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I fratelli Grimm e l'incantevole strega

Regia di Terry Gilliam vedi scheda film

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La recensione su I fratelli Grimm e l'incantevole strega

di ROTOTOM
6 stelle

Biografia in circense-dolby-surround dei due simpatici cialtroni Grimm a caccia di facili denari brancaleoneggiando con due comprimari freak, di paese ignorante in paese ignorante nel cuore di una Germania occupata da altrettanti volgari soldati francesi. FAvola nella favola, si narra che i fratelli Grimm, l'uno pragmatico, belloccio e avido e l'altro sognatore ingenuo e colto, vivano in prima persona le leggende popolari sorte chissà quando, dapprima ornandole con trucchi da baraccone per spaventare le semplici menti contadine, per poi organizzare la liberazione dalla maledizione dietro compenso di moneta sonante e di candide braccia femminili. Salvo poi trovarsi al cospetto di una vera maledizione in carne ed ossa, in un villaggio che assomiglia tanto a The Village, con i villici barricati nelle capanne più spaventati dai francesi occupanti che dalle oscure presenze della confinante foresta magica. A bordo dei loro cavalli, con i loro millantati e fantasiosi attrezzi di ricerca, armati solo della loro cialtronaggine, difesi solo dalle coreografiche armature scintillanti, i Grimm sembrano tanto ma tanto messere Don Quijote e scudiero/servitore in marcia loro malgrado contro i mulini a vento della credenza popolare, della superstizione. C'è molto del progetto "manchato" di Lost in la Mancha, c'è voglia di riscatto, di rivincita su quegli effetti speciali naturali, leggi Sfiga, maledizione che ha sempre vessato chiunque si sia immischiato con il romanzo di Cervantes, da sciorinare un blockbusterone testosteronico di visionarismo Gilliamiano allo stato puro. Lo spunto per un ottimo film in bilico tra fantasia e realtà è più che buono, realtà in cui i due gigioni future star top-writer Disney, anche se a loro insaputa, vivono e prendono nota a futura memoria degli eventi fantastici di cui sono testimoni trasformandoli nelle loro famose favole, si ha così visione della genesi di Cappuccetto Rosso cestino-munita che coglie i fiori nella foresta maledetta con gli alberi che si muovono come ragni e viene aggredita dal lupo cattivo e mannaro. Non c'è la nonna, forse verrà dopo. "Che occhi grandi, che orecchie grandi, che denti grandi..." viene detto ad un cavallo però. Hansel e Gretel si perdono nel bosco smollicando una pagnotta preda di corvi e la voce narrante parla di una casetta di marzapane. Un accenno a biancaneve con la vecchina malefica che porge una mela Royal Stark all'ingresso di una capanna. Cenerentola-i re-interpretata-i dai due autori prigionieri di un militare francese che sembra uscito da Paura e delirio a Las Vegas da tanto è lucido. L'omino di marzapane esce blobboso e fangoso da un pozzo e la più bella del reame è la Bellucci rinchiusa nella torre d'ordinanza delle favole di mitologia cavalleresca, con tanto di specchio specchio delle sue brame a donarle quella solita aria di splendido distacco dalla realtà della finzione che ella, fiera icona del nulla si ostina a negare. Manca solo un bacio d'amor perduto che ispirerà "La bella addormentata nel bosco" e poi dovremmo esserci. Il repentino scivolar nel baraccone fantasy è però inevitabile, l'ambientazione a volte vira sull'horror, zompetta allegro nella farsetta ironica nei duetti dei due fratelli, con qualche punta di divertito divertissement che allude a qualche antica propensione dell'ex Monty Phyton (è bene ricordarlo) al crudele humor nero e provocatorio ma è solo a favore degli aficionados del tempo che fu. Non basta trasformare in macchiette i francesi toccandoli sulla loro barocca e pacchiana grandeur, non basta sacrificare un gattino bianco e puro nella sala delle torture, non basta un'inquadratura distorta per emozionare, troppo dispiego di effetti speciali portano un soggetto interessante a sfiorare in caduta "l'effetto Van Helsing" del cacofonico ridicolo. Il visionario è purtroppo il più delle volte solo visivo, anche se di indubbia qualità, la fantasia a briglia sciolta produce fantasy senza cuore ne' leggerezza, quella leggerezza stilistica che ammanta di fascino le favole dei Grimm, rendendole assolutamente immortali.

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