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Mandingo

Regia di Richard Fleischer vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Mandingo

di giansnow89
9 stelle

Piccolo capolavoro del buon Fleischer.

Osceno, violento, scorretto, antiretorico. Il valentissimo artigiano Richard Fleischer regala un’inattesa gemma nel suo repertorio, altrimenti costituito di blockbuster di ottima fattura. E’ una storia del Profondo Sud. Il mandingo Mede viene comprato da Hammond Maxwell, rampollo di una decadente famiglia, desideroso di avere un negro da combattimento. In breve, Mede diventa lo schiavo preferito di Hammond, che prova per lui qualcosa di vagamente simile all’affetto per un animale. L’insoddisfatta moglie di Hammond, per ripicca verso il marito che se la fa con una servetta nera, spinge verso il suo talamo con la forza del ricatto Mede. Partorirà poi un figlio di quest’ultimo. Finirà male per tutti. James Mason al solito giganteggia nel ruolo del vecchio patriarca schiavista.

E’ una pellicola pervasa dall’inizio alla fine di un’atmosfera malsana, insalubre, testimoniata da una fotografia che ora vira verso il giallastro, ora indugia sui sudatissimi e piagati corpi scolpiti dei negri, ora è immersa in drammatici chiariscuri, dove il nero e il bianco si confondono.  La banalità del male, più che essere tangibile nelle azioni o nelle parole o nei volti, sembra essere rappresa nell’aria stessa che respirano i protagonisti, e coinvolge tutti, anche i negri, che fabbricano da sé le proprie catene poiché lo considerano un fatto perfettamente normale.

Totalmente asciugato da ogni afflato retorico, ci sono fino a mai punti in cui il film sembra posizionarsi nelle zolle del melodramma selznickiano, ponendosi come obiettivo lo spettacolo puro. Ed è forse proprio l’insopprimibile tensione fleischeriana verso l’entertainment a salvare il film dall’essere una delle tante lagne antirazziste. Mandingo è un oggetto di mezzo, che rappresenta senza mezzi termini il male, senza la didascalia o l’asterisco a margine, ma al contempo senza il voyeurismo tarantiniano. Certamente, giova più alla causa dell’eguaglianza un film come questo, che una qualsiasi delle liofilizzate serie di Netflix impregnate di cancel culture o un’opera dell’incazzoso Spike Lee.

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