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Giardini in autunno

Regia di Otar Ioseliani vedi scheda film

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La recensione su Giardini in autunno

di spopola
8 stelle

Iosseliani ci regala con “Giardini in autunno” un’altra pellicola “anarcoide” e provocatoria, l’inappuntabile e iconoclasta rappresentazione di uno “status e di una società”, realizzata senza presunzioni moraleggianti da comizio, e proprio per questo particolarmente incisiva, grazie al consueto, disincantato e corrosivo “tocco” che lo contraddistingue, caratteristica costante e peculiare, assolutamente inconfondibile, del suo modo di intendere (e fare) cinema, che utilizza la “modalità della leggerezza” (solo apparente) per sollecitare la “riflessione critica” dello spettatore senza rinunciare al sarcasmo pungente e irriverente che diverte e appassiona mantenendo però attiva la coscienza del giudizio. Anche questa volta il regista, anziché procedere rispettando le consequenzialità temporali di una narrazione di stampo tradizionale, preferisce “sfiorare” soltanto i personaggi e le storie per “farci scrutare l’abisso”, proseguendo sulla strada della evidenziazione “amplificata” di isolati ma significativi segmenti “episodici” che mostrano momenti (e situazioni) anche staccati fra loro (quasi enucleati dal contesto) ma indicativi e determinanti per “disegnare” la progressione psicologica del “cambiamento” e delle contraddizioni (un procedimento questo certamente personale ma che si avvicina molto - o si ricollega - al sulfureo surrealismo Bunueliano del fecondo periodo “terminale” della sua carriera, attraversato però da “echi” sotterranei ma tangibili che riportano alla memoria il ricordo del cinema di Renè Clair). In sintesi quindi, la “strategia” geniale e vincente di un poeta delle immagini che “crede” fermamente nei propri valori prioritari che intende difendere a spada tratta dagli “spaesamenti” del conformismo strisciante che vorrebbero invece inglobarli ed “annullarli” attraverso l’esaltazione di impossibili – e inadeguati – differenti modelli di vita e che si riconferma grazie a questa sua ultima, esaltante fatica, fra i pochissimi “autori” viventi davvero degni di questo nome, un “raccontatore” magari un po’ goliardico, ma in possesso di una rara vena creativa esaltata da una singolare personalità “solitaria”, riservata ma giocosa, totalmente allergica al vittimismo persecutorio che spesso diventa mortificante in operazioni demistificanti analoghe a questa, ma incapaci di “prendere” le dovute distanze critiche dalla materia trattata, un “inventore” dotato di una qualità molto rara, quella di possedere una apertura mentale acuta e intelligente davvero inconsueta, che fortunatamente lo rende immune dal pericolo di imprudenti “cedimenti intellettuali” per tentare di seguire “convenienze alla moda” magari molto più remunerative sotto il profilo economico, e lo colloca per questa sua “verginità assoluta”, fuori da ogni schema precostituito (quasi refrattario alla omologazione, direi) e capace proprio in virtù di questa sua totale e inattaccabile coerenza, di raggiungere quasi sempre (e “Giardini in autunno” ne è l’ennesima dimostrazione) risultati che rasentano il sublime. Con questa pellicola, il regista allarga notevolmente il suo consueto orizzonte, uscendo dallo stretto universo che caratterizzava molte delle sue precedenti fatiche, con le quali sembrava volersi limitare ad analizzare settori molto più segmentati, come per esempio quello familiare nel precedente “Addio terraferma”. Ed ecco che allora lo sguardo irrisorio e inesorabile dell’autore si fa ancora più “cattivo” e si conferma capace di una visione più aperta e complessa, acquisendo una “virulenza” insolita che gli consente di stigmatizzare con implacabile precisione analitica, la struttura più vasta e variegata della società contemporanea che ci circonda e i “valori” non esemplari che la regolano (quella francese nella fattispecie) mettendo alla berlina la stupida convenzionalità della politica e dell’avidità umana che la sorreggono e la alimentano, attraverso l’amplificazioni di “tic” e nevrosi, rappresentati con una buona dose di “amoralità”, “introducendoci” alla sua maniera, “dentro” la vita di Vincent (un eccellente ed appropriato Séverin Blanchet), ministro corroso dal meccanismo del potere, ambizioso, conforme e vacuo che, spodestato dal rivale Thèodière e “abbandonato” per più convenienti approdi persino dall’amante, si accorgerà, dopo aver firmato a malincuore le dimissioni, di quanto fosse stato devastante per la sua esistenza il suo arrivismo rampante che aveva priorizzato le sue “necessità”, così da rendersi finalmente conto di che cosa aveva davvero significato la sua ambizione smodata in termini di perdite personali. Dopo aver assaporato il piacere di una improbabile “vendetta”, riscoprirà così gradualmente il valore delle amicizie disinteressate, il piacere dell’ospitalità, l’appagamento giocoso del “darsi agli altri”, la bellezza della musica, attraverso un percorso che lo porterà a ritrovare la “gioia di vivere” e a riappropriarsi dei valori semplici ed elementari – ma fondamentali – dell’esistenza, i soli capaci di “arricchire” e rendere positivo anche l’inevitabile declino “fisico” - ma non mentale - di quella inarrestabile “stagione autunnale” che - se vissuta con appropriata consapevolezza - sarà in grado di ripristinare il recupero della propria essenza umana e delle priorità “istintuali” come la spensieratezza “disponibile” e altruista, che riconducono alla lontana età della giovinezza (la così detta età dell’innocenza). Una parabola dai toni tenui ma non per questo meno corrosivi, che restituisce in pieno il senso del piacere consapevole derivante dalla genuinità non artefatta e spontanea dei veri rapporti interpersonali, fatti di scappatelle amorose e ubriacature pantagrueliche, ma è al contempo, e per contrappunto, particolarmente “feroce” nel contestare ancora con beffardo umorismo – ci mancherebbe!! – le mostruosità del potere e delle sue classi egemoni che hanno fatto progressivamente dimenticare e disperdere questi valori. Attorno al protagonista, una miriade di personaggi tratteggiati in punta di penna, un campionario esemplare di figurine “sfaccettate” cesellate con gusto e precisione che rendono completo il quadro in un crescendo irresistibile di situazioni paradossali e gustosissime fra litigi e riappacificazioni, “scopate” e controsensi, che rappresentano “il sale” e il piacere della vitalità ritrovata, una galleria di “facce” che lascia il segno della qualità, resa indimenticabile da “attori” capaci di restituire l’essenza della materia con caratterizzazioni argute e variegate, fra i quali dovremo almeno citare (nella impossibilità di fare l’elenco analitico di tutti i numerosi e “talentosi” interpreti) lo stesso Iosseliani come Arnauld e – soprattutto - un irresistibile e irriconoscibile Michel Piccoli nel ruolo en travesti della madre, (che non fa assolutamente rimpiange l’assenza di Narda Blanchet quasi sempre impegnata per questo tipo di ruoli nelle precedenti opere del regista) che restituisce una improbabile astrazione gustosa e graffiante al personaggio.

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