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Romanzo criminale

Regia di Michele Placido vedi scheda film

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La recensione su Romanzo criminale

di ROTOTOM
8 stelle

Romanzo criminale è una storia estremamente italiana. Storia di come tre teppistelli di borgata riescono a farsi largo tra la criminalità organizzata sfruttando il loro nulla da perdere, la ferocia e la determinazione di chi nasce sconfitto e approfittando di un momento storico i cui avvenimenti sembravano calzare a pennello con il crescere della loro associazione a delinquere, in involontaria combutta con uomini ombra del governo, pronti a sfruttare il loro operato per operazioni di politica criminale. Partono dalla Magliana, quartiere popoloso e popolare di Roma, i tre amici d'infanzia legati fraternamente da un evento delittuoso della prima adolescenza e germogliata nel nulla dei vicoli, nell'ambiguità delle bische, nel desiderio di rivalsa di chi nasce con un passato da dimenticare e un futuro inesorabilmente fermo nella disperazione di un presente miserabile. Partono dal bisogno di rivincita del non sentirsi parte di quel qualcosa, la società senza futuro, che li esclude a priori. Il sentimento di orgoglio borgataro che alberga nei cuori gelidi dei tre amici il Dandi (Santamaria), il Libanese (Favino, strepitoso) e il Freddo (Rossi Stuart che si conferma uno dei migliori attori italiani) è la molla, avere per essere qualcosa che non sia il grigiore delle case popolari che quotidianamente opprime le loro vite, le vite degli amici e degli amici degli amici. E' un mondo a parte, le famiglie non si vedono mai, la banda è la famiglia, un microcosmo regolato da dogmi interni, di gerarchie, di soprannomi onomatopeici e antropomorficamente calzanti, scalzanti il nome e cognome reale, identità del mondo delle regole sociali, assolutamente insignificante nello snodo di vicoli del quartiere. Er sorcio, er teribile, er carenza, er secco sono più di soprannomi, sono secrezioni di un essere più profondo e reale delle anagraficamente asettiche, comuni generalità. La dissonanza risulta invece quasi comica nell'immginario collettivo di un romanesco maccheronico, durante il processo della banda, rinchiusa nelle gabbie dell'aula di tribunale. Nell'asettica gabbia della società che li giudica, il loro nome di battaglia, scandito con il ritmo delle condanne, risulta talmente fuori posto che solo in quel momento, fuori dal contesto, riusulta in tutta la sua grottesca assurdità. I fratelli cominceranno a farsi fuori l'un l'altro, ormai sradicati dal romantico apprtenere ad una classe di eletti inferiori, ormai promossi criminali veri, ricchi. Non si salva nessuno, neppure i buoni, neppure la ragazza dolce e ingenua che strega il più glaciale dei capi, il Freddo, sciolto nell'illusione di una pace, duro e inflessibile nella ricerca della vendetta. Placido dimostra di conoscere bene la materia che si appresta a manipolare, non solo per il romanzo di De Cataldo, dal quale il film è tratto, ma anche nella messa in scena, nella scelta delle facce, nel linguaggio romanesco coatto e strascicato, sornione e dolentemente ironico dei suoi disperati protagonisti tutti, è bene dirlo, ottimamente in parte e ispirati. Gira dal loro punto di vista, narra il loro strano senso dell'onore, l'amorale morale che ne scandisce le azioni, ne ha pietà più che enfatizzarne le gesta. L'ascesa e la caduta sono filmati da vicino, scavando nei volti e nei gesti degli attori, senza dar loro respiro, oppressi e sospinti dal tempo che scorre, che cambia gli avvenimenti, immersi nella musica del tempo, nei telegiornali dell'epoca riproposti in originale. Non è però personalissima la regia di Placido, serrata e incisiva la prima parte, la storia si dilunga e si annacqua verso la fine cercando di chiudere tutti i bandoli di trama lasciati aperti. Pesca da Stone, nel riproporre i notiziari inserendoli nella trama, apprende da Tarantino l'estetica della violenza e della messa in scena d'azione, è assorbito da Scorsese nell'estasi di grandezza del criminale che diventa finalmente ganster solo e condannato alla solitudine nel suo palazzo. C'è un po' di de Palma nel confronto finale dei due rimasti sulle scalinate di una chiesa. Il tutto intinto nell'intrigo politico Pollack/maniera che aiuta, tramite un funzionario ombra del governo e il suo efficientissimo portaborse, i criminali a fare carriera. Frullato di storia italiana, si passa per il delitto Moro, la strage di Bologna, la loggia della P2 ,delitti su commissione e chi più ne ha ne metta. Forse troppa carne al fuoco per un film solo. Attori in parte si diceva, tutti, nessuno escluso, sceneggiatura incalzante e precisa. Solo qualche sbavatura nel rapporto tra l'ispettore che segue il caso (Accorsi) e la ragazza squillo legata ai criminali, sovrapposizione di ruoli e incrocio di bene e male, sfiorarsi di lecito e illecito, in bilico tra morale e amorale. Come la storia italiana, dunque, riassunte in poche stringate parole dal funzionario/burattinaio i cui destini di tutti sono inesorabilmente legati alle sue dita, custode di una oscura democrazia che per tutelarsi deve servirsi del male, della criminalità, della ferocia di tre ex ragazzini persi nel buio di una Roma imperiale, terreno di conquista, fiere di un circo più grande di loro.

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