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Il vento che accarezza l'erba

Regia di Ken Loach vedi scheda film

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La recensione su Il vento che accarezza l'erba

di FilmTv Rivista
8 stelle

Ma Ken Loach è un grande regista? Interrogativo quantomai attuale mentre è in sala Il vento che accarezza l'erba, storia del dissenso fratricida che intorno al 1920 spaccò in due il movimento repubblicano irlandese, mettendo una parte contro l'altra e favorendo la sopravvivenza di un impero, quello britannico, altrimenti moribondo. Palma d'oro a Cannes, per più di un commentatore immeritata. Il nocciolo della questione non è ideologico ma cinematografico. Si accusa Loach di privilegiare il didascalismo, la trasparenza, l'immediatezza del "contenuto" rispetto alla drammaturgia e alla messa in scena. Forse però il dilemma è malposto. Proviamo quindi a cambiare la prospettiva. Rispetto ad altri registi (forse a tutti gli altri registi) Ken il rosso è spinto da una urgenza sociopolitica titanica e granitica. L'essenza del suo cinema è l'equilibrio tra militanza e narrazione. La prima non può fare a meno della seconda, e questo è ovvio - ma anche la seconda non può fare a meno della prima, e questo rappresenta la cifra personale del nostro (e dello sceneggiatore Paul Laverty). A volte l'equilibrio è perfetto - come nei primi film e in Sweet Sixteen) - altre più faticoso, specie se l'ottica della militanza letteralmente sconfina nei territori della Storia, quindi Terra e libertà, La canzone di Carla e Il vento che accarezza l'erba. Perché, però, nonostante gli intoppi, i dialoghi non sempre ispirati, i repentini e improvvisati cambi di registro o i troppi sottintesi, non si può che continuare ad amare il cinema di Ken Loach? Perché a volte anche le persone contano. E noi qui parliamo di un cineasta che non ti imbroglia mai, e ha della rappresentazione una concezione talmente ferrea, a volte addirittura cocciuta, da risultare una quintessenza di moralità in atto. Questa rettitudine a priori, e la recherche di un equilibrio difficile, preservano il nostro dalla retorica. Il fatto di essere didascalici, va da sé, non significa automaticamente essere declamatori. Lo dimostra proprio Il vento che accarezza l'erba, quando il macchinista ferroviere, il navigator, verso il finale fa il discorso in difesa degli originari principi socialisti della lotta irlandese contro la Gran Bretagna. Non c'è nessuna enfasi nel suo discorso, caso mai disillusione, che poi deve essere la stessa del regista. Il quale, proprio per l'onestà intellettuale di cui sopra, probabilmente non l'ammetterebbe mai.

 

Recensione pubblicata su FilmTV numero 46 del 2006

Autore: Mauro Gervasini

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