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Black Dahlia

Regia di Brian De Palma vedi scheda film

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La recensione su Black Dahlia

di scapigliato
8 stelle

Gli anni ’40. Anni fumosi, dove i noir si scrivevano per le strade di Los Angeles prima che sulla carta stampata. Anni neri, quelli del dopoguerra. Anni in cui la vittoria della patria saldamente moralista non permetteva i vizi degli anni ’20. Anni, quindi, in cui il vizio, il piacere e tutto quanto fa brodo, erano mascherati dal lusso, dall’apparenza borghese e benpensante e dalla condotta severa della propria morigeratezza. Il famoso sepolcro imbiancato che nasconde dentro il marcio. De Palma lo sa (lo sa anche Lynch a dire il vero), e lo porta sempre nei suoi film, più o meno riusciti. Questo è più che riuscito. La sua visionarietà permette al linguaggio cinematografico manierista, adottato per questo revival degli anni dell’affascinante bianco e nero, di superare il semplice esercizio di stile che in molti vi hanno visto. De Palma travalica nuovamente il ponderabile. Gioca con le ombre, che sono le ombre del nostro passato e del nostro presente; gioca con i tagli di luce, che sono gli spezzoni di vita che solo vogliamo vedere, nascondendoci gli altri; gioca con gli scambi di persona, con gli specchi, con le altre personalità perché il doppio è centrale nel linguaggio cinematografico. De Palma indaga il doppio, ma non alla “William Wilson” di Allan Poe. La sua indagine è multipla. Non c’è solo il doppio della nostra personalità, che ricerchiamo tra ossessioni e incubi ad occhi aperti, ma anche il doppio dei sentimenti, delle emozioni, dei piaceri. A chi non capita di provare piacere, un insospettabile piacere, pensando a qualcosa che piacere sarebbe meglio che non lo dia. La sua centralità nel Cinema, il regista, ce la spiega bene spiando gli attori, le loro scene di quotidiana desolazione, i fatti e i volti del dramma attraverso punti di vista voyeuristici. Dietro una tendina, dal riflesso di uno specchio o dal vetro di una macchina, da cui anche la realtà può essere deformata. Deformazione ereditata da Dario Argento, indiscusso maestro dell’illusione ottica, di quel trompe-l’oeil che inganna lo sguardo, che deforma ciò che vediamo, che ci porta su strade cognitive diverse, su interpretazioni del mondo diverse. Il doppio quindi come metodo. Un metodo per arrivare al multiforme, allo sfacettato della vita e della realtà. Un dualismo di matrice scapigliata e decadentista in cui individuare i termini e gli opposti degli scatenamenti sentimentali che padroneggiano il nostro essere. Piaceri fini a se stessi, impensabili, allontanati da noi stessi perché ci inquietano, ci perturbano. Una ragazza è solo l’amore puro che crediamo, o c’è qualcosa dietro? Un amico è solo un amico? O una proiezione di una nostra attrazione atavica per noi stessi? I bei personaggi di Josh Hartnett e di Aaron Eckhart sono onanisti purosangue, che riflettono ognuno sull’altro e sulle loro adiacenze, sentimenti e passioni. Si sa, il labirinto delle passioni si chiama ossessione, e la Dalia Nera, la bellissima e solare Mia Kirshner è quella monomania, sempre decadentista e scapigliata, che porta i protagonisti su cognizioni di piacere “altre”. L’alterità in De Palma diventa ricerca. Diventa indagine. Indagine del doppio, dell’ossessione naturale e giusta che abbiamo verso ciò che è proibito, o che forse proibito non è, ma è così che ce lo propinano il pensiero istituzionale e la morale comune.
