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Inferno

Regia di Dario Argento vedi scheda film

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La recensione su Inferno

di Antisistema
8 stelle

Alla fine degli anni 70' il cinema di Dario Argento era al suo Zenith, se in Italia il suo cinema veniva trattato con sufficienza dalla critica, all'estero invece l'accoglienza era nettamente più positiva, senza dimenticare il successo di pubblico sempre più travolgente delle sue opere, che aveva toccato l'apice con Suspiria (1977), primo esplicito horror del regista e al tempo stesso il suo successo internazionale più grande. Il regista anche per sfruttare a livello monetario la fama di Suspiria, annuncia di avere in mente altre due pellicole riguardanti le altre due madri dopo aver trattato Mater Suspiriorum; precisamente Mater Tenebrarum e Mater Lacrimarum, ampliando così la mitologia delle streghe appena accennata in Suspiria e che invece in Inferno assume un disegno preciso con una costruzione storica alle spalle.
Così Dario Argento prosegue con la sua parentesi horror con Inferno (1980), un horror originale, avulso dalle vie intraprese dal genere all'epoca e molto sui generis, dedicato alla figura di Mater Tenebrarum (Veronica Lazar), la più crudele delle tre, la cui dimora è situata nei sotterranei di un vecchio albergo di New York, nei quali si avventura la giovane poetessa Rose Elliot (Irene Miracle), la quale a seguito della lettura di un libro intitolato "Le Tre Madri", invia una lettera al fratello Mark (Leigh McCloskey), studente di musica a Roma, chiedendogli di tornare, poichè è giunta a dedurre la presenza di una delle tre streghe nei sotterranei dell'albergo in cui soggiorna, sulla base dei tre indizi carpiti durante la lettura del libro. Il cinema di Argento non ha mai prediletto sceneggiature solide o costruzioni narrative coerenti sin dai suoi primi thriller, con l'approdo all'horror i plot si sono fatti più labili ed Inferno più di tutti gli altri suoi lavori del suo periodo migliore (che finisce con Phenomena nel 1985), ha una narrazione che non nasconde in alcun modo la sua natura di labile traccia sulla quale il regista innesta e costruisce un serie di idee visive, le quali fungono da vero e proprio fulcro interpretativo dell'opera, approccio che ha fatto si che Inferno sino ad oggi godesse di una cattiva fama, forse perchè in molti non hanno mai compreso che il fulcro del cinema argentiano non è mai stata la costruzione narrativa, da sempre ondivaga e con dei buchi o forzature di sceneggiatura, ma una spiegazione visiva che da sola bastava a rendere credibile tutte le vicende avvenute in precedenza, anche se poi a successive revisioni, a livello di scrittura non è che tornasse tutto; l'immagine sopra ogni altra cosa quindi, tale concetto in Inferno è moltiplicato per 100 estendendosi in tutto l'arco della sua durata, giocando su una narrazione totalmente anarchica, colma di simbolismi e sequenze criptiche. E' difficile per una mente razionale lasciarsi andare al flusso di immagini delle immagini allucinate che scorre perpetuo, ma Inferno poggia su un'irrazionalità cercata quanto voluta dal regista sin dalle prime scene, durante le quali a Rose cascano le chiavi (che hanno inciso il simbolo della salamadra, associato al fuoco della propria camera in una pozza sotterranea piena d'acqua la cui superficie è illuminata di un verde intenso (simbolo del male), decidendo di immergersi in essa nel tentativo di recuperarle, facendo però scattare una sorta di sintonia tra le chiavi e quello che sembra un vecchio appartamento di cui vediamo aprirsi improvvisamente una porta da cui fuoriesce il male puro, consentendo in tal modo a Mater Tenebrarum di scatenare i suoi terribili poteri, facendo piombare il mondo in un incubo surreale dove la logica dei rapporti causa-effetto e della sensatezza dei comportamenti dei personaggi soccombe all'assurdo, in un delirio sempre più surreale dove la razionalità viene squarciata di netto da un incubo eterno, perchè il mondo è molto più misterioso ed imprevedibile, rispetto alle certezze precostituite dall'essere umano in cui vorrebbe limitarlo, negando con una certa presunzione ogni credenza soprannaturale.

