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Flags of Our Fathers

Regia di Clint Eastwood vedi scheda film

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giancarlo visitilli

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La recensione su Flags of Our Fathers

di giancarlo visitilli
8 stelle

“Una foto può farci vincere o perdere una guerra”. Clint Eastwood, grande conoscitore della storia, la sua personale ne conta settantasei di anni, ancora una volta lascia il segno, per mezzo di uno straordinario film che annovera anche una semplice foto come un’ipotetica potente “arma di distruzione di massa”. A misura di come gli americani se le inventano di tutte.
Infatti, Flags of our fathers, ispirato al romanzo di James Bradley (figlio di Johno uno dei protagonisti reali della storia) e Ron Powers, prodotto da Steven Spielberg, è, innanzitutto, la scomposizione formale e radicale di quella che è considerata tutt’oggi un’icona, la foto di Joe Rosenthal.
Che finalmente il popolo americano cominci a risvegliarsi dal torpore politico dell’amministrazione Bush, è un dato di fatto, merito anche di registi come Eastwood, capaci di riscrivere la storia, per mezzo del cinema, senza far alcun utilizzo di quel revisionismo storico all’italiana, che ci contraddistingue come popolo italiano.
Il regista californiano prende come pretesto un evento bellico, la battaglia di Iwo Jima, per raccontare di un momento storico, identico a quello che stiamo vivendo tutti attualmente, durante il quale il popolo statunitense iniziava a nutrire dubbi e sconforto per le conseguenze del conflitto. Il film di Eastwood racconta questa storia, come si svolse davvero. Il narratore è James Bradley, figlio di Doc, che ha scritto il libro che ispira il film. Emerge una verità inattesa, quasi grottesca: la foto è un falso. Succede che la bandiera viene issata dai soldati, lassù, visibilissima da tutti, con applausi generali e sirene spiegate delle navi ormeggiate. Succede che un politico voglia assolutamente quella bandiera come propaganda, e che il capitano della compagnia che ha versato sangue per salire lassù, voglia tenersela. E dunque la fa sostituire. Viene così issata la nuova “falsa” bandiera col fotografo che riprende l’evento. I tre tornano a casa, vengono ricevuti dal presidente Truman e iniziano un giro di raccolta di fondi per la guerra. Il più fragile è l’indiano, sempre ubriaco e pieno di rimorsi, proprio non si sente un eroe, ma solo un sopravissuto fortunato. Nel loro tour i ragazzi sono costretti a performances umilianti, come quando devono ripetere l’azione della bandiera in uno stadio su una collina di cartapesta.
Per mezzo di flashback, strutturati su tre diversi piani temporali, Flags of Our Fathers è una sorta di riflessione su come addirittura la casualità di uno scatto fotografico possa essere strumentalizzato come un mezzo attraverso il quale veicolare l’epicità e l’eroicità di uno sforzo bellico. Cosa ci sia di eroico e di straordinario, poi, in una guerra, Eastwood lo lascia capire allo spettatore, elencando, però tutta una serie di contraddizioni che caratterizzano ancora la vita politica degli Stati Uniti e delle potenze a lei alleate in guerra (compresa la ‘pacifica’ Italia): alcuna sofferenza reale (e non a botta di medaglie o onori al merito) per le persone coinvolte nella guerra, utilizzate come carne da macello; il razzismo onnipresente e mai debellato nella cultura occidentale; i cosiddetti “eroi di guerra” acclamati tali da chi detiene la macchina dei bottoni, ma basta un nulla perché siano abbandonati nell’oblio degli archivi di stato, esaurito il loro ruolo propagandistico.
Ma Flags of Our Fathers, specie nella seconda parte, diviene un film in cui l’intimità di un americano speciale come Clint Eastwood riaffiora, riportandoci alle stesse tematiche degli ultimi suoi film (Mystic river, Million dollar baby): la vecchiaia, questa volta non raggiunta e non goduta da tutti coloro che, giovanissimi, muoiono sui campi di battaglia e la paternità di chi vorrebbe gridare il desiderio di pace, pur di salvare altre vite umane. Chissà se Eastwood avrà modo di riguardarsi altre foto storiche, molto simili a quelle di Iwo Jima: da quella di piazza Tiennamen dell’89, a quella della statua decaduta di Saddam del 2003, insieme a qualcuna del 2006. Se volesse continuare il vero racconto della storia, utilizzando gli stessi colori denaturati di Flags, ne ricaveremmo un cinema dell’etica della violenza, contrapposto a quello realmente violento, a cui ogni giorno ci sottopongono i nostri belligeranti governanti.
Giancarlo Visitilli

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