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Illuminazione

Regia di Krzysztof Zanussi vedi scheda film

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La recensione su Illuminazione

di spopola
8 stelle

Praticamente il trionfatore indiscusso e assoluto del Festival di Locarno del 1973 (vinse infatti all’unanimità  i tre premi più importanti assegnati dalle giurie internazionali chiamate a giudicare le opere presentate in quella rassegna:  il Pardo d’oro di quella ufficiale, il premio Fipreci assegnato dalla giuria dei critici cinematografici e quello “ecumenico” tributato da un team di giurati  di estrazione dottrinale sia cattolica che protestante) questo film di Zanussi è stato anche quello che ne consacrò definitivamente la fama in Europa e altrove, imponendo con prepotenza il nome del regista all’attenzione della critica e del pubblico. Le reazioni a “caldo” furono infatti unanimi nel decretare che ci trovavamo davanti a un’opera di folgorante e straordinario impatto che metteva in scena la rappresentazione di un agghiacciante dramma umano, quello dell’impossibilità anche “scientifica” (oltre che filosofica) di fornire “risposte certe” agli interrogativi del protagonista che riguardavano gli aspetti più specifici e contingenti della vita (e che poi sono quelli che da sempre assillano il mondo intero, fra “dubbi” e contraddizioni), una sincera enunciazione di tematiche che toccano ancora oggi profondamente le coscienze e non possono lasciare indifferenti.
Nonostante tutti questi riconoscimenti però, anche questa eccellente pellicola fu costretta a subire qui in Italia la più subdola e mortificante “censura di mercato” che viene riservata in genere proprio alle opere di valore che  hanno il “torto” di veicolare  idee tutt’altro che convenzionali e  conformi, di insinuare dubbiosi interrogativi e riflessioni,  e corrono per questo il rischio di risultare disturbanti proprio per la capacità che hanno di sollecitare l’intelligenza che fa paura a troppi.
Illuminazione fu infatti programmato dall’Italnoleggio (non nuovo a simili “misfatti”) con ben tre anni di ritardo rispetto al suo passaggio da Locarno (e dopo che persino la Tv svizzera – allora “recepibile” anche in alcune zone del nord e del centro Italia - lo aveva già messo in onda in rete nella benemerita rassegna “Cineclub”), relegandolo però - tanto per non correre troppi rischi - nella  stagione “morta” dell’inizio estate, e ancora una volta utilizzando copie in versione originale sottotitolate in italiano, riservate quasi esclusivamente  anche per questo, al circuito più esiguo dei cineforum e del  nascente e marginale circuito d’essai (attivo solo nelle principali città  “capozona”)… Per carità… meglio tardi che mai,  potreste dire voi (e questo è fuori dubbio), ma non è che nemmeno allora ci si poteva accontentare di simili demenziali trattamenti poco sopportabili che si sono per altro molto accentuati  nel tempo e che denotano soltanto l’arretratezza culturale che è un retaggio antico che ci contraddistingue, e che ancora adesso ci affligge con tenace intransigenza continuando a tenere fuori dal circuito della distribuzione di massa molte pellicole fondamentali, ma “troppo poco commerciali” per “garantire” un ritorno economico accettabile (e questo riguarda purtroppo anche la produzione autoctona, basti pensare  al trattamento riservato per esempio proprio in questi giorni a un’opera non straordinaria ma interessante come Et in terra pax stampata in un numero tanto minimale di copie da essere passata  da non più di quattro o cinque sale complessive).