 

scena

Inferno (1980): scena


Partendo da una storia co-scritta insieme a Daria Nicolodi (ma stranamente non accreditata), in cui confluiscono varie suggestioni esoteriche, riti alchemici, criptici simbolismi e mitologia stregonesca, Inferno si segnala per la collaborazione con il maestro Mario Bava, infatti quest'ultimo è curatore degli effetti visivi del film e di parte del finale (non venendo accreditato), portando ad un incontro riuscito tra l'atmosfera urbana tipica delle opere argentiane con quelle gotico-fantastiche baviane, coadiuvando tramite la sua consulenza il direttore della fotografia Romano Albani, che immerge il film in un'atmosfera da incubo allucinato tramite l'uso di colori iper-saturi mutuati dal precedente Suspiria, ma venendo ancor di più accentuati nell'intensità, tramite dei blu che avvolgono i personaggi come una sorta di liquido amniotico in apparenza rassicurante, ma in realtà dai macabri risvolti venendo improvvisamente squarciato dai rossi intrisi di violenza e sadismo morboso, dai gialli ricolmi di terrore e dal verde simbolo di un male irrazionale.
Assurdo che si riscontra ulteriormente nella scenografia della biblioteca antica romana e sopratutto dell'albergo di New York, dallo stile fortemente espressionista con chiari riferimenti pop e liberty, la cui struttura architettonica sembra possedere caratteristiche organiche, come se fosse un'emanazione vivente di Mater Tenebrarum, capace così di poter tenere sempre tutto sotto il proprio controllo, arrivando anche ad alterarne la struttura a suo piacimento per condurre le proprie ignare vittime dove vuole, per poi ucciderle nei modi più terribili.
Le scene di omicidio in Inferno sono precedute da una lunghissima sequenza preparatoria, che dapprima traghetta la vittima (a volte anche fisicamente come il tassista a Roma) poco a poco in una realtà sempre assurda, per poi compiere l'atto omicida a cui assistiamo spesso tramite la soggettiva non dell'assassino, ma delle sue vittime, che vengono eliminate nei modi più violenti possibili, sfociando anche in scene di macabro puro con dei topi che divorano vivo un uomo; lo shock irrazionale assume connotati surreali con richiami al Cane Andaluso di Bunuel (1928), tramite i simboli della Luna come occhio irrazionale sul mondo e gli insetti sulla mano di Mark a New York, vere e proprie scene allucinogene di stampo onirico, che toccano l'apice nel suggestivo scambio di sguardi nell'aula universitaria a Roma tra Mark e la seducente Mater Lacrimarum, che confonde e intorpidisce la mente dell'uomo con la sua bellezza irreale, come la Roma in cui si aggira la sua compagna di corso Sara (Eleonora Giorgi), che letta la lettera di Rose indirizzata al fratello, tenterà di venire a capo del mistero riguardante le tre madri, la cui presenza anche nel numero sembra ricorrere sin dall'antichità, potendo essere associate alle tre Moire della mitologia greca che tessevano il filo, simbolo del controllo del fato di ogni uomo per poi reciderlo segnandone di fatto la morte. Inferno è pura astrazione narrativa, quanto assurdo ed allucinato nell'estetica, che rende credibili anche i personaggi che popolano l'albergo e dintorni, per lo più repellenti (Kazanian) o disturbati (la contessa Elise interpretata da Daria Nicolodi), ma giustificati dall'atmosfera di assurdo che ha preso il sopravvento nell'opera dopo l'apertura della porta sott'acqua, che sembra aver dato libero sfogo al male celato dietro di essa, consentendo di portare l'inferno sulla Terra tramite l'uso di un orrore molto fisico che saggiamente penetra in territori metafisici solo nelle battute finali, giungendo ad un finale sospeso tipico della filmografia argentiana, il quale però nella sua non risolutezza di fondo, risulta angosciante e decisamente superiore a quello di Suspiria, perchè si ha la sensazione di aver varcato i cancelli di un mondo che doveva continuare ad essere celato, una chiusura che in realtà ha il sapore di inizio. La pura anarchia visiva di Inferno, combinata con degli attori dalla recitazione abbastanza mediocre (tranne Alida Valli nel ruolo della portinaia, lei sempre grande) e delle musiche di Emerson lontane dalle sonorità di quelle dei Goblin, hanno fatto si che pellicola così particolare non poteva che risultare divisiva all'epoca per la critica ed il pubblico come lo è tutt'oggi, quindi da recepire in base alla propria personale sensibilità, ma Inferno è uno di quei casi in cui il risultato è nettamente superiore alla somma delle singole parti, quindi per questo deve essere collocato tra i vertici della filmografia di Dario Argento insieme agli altri tre pilatri L'Uccello dalle Piume di Cristallo (1970), Profondo Rosso (1975) e Suspiria (1977), poichè dopo Inferno il cinema argentiano comincerà a perdere originalità e freschezza sino al tracollo definitivo con l'inizio degli anni 90'.

 

scena

Inferno (1980): scena

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