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I disperati di Sandor

Regia di Miklós Jancsó vedi scheda film

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La recensione su I disperati di Sandor

di AtTheActionPark
8 stelle

I disperati di Sándor è, indubbiamente, tra le opere chiave del cinema moderno europeo. Parallelamente, il suo autore, Miklós Jancsó, è stato il regista che meglio ha rappresentato la új hullám – ovvero, la Nouvelle vague ungherse – durante gli anni Sessanta. In un periodo di grande rinnovamento nel campo del linguaggio cinematografico, infatti, I disperati di Sándor ha rappresentato un punto di svolta fondamentale, gettando le basi per tantissimo cinema, storico, politico e d’avanguardia di quegli anni. Questo, sia per l’aver affrontato tematiche scomode e spinose – ovvero, un periodo di forte repressione, di quasi cent’anni addietro, ma ancora tabù in Ungheria -, quanto per l’aver utilizzato uno stile e un approccio nuovi e innovativi.
I disperati di Sándor racconta le tragiche conseguenze dell’”ammodernamento” urbano compiuto in Ungheria nella metà dell’Ottocento. Infatti, mentre nelle città si persegue una politica tutta incentrata al benessere borghese, nelle campagne, lasciate alla povertà e all’abbandono, scoppiano i moti di rivolta condotti dalla figura leggendaria di Sándor Rózsa. Il commissario governativo incaricato, Gedeon Rádai, inizia una dura repressione, con l’intento di scovare i ribelli.
L’intero film si svolge entro le mura di una roccaforte, nel mezzo della desertica pianura ungherese, adibita a campo di prigionìa dove i ribelli (chiamati i «senza speranza») vengono torturati e uccisi. I militari brutalizzano e umiliano i prigionieri, con l’intento di estorcere loro i nomi dei capi della rivolta, sperando di arrivare al loro capo.
Jancsó dirige il film attraverso una regia distanziata e anti-spettacolare - dunque lontana da quella melodrammatica “di regime” - eppure di grande impatto contenutistico e formale. Sceglie di girare attraverso piani-sequenza – scelta stilistica di cui è stato, con Theo Angelopoulos, il più grande esponente -, in un bianco e nero plastico e minimale (Dreyer), e rifiutando, come nel cinema di Ejzenstejn, di ricorrere ad un solo protagonista. La mobilità del piano-sequenza orchestra e accompagna, inoltre, i suoi personaggi, attraverso uno stile “coreografico”, che tenderà a farsi “maniera” nelle sue produzioni successive. Il tutto, per raccontare, come farà Angelopoulos, il fallimento e l’inganno della Storia nei confronti del singolo: un «non-senso» (Paolo Bertetto) che diviene «un assurdo balletto» sintomo e simbolo di un fallimento universale.

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