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Boats Out of Watermelon Rinds

Regia di Ahmet Ulucay vedi scheda film

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La recensione su Boats Out of Watermelon Rinds

di Peppe Comune
8 stelle

Ci troviamo nella zona della Turchia che si affaccia sul Mar di Marmara. Recep (Ismail Hakki Taslak) è un ragazzo che lavora come aiutante di un venditore di angurie. Il paese in cui vive è piccolo e abbastanza monotono. Ma ciononostante, ci sono due cose che mettono la vita di Recep in uno stato di costante eccitazione. La prima, è la presenza di una piccola sala cinematografica nel paese, che alimenta la sua grande passione per il cinema. La seconda, è l’amore che sboccia per la bella Nihal (Boncuk Yilmaz), che si diverte a mostrargli indifferenza, a fargli credere che per lui non ci sarà alcuna speranza semplicemente perché è un contadino. Recep ha anche un amico inseparabile, Mehmet (Kadir Kaymaz), che lavora come garzone in un salone di barbiere. Insieme raccolgono gli scarti di pellicola abbandonati e si divertono a creare mille espedienti per cercare di creare immagini in movimento. E quando finalmente ci riescono, Recep crede di poter diventare un regista, di poter legare i sogni in celluloide con il sogno di conquistare Nihal.

 

 

 

The Royal Castle in Warsaw - Museum - Boats Out of Watermelon Rinds

Boats Out of Watermelon Rinds - Scena

 

 

 

Boats Out of Watermelon Rinds” di Ahmet Ulucay è un film largamente autobiografico perché liberamente ispirato alla vita adolescenziale del regista turco. Un film che trasmette grande passione per il cinema ma testimonia anche della grande difficoltà a farlo quando si hanno scarsità di mezzi e ci si trova ai margini del grande sistema produttivo. Ma le difficoltà possono essere vinte dalla perseveranza, facendo prevalere la passione che piano piano trova la sua strada maestra.

Infatti, “Boats Out of Watermelon Rinds” cattura lo sguardo per il modo semplice e leggiadro con cui viene portato su schermo uno spaccato esemplare di vita “paesana”, per come segue l’iniziazione alla vita adulta di un adolescente, per come il vivere difficile viene raccontato senza far sfoggio di recriminazioni. Siamo nella Turchia più profonda, quella più legata ai suoi costumi e alle sue tradizioni arcaiche, in un assolato lembo di terra dove il cinema serve a ravvivare un po’ la vita monotona del giorno per giorno, a ridestare l’anima sonnacchiosa dei suoi abitanti. Ulucay fa appunto del cinema, non solo una forma d’arte da omaggiare per la sua incondizionata capacità di creare bellezza, ma anche lo strumento più adatto per emancipare le coscienze dormienti della popolazione. Ha qualche cosa delle atmosfere di “Nuovo cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore, certamente il tono elegiaco che aleggia lungo tutto il film, ma soprattutto il fatto di rappresentare la visione collettiva di un film come un fluido magico che avvolge e coinvolge ogni spettatore (vale la pena sottolineare come fatto gustoso che fuori all’ingresso del piccolo cinema del paese, campeggia la locandina di “Faccia a faccia” di Sergio Sollima, con Gian Maria Volontè e Tomas Milian). Ma mentre il film italiano poggia la sua struttura narrativa sui ricordi venati di nostalgia per un tempo che “non ritornerà più”, in questo film emerge l'inizio di un percorso esistenziale, l’intenzione di incamminarsi lungo i sentieri della vita lasciandosi guidare anche dalla magia prodotta dal cinema.

Almeno questa sembra essere l’intenzione di Recep, stretto tra la passione per il cinema e l’amore scoppiato per Nihal, tra la scoperta di un mondo immaginifico ma che sta lì, alla portata degli occhi incantati di un ragazzo, e l’infatuazione per una vicina di casa che gli sembra più sfuggente della luna. Questo apparente contrasto è quanto serve per dare al film il tono di quello che intende parlare di temi profondi ma farlo in maniera leggera, offrire una fotografia della società turca ma senza essere verboso. E Ahmet Ulucay ci riesce bene, equilibrando a dovere leggerezza e acume analitico. Si punta tutto sul ritratto di formazione di Recep, un ragazzo che vive il suo rapporto con il mondo con la curiosità tipica di chi non intende fermarsi alla superficie. Una storia di emancipazione, dunque, sia rispetto ad una realtà che può essere anche diversa da come appare, sia rispetto alla natura dei suoi sentimenti acerbi, che scoprono all’improvviso il calore ammorbidente dell’innamoramento. Recep fa una duplice scoperta, e se l’amore per la bella Nihal lo fa entrare in contatto con le differenze di classe e la fascinosa ambiguità dell’universo femminile, la passione per il cinema gli offre l’occasione di scoprire mondi sconosciuti, di evadere con la fantasia. Lui e l’amico Mehmet raccolgono gli scarti di pellicola abbandonati dal proiezionista, mettono i fotogrammi in sequenza per generare immagini in movimento e quando riescono ad ottenere una Stop Motion perfettamente in linea con la ricerca filmica della continuità visiva, la loro gioia è pari solo all’ingenuità che li ha portati quasi per caso a fare quella favolosa scoperta. In fondo, in quello sperduto paese, loro sono dei novelli pionieri del cinema, degli artisti inconsapevoli entrati in possesso di un potere straordinario : usare l’illusione cinematografica per fuggire a piacimento dal loro piccolo mondo. E legare il sogno di diventare un regista con la possibilità di conquistare il cuore della bella amata. Bel film, di un garbo contagioso.    

 

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