Ma non ci sono solo doppio e ossessioni in “The Black Dahlia”. Tutto il film è costellato da un tema importante sia nell’economia del film stesso sia in tutto il discorso estetico che coinvolge molto cinema e soprattutto quello horror: la deformazione. Deformata è la vittima Elizabeth Short, deformata in viso e nel corpo (è infatti tagliata in due all’altezza della vita, e svuotata degli organi interni). Deformato è il classico protagonista de “L’Uomo che Ride”, citato nel film. Deforme è l’inquietante presenza del fantomatico Georgie, il cui volto è devastato da un incidente. Deforme è il viso di un Joker dipinto sia in casa Linscott che sul luogo del delitto, che è poi anche l’ossessione dell’assassino. Quindi tutto torna. Il doppio ci porta a deformare la realtà e la nostra sensibilità portando su forme di pensiero diverse le nostre ossessioni più nere ed indicibili. La deformità è ravvisabile anche nello strano rapporto di amore-odio dei due protagonisti maschili. Hartnett vs. Eckhart. Il primo deve la vita al secondo, il secondo sa che il primo è l’unico amico che gli vuol bene davvero. Eppure i due, che nella condivisione della stessa ragazza celano un’omosessualità innocente, sono in rotta di collisione, e uno serve all’altro per mettersi in discussione e per scendere sempre più nell’abisso monomaniacale che li divorerà.
Tutti siamo sporchi, sembrano dirci attori e regista tutti in coro. Nessuno è pulito, e chi nasconde la sua anima nera, lo fa solo per liberarla quando può, o quando la luna glielo permette. Ma non è un delitto essere sporchi. E’ nella natura umana cercare il dubbio e superarlo, ed è anche il percorso del protagonista Bucky Bleichert. Interpretato da Josh Hartnett, il suo personaggio acquista lo spessore inquieto che altri avrebbero virato verso una mielensa interpretazione da fotoromanzo. Hartnett da St. Paul, Minnesota, si altalena tra la dura smorfia del detective che resiste a denti stretti all’orrore che vede e il tenero sguardo dell’amante che ha paura di perdere la terra sotto i piedi. In questo caso questa terra si chiama Scarlett Johansson, ed è la sua compagna anche nella vita. Molte le scene che i due hanno insieme. Ognuna di queste è ovattata dall’idea classica di dramma dell’anima. Il film sembra infatti arrivare davvero dagli anni ’40, e preserva quindi tutta l’impostazione solida dell’epoca aggiunta alla grammatica depalmiana per cui carrellate, piani sequenza, virtuosismi della mdp e gli immancabili rallenty diventano a loro volta deformazioni linguistiche di una classicità. Il prodotto finale multiforme e sfacettato, come il doppio celebrato nuovamente dal regista di “Vestito per Uccidere”, “Le Due Sorelle” e “Doppia Personalità”, è fascisono, seduttivo e morboso. L’erotismo della deformità, la pornografia delle ossessioni, la perversione della virilità. Pochi nudi, solo Hilary Swank e Josh Hartnett entrambi da dietro, sono l’economia dell’aspetto pornografico di tali ossessioni, che rivivono invece nella febbrile indagine del detective Bleichert che non è altro che quella del regista Brian De Palma. L’intrusione dell’imponderabile fa di questa indagine una discesa drammatica nel profondo di tutti i personaggi, spettatore compreso.
Tra i bellissimi dialoghi, tutti recitati con quel trasporto e quel pathos feuilletonesco dell’epoca, è già un classico la risposta di Josh Hartnett a Scarlett Johansson quando gli chiede se ha la ragazza. Lui senza troppo curarsi dell’importanza della risposta, risponde “Mi conservo per Rita Hayward”. Solo lui poteva dirla, farla e darle lo spessore mitico e al tempo stesso irriverente tipico del postmodernismo di oggi, che cozza ovviamente con l’impostazione classica del film di De Palma, ma tale da generare un’empatia istintiva tra il protagonista anni ’40 e lo spettatore del 2006. Da registrare inoltre, che il regista presta la propria voce al provinatore della Dalia Nera, e che scene come il match di boxe all’inizio, la sparatoria al negozio di cani, e la bellissima sequenza rallentata sul vano delle scale, entrano di diritto nell’antologia di un autore visionario, bandiera della demifisticazione delle ossessioni sepolte e ignorate. Farle affiorare sarebbe terapeutico, altrimenti si rischierebbe di recidere un bel fiore come la Dalia Nera, tagliandolo proprio a metà.

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