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Volver

Regia di Pedro Almodóvar vedi scheda film

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FABIO1971

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La recensione su Volver

di FABIO1971
8 stelle

"Ho bisogno di te, mamma. Non so come ho fatto a vivere tutti questi anni senza di te".
"Non mi dire così, Raimunda, che mi metto a piangere. E i fantasmi non piangono"
.
[Penélope Cruz a Carmen Maura]

In un quartiere popolare della periferia di Madrid la vita di Raimunda (Penélope Cruz) precipita nel dramma: suo marito Paco (Antonio De La Torre), alcolizzato, perde il lavoro e, ubriaco, tenta di violentare la loro figlia Paula (Yohana Cobo), che lo uccide pugnalandolo con un coltello da cucina. Per evitare ulteriori guai alla figlia e coprire le tracce del crimine appena commesso, Raimunda nasconde il cadavere del marito nel frigorifero di un ristorante, che il proprietario suo amico le ha lasciato in custodia durante un periodo di assenza (e di cui lei, poi, si approprierà indebitamente). Lo stesso giorno le telefona la sorella Sole (Lola Dueñas) per avvertirla che è morta anche l'amata ed anziana zia Paula (Chus Lampreave). Non può, però, vista la situazione, recarsi al funerale, così Sole è costretta ad andarci senza di lei: arriva nella casa della zia, in un piccolo borgo di campagna, Alcanfor de las Infantas (località che "secondo le statistiche presenta il maggior indice di follia per abitante"), dove trova l'amica d'infanzia Agustina (Blanca Portillo) e dove aleggia il fantasma di Irene (Carmen Maura), la madre di Raimunda e Sole, morta anni prima in un incendio ("Nel mio paese ci sono molti incendi, per il vento di levante"...). Fin qui il dramma, spietata ed ineluttabile manifestazione delle miserie umane, nonostante qualche accenno farsesco ne screzi le sfumature più sanguigne. Poi, il coup de théâtre. Terminate le esequie Sole torna a Madrid: ma, scesa dalla macchina, sente una voce chiamarla dal portabagagli della propria auto. È Irene:
"Aprimi, Sole! Aprimi, sono tua madre, non ti farò niente".
"Mia madre è morta, in caso sarai il suo fantasma o il suo spirito".
"Quello che ti pare, ma tirami fuori da qui. Sono nel portabagagli della tua macchina".
"Sì, ma certo, mamma. Che idee che ti vengono..."
.
Sequenza sublime: il tragico realismo del melò che, improvvisamente (ed illusoriamente), sembra intenzionato a volteggiare in una dimensione onirica e poetica in cui trasfigurarne dramma e passioni, sfiorando con delicatezza le corde della commozione (che esploderà dirompente in un'altra magnifica sequenza, quella della festa nel ristorante, con Penélope Cruz che canta - in realtà doppiata da Estrella Morente, che esegue il tango Volver trasformato in flamenco da Carlos Gardel - per la prima volta davanti alla figlia, mentre sua madre la ascolta di nascosto) e che invece si rivela come il contrappasso drammaturgico con cui Almodòvar stempera l'amarezza, il disincanto e la malinconia della vicenda nelle atmosfere apparentemente più distese della commedia nera. E mentre Raimunda deve ricostruirsi un'esistenza convivendo con le conseguenze delle tragedie che l'hanno investita (e che non accennano a placarsi: l'amica Agustina, infatti, si ammala gravemente), Sole riscopre l'ebbrezza dell'amore e della vicinanza di sua madre, che aiuterà le sue figlie a chiarire i misteri sospesi e i dolori rimossi del passato. Nelle parole dello stesso regista, Volver "è un incontro tra 'Il romanzo di Mildred' e 'Arsenico e vecchi merletti', in combinazione con il naturalismo surrealista del mio quarto film, 'Che ho fatto io per meritare questo?', cioè Madrid e i quartieri effervescenti della classe lavoratrice, dove gli immigrati delle varie province spagnole condividono sogni, vita e fortuna con una moltitudine di etnie e razze diverse. Nel cuore di questo tessuto sociale tre generazioni di donne sopravvivono al vento, al fuoco e persino alla morte, grazie alla bontà, al coraggio e ad una vitalità infinita". Almodòvar cita se stesso (Che ho fatto io per meritare questo? e Il fiore del mio segreto) e, come in passato, il suo amore per il cinema di Luchino Visconti (omaggiato con le immagini di Bellissima trasmesse dalla televisione), si scaglia contro la squallida pornografia dei sentimenti veicolata dai mass media-spazzatura (la presentatrice della trasmissione televisiva in stile Chi l'ha visto?, a cui Agustina si è rivolta per ritrovare sua madre, anch'essa scomparsa da anni, che esclama davanti alle telecamere, rivolgendosi al pubblico in studio: "Hai il cancro, Agustina, ma non devi essere nervosa, qui sei tra amici. Forza, un bell'applauso per Agustina"...), componendo una struggente elegia del ventre materno e dell'amore familiare, della purezza dei vincoli di sangue che uniscono queste sei donne, tutte premiate al Festival di Cannes (insieme allo script, firmato dallo stesso regista), della loro stoica fierezza di fronte alle avversità della vita (causate dagli uomini, aggiunge Almodòvar, uomini per cui queste donne si tormentano e da cui sono tormentate...). Un film appassionato e quasi miracoloso per la leggerezza con cui tratta una materia così incandescente (tra incesti, omicidi, funerali, malattie mortali, incendi purificatori, tradimenti...), squarciato dai guizzi surreali e grotteschi con cui Almodòvar contrappunta la narrazione (un fantasma che si nasconde sotto il letto per non farsi scoprire, il frigorifero "difettoso" con il cadavere al suo interno), incorniciato in una messinscena sontuosa e suggestiva (magnifica fotografia di José Luis Alcaine, colonna sonora di Alberto Iglesias) ed affidato all'interpretazione di un cast stratosferico, capeggiato da una monumentale e radiosa Penélope Cruz, ma su cui si staglia (personale preferenza) la splendida delicatezza di sfumature e l'essenzialità di gesti, di sorrisi e di sguardi, che non a caso la macchina da presa cattura avidamente, con cui Lola Dueñas tratteggia la sua Soledad.

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