Quando Illuminazione arrivò da noi, di Zanussi, conoscevamo solo La struttura del cristallo (circolata anch’essa poco e male in edizione originale sottotitolata) opera davvero “celeberrima” (un’indagine etica imparziale – come la definisce il Mereghetti – che utilizza uno stile decisamente antispettacolare aperto all’improvvisazione) e già capace – pur in maniera non del tutto definita - di farci intuire che stavamo assistendo alla nascita di un nuovo promettente corso (qualcuno aveva parlato addirittura di una svolta epocale) della interessante cinematografia polacca e che Zanussi poteva essere considerato di diritto, il geniale e “innovatore” erede di un percorso artistico che aveva avuto nei Wajda e del Kawalerowicz i generosi “padri” putativi. Illuminazione fu quindi fondamentale per confermare l’esistenza di un nuovo stimolante talento (il suo percorso successivo, pur rimanendo di assoluto rispetto, non ha poi mantenuto in toto tutte le aspettative di  questa prima fase, almeno dal mio personale e “discutibilissimo” punto di vista, ma rimane comunque uno dei più interessanti, maturi e problematici autori della cinematografia del suo paese) un andamento “in levare” che poteva benissimo far immaginare che Zanussi potesse ambire a diventare uno degli indiscussi maestri del cinema mondiale (magari alla fine non sarà stato proprio così per quel che mi riguarda, anche se ovviamente e in ogni caso, ci si colloca comunque molto vicino).
Sceneggiata dallo stesso Zanussi, Illuminazione è opera profonda e personalissima, quasi un film-confessione si potrebbe dire, dove c’è molto di autobiografico (lo si evince dalla straordinaria partecipazione con cui il regista mette in scena questa storia  di un percorso di vita fra “cadute”, dubbi, cedimenti ed improvvise “resurrezioni”).
Un esemplare “saggio” cinematografico attraverso il quale il regista cerca di verificare, evidenziandole,  le problematiche precarietà che “segnano” la coscienza conoscitiva della gente, e demolire così attraverso l’analisi spietata dei movimenti di un pensiero in costante evoluzione critica, ogni possibile “convinzione”  che non sia  acquisibile - e soprattutto “dimostrabile” - con la razionalità oggettiva delle cose. Si potrebbe anche dire – per precisare meglio il discorso - che il regista intende mettere così in discussione ogni risposta “certa” (e in qualche modo rassicurante) che l’uomo tende a darsi, e quando non ci riesce, prova comunque ad ottenerla interrogando e analizzando le varie discipline umanistiche o scientifiche che siano, che non dovrebbero mentire né creare false aspettative, poichè ha assoluto bisogno di comprendere come stanno le cose senza false illusioni che le mistifichino un poco e le rendano più “accettabili”.
Difficile per questo suo essere “cangiante”, catalogare Illuminazione in un genere preciso, racchiudere l’opera e il lavoro introspettivo del regista dentro i limiti angusti di uno “schema”: così di primo acchito, tanto per semplificare i concetti, si potrebbe semmai considerarla un’opera di poesia prodotta però da una mente matematica (o viceversa, invece, valutarla come un “teorema matematico”  illustrato con l’afflato della poesia). Ma è solo una semplificazione di comodo anche questa, perché davvero non è una pellicola che può essere racchiusa in una formula predefinita, proprio per il suo essere un “trattato” di esemplare lucidità e precisione su una ricerca esistenziale e di formazione portata avanti e realizzata attraverso l’utilizzo di strumenti che normalmente sono appannaggio delle indagini della scienza.
Comprendo che potrebbe essere una premessa questa che spaventa un poco, ma posso assicurare che l’avvolgenza delle tematiche illustrate dal regista è di tale portata  tutt’altro che accademica, da suscitare un’empatia  profonda  e prolungata  che con le sue drammatiche scansioni, finisce per “trascinare” come in un gorgo  lo spettatore dentro ai problemi del protagonista, esistenziali e non.
Con occhi scientifici e molto razionali Zanussi affronta infatti ardui problemi filosofici, ma non è mai pedante né tantomeno predicatorio:  guarda in faccia la realtà  che descrive esattamente come cerca di fare il suo protagonista (la conferma incontrovertibile di quella corrispondenza autobiografica a cui accennavo prima), e come lui, nemmeno Zanussi ha  risposte da fornire, ma solo domande e dubbi. Il film riflette infatti  tutto questo groviglio di “interrogazioni”con le sue dolore macerazioni e una nettezza asettica all’apparenza quasi impersonale, ma in effetti profondamente sentita e partecipata. Episodio dopo episodio, personaggio dopo personaggio (straziante il calvario dell’amico malato di tumore) il regista articola infatti il suo discorso con l’energia che nasce  dal rifiuto del pessimismo e dal dover invece constatare come non sia però possibile evitarlo, proprio per come sta andando il mondo.
