma come lui, numerosi altri uomini brancolano in cerca di una direzione per la propria vita, mentre son costretti a fare i conti con le rigide regole del luogo che li ospita e tanto volute dal fondatore dell’Ordine, sant’Ignazio di Loyola.
Ancora una volta ci meraviglia il fatto che un regista italiano possa, per la seconda volta dopo il meraviglioso Private, distinguersi rispetto a ciò che si filma, produce e consuma nel nostro bene-amato Paese. Ancor di più la meraviglia, se si pensa anche ad una certa figliolanza di cui è vittima o carnefice il regista. Infatti, anche questo secondo lungometraggio di Saverio Costanzo è bello, ancorchè interessante. E’ evidente che egli abbia amato e fatti propri film come L’ora di religione e Il grande silenzio di Philip Groening; se del primo vi si ritrova il tormento, dal secondo attinge l’estasi del silenzio. Costanzo parte sì da un libro autobiografico di Furio Monicelli, ma coniuga suoni (finanche i Valzer di Strauss) e interminabili silenzi, la luce (accecante dei corridoi) e il buio (del refettorio, delle celle), la vita e la morte, ponendo in evidenza l’abisso fra lo spirituale e un mondo che è apparentemente “a posto” (la città chiassosa in lontananza, vista attraverso una finestra). Il richiamo alla vita fuori dal convento è forte tentazione per tutti coloro che vivono all’interno di mura che sembrano ciclopiche, non tanto per la loro consistenza, quanto per i segreti e le contraddizioni che riescono a contenere al loro interno.
Bravo Costanzo, Saverio, ci teniamo a ribadire, visto che nel linguaggio comune e festaiolo, tale cognome subito può rimandare ad altro. Bravo perché In memoria di me, dall’inizio alla fine, nessuno sa nulla della vita privata di alcuno dei protagonisti. Si tratta, perciò di un film di pura trama, laddove è evidente la scelta registica di raccontare senza spiegare, lasciando allo spettatore dubbi atroci: chi e perché si trovi in infermeria, e per quale malattia? Che n’è del rapporto tra Zanna e Fausto: si tratta di un amore omosessuale, di amicizia spirituale?
Come se fosse attratto da tutto ciò che è privato, intimo e nascosto, anche in questo film, lo sguardo del regista è interiore: in Private la casa, in In memoria di me c’è il convento; lì le regole militari, in questo le regole monacali, che non sono poi così tanto dissimili fra loro. Quindi, tutto funziona alla regola nel film, merito di una sceneggiatura simile ad un trattato teologico.
I novizi-attori di cui sia avvale Costanzo sono eccellenti, da Christo Jivkov, attore bulgaro, al tedesco Andre Hennicke, nelle vesti dell’odiato-amato padre superiore, compresi gli italiani che val la pena di menzionare, Filippo Timi e Marco Baliani.
A prescindere dalle scelte che ogni novizio, alla fine o alla metà della storia farà, quel che maggiormente interessa è che il perpetuarsi della memoria a cui fa riferimento il titolo del film, non è tanto a quello che volle più di duemila anni fa Cristo, istituendo l’Eucaristia, quanto quello che si afferma nel film, pronunciato, tra l’altro da un uomo di Dio: “Non stiamo salvando il mondo, lo stiamo solo replicando”. Si tratta forse della nuova missione, affidata a credenti e non credenti?
Giancarlo Visitilli

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