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Fuochi nella pianura

Regia di Kon