Mai il regista è stato altrettanto smarrito e “convincete” al tempo stesso come in quest’opera, nel progredire implacabile di un percorso che si sviluppa sotto la superficie “scientifica” del racconto di un’educazione alla vita, dove tutto è rigorosamente prefissato. Film filosofico  per eccellenza, come ho già detto,  è in genere considerato ancora oggi il capolavoro assoluto del regista (in ogni caso una delle opere più complesse e riuscite dell’intera sua carriera).
E’ sorprendente vedere con quanta fredda determinazione razionale, quasi che si trattasse di un'analisi di laboratorio (o di uno studio antropologico sui comportamenti umani) il regista espone i fatti e le varie fasi di un esemplare itinerario di “conoscenza” privata e collettiva, per arrivare a un  risultato abbastanza sconfortante che è poi quello che non esiste alcuna certezza nella vita, nemmeno nelle discipline esatte come lo sono quelle scientifiche, figurarsi allora altrove, spiritualismo compreso, dove tutto è più empirico e sfumato: il limite filosofico dell’accettazione insito nell’essere umano e, in ultima analisi, il mistero stesso della morte, ne sono la prova evidente. Ma ovviamente la visione del regista non è alla fine nemmeno così totalmente pessimistica perché ci dice anche che soltanto dentro se stessi è possibile trovare le risorse necessarie per una ricerca del “senso della vita” che deve essere instancabile e costante, ma non può essere finalizzata a risultati immediati e tangibili. Si potrebbero quindi utilizzare le parole che Gombrowicz (non a caso uno scrittore che appartiene alla stessa sfera  formativa di una cultura un po’ mitteleuropea) ne Il matrimonio mette in bocca al  protagonista di quell’inquietante dramma scenico anch’esso alla ricerca di “impossibili risposte” di un irrisolto vivere senza soluzione: Nego ogni ordine, non credo a nessuna astrazione, a nessuna dottrina, non credo alla Ragione (…)  Non sento il dolore degli altri!  Sto semplicemente recitando la mia umanità. (… ) Basta! Datemi l’uomo…che egli sia come me ambiguo, incompiuto, informulato, oscuro,  confuso...
 
Il protagonista della storia è uno studente universitario di Varsavia che per come ci viene presentato, ha certamente la valenza “individuale” della singola persona, ma anche quella  più significativa e universalizzabile di una specifica e complessa connotazione sociale più generalizzata.
E fin dalle prime scene, si sviluppa il procedimento dialettico,  puramente dualistico, proprio fra queste due connotazioni (che  poi rappresenta  la vera e propria spina dorsale che sorregge magnificamente l’impalcatura di tutto il film). Infatti lo studente è sempre  visto e rappresentato “come individuo” – e quindi caso particolare – ma al tempo stesso come il rappresentante di una condizione generalizzata e generalizzabile, ma senza il tipico – e riduttivo - schematismo derivante dal suo essere “emblematico”  (Gino Buscaglia).
Per il suo tramite,  si  percorrono quindi le tappe di una ricerca esistenziale che è sempre e costantemente “politica” e “culturale” che però non perde  mai nemmeno un briciolo della sua sottesa umanità.
E’ dunque la ricerca di un “ubi consistam” attraverso le strutture sociali e di pensiero che, pur essendo accettate, pesano con la loro ufficialità sulla dimensione  individuale del singolo che non si assoggetta passivamente al ruolo della subalternità, quella che compie il regista. Ma è anche il tentativo di fornire qualche indicazione, se non proprio una risposta, ai grandi interrogativi dell’esistenza umana, effettuato utilizzando però i soli mezzi di cui si è davvero certi, quelli che sono “incontrovertibili”: la razionalità, la sperimentazione scientifica, l’esperienza diretta, la rilevazione di dati organizzabili sistematicamente, e come tali non più soggettivizzabili.
Si scoprono cosi  le contraddizioni, vengono a galla i dilemmi dell’anima, evidenziati  da una serie di illuminazioni improvvise e progressive. Contraddizioni che investono contemporaneamente il sociale e l’individuale, come si è già visto: dalla scoperta di disfunzioni classiste in una società socialista come era quella polacca del periodo (i privilegi e lo snobismo di una nuova borghesia intellettuale e lo strapotere della burocrazia in primis), a quelle più immediatamente personali e “private” (il problematico rapporto di coppia tra esseri umani, la libertà condizionata  e “condizionante” della famiglia, la responsabilità personale strettamente connessa con quella sociale delle scelte), fino ad arrivare alla vera e propria “illuminazione finale”, che è la scoperta del limite e della necessità del suo superamento: pur sapendo che più in là di un certo punto non si può andare, bisogna essere capaci di sviluppare la volontà necessaria indispensabile per proseguire ugualmente senza scoraggiarsi o tirarsi indietro, pena la spersonalizzazione e l’appiattimento.
Il film procede per continue ellissi con un linguaggio essenziale eppure ricco e articolato, risolutivo e risoluto al tempo stesso; rigoroso – come ho già detto più volte - come un’indagine scientifica, ma lirico come un poema, che per la sua peculiarità insolita e specifica, sfugge elegantemente alle trappole dello schematismo evitando le pericolose derive un po’ troppo dolciastre del sentimentalismo. Il suo è dunque un equilibrio scintillante e personale, che si chiama “stile” e maniera, il modo migliore per rappresentare con una ineccepibile “forma” la scoperta del dolore e della morte (il film racconta trent’anni nella vita di un uomo a far data dal 1944), l’incontro con l’amore, la paternità, le difficoltà pratiche, la presa di coscienza dei propri limiti e di quelli della scienza). Un’opera di un fascino davvero strabiliante, inquietante e sinuosa nelle sue cadenze sminuzzate (solo a volte con un uso un po’ eccessivo di simbolismi che ne appesantiscono leggermente il passo): un “diario” intimo e sofferto che “illumina” (proprio nel senso agostiniano di decifrazione della realtà) le speranze e le ambizioni che animano Franciszek, il giovane studente di fisica all’università di Varsavia protagonista della storia che il  film  descrive con la minuzia  entomologica di un referto, allineando documenti e osservazioni e concentrandosi soprattutto sulle sue crisi – pubbliche e private – che si amplificheranno enormemente nel periodo “cruciale” che va dai vent’anni ai trenta.  Vediamo quindi l’uomo alle prese con i problemi dell’orientamento  professionale, con i primi sussulti amorosi, con quelli di una famiglia  che forse troppo rapidamente si è formato; partecipiamo alle sue insoddisfazioni, al suo senso di frustrazione, all’’incapacità che avverte di poter capire le cose attraverso la scienza, che lo portano a deragliare fra il sentimento dell’amore deluso, le tentazioni mistiche e tutte le altre scorciatoie che si propongono come alternativa possibile per resistere  alla dolente sensibilità di un mondo giovanile in formazione spesso frustrata dagli eventi (chissà come potrebbe essere “spietato” un analogo scandaglio analitico se esistesse oggi uno sguardo altrettanto attento e profondo come quello di Zanussi capace di vivisezionare con corrispondente “realismo” scientifico e poetico la realtà attuale del mondo giovanile che ci circonda).
Agghiacciante nel mettere in evidenza anche il limiti della “tecnologia” e della medicina (indimenticabili  le scene in cui il protagonista si confronta con l’inumanità della scienza, e in particolare le sequenze davvero da antologia  dell’encefalografia, del  calvario “asettico” dell’amico  che muore con il tumore al cervello, o addirittura la spettrale conclusione con il protagonista che si inoltra nell’acqua bassa di un lago per raggiungere il figlio), Zanussi utilizza una modalità tutta speciale per offrire della vita  un’immagine di un nitido e raggelante realismo anticonvenzionale.
Superate dunque in qualche modo le vecchie tematiche della guerra e della  sua capacità di incidere sul presente, il regista cerca di indagare i nuovi aspetti che  caratterizzavano in quegli anni il malessere della società polacca (e non solo) che gli consentono di conseguire questo splendido risultato, risolto come si è visto (ottimo anche l’uso del colore) con  una forma narrativa e strutturale relativamente semplice, ma sviluppata soprattutto attraverso lo straordinario lavoro fatto con e sugli attori (caratteristica sempre peculiare e prioritaria nel regista) che si traduce qui nella possibilità  concreta di risolvere la verità “drammatica” delle situazioni – amplificandola persino – plasmandola sui volti sofferenti degli interpreti e attraverso i loro gesti, fino a farla diventare  espressione stessa del suo discorso d’autore. E proprio in questo senso sembrano essere in parte confermati i debiti esplicitamente riconosciuti da Zanussi  con il cinema di Kazan (evidenziati e sottolineati  da una studiosa acuta come Giovanna Grignaffini), e in particolare la sua tecnica di direzione degli attori, fortemente influenzata – aggiungo io – dallo stretto rapporto che Zanussi ha avuto in quel periodo  proprio con gli attori  usciti dal Teatro Laboratorio di Jerzy  Grotowsky (chi ha sentito parlare dell’esperienza anche traumatica delle rappresentazioni del Principe costante passato pure da Spoleto, sa a cosa intendo riferirmi) , esattamente come Kazan lo aveva  con le tecniche e gli attori della scuola diretta da Lee Strasberg.
Uno speciale film analitico quasi “confessionale” che si colora alla fine anche di una dolente  e mesta luce, per lo meno per chi sa come me che  l’intenso protagonista, Stanislaw  Latallo (e qui si ritorna all’intelligente, accurato lavoro compartecipativo fatto sulla recitazione), è scomparso tragicamente poco dopo la fine delle riprese durante una spedizione sull’Himalaya: Vivrò febbrilmente e morirò correndo” aveva fatto dichiarare proprio a Franciszek nella scena conclusiva di Illuminazione, e queste parole sembrano di conseguenza risuonare adesso  come una lugubre e oscura premonizione che lascia sbigottiti perché sottolinea con maggiore crudele evidenza, proprio l’assoluta precarietà della nostra esistenza sulla terra.

Sulla trama

Giovane, concreto e saggio, Franciszek Retman sceglie a Varsavia la facoltà  di  fisica (“dice cose sicure”  e per questo la preferisce a tutte le altre), e in quel percorso anche di studi,  discerne con gli amici sulle responsabilità dello scienziato. Dopo una gita in montagna, dove un compagno di cordata precipita e muore - un primo incontro con la morte che lo turba profondamente - è posto di fronte al problema di scegliere una specializzazione che non intende conseguire. Rifiuta quindi, rispondendo che il dovere dello scienziato è la ricerca della verità, non la carriera. Poi incontra Malgosia, la sposa e nasce un bambino. Non ha però mezzi economici sufficienti per mandare avanti la famiglia e l’uomo è così costretto a lasciare gli studi universitari e a cercarsi un lavoro. Accetta persino di fare da cavia per l’encefalografia sotto narcosi che rivelerà un suo profondo malessere esistenziale nascosto sotto un sogno aberrante, quello di uccidere sua moglie. Nell’ospedale psichiatrico che comincia a frequentare  a causa di tali turbamenti, assiste inorridito agli elettroshock, vede morire un amico per un tumore al cervello (e in nuovo confronto con la morte sarà ulteriormente traumatizzante). Abbandonata la moglie e la famiglia, si rifugia alla fine in un convento dove fa meditazione, ma non “succede” nulla e arriva poi persino a provare l’Lsd per tentare di scoprire le proprie verità e contenere l’intima sofferenza che lo pervade. Giunge sull’orlo del suicidio per la mancanza di risposte, poi si scuote da quell’apatia, ritorna con la moglie anche se non è felice e riprende gli studi fino al conseguimento della laurea.. Ed è proprio allora che le rivolte  studentesche del Sessantotto lo ripiombano nell’incertezza mentre anche la salute comincia a dare qualche segno di cedimento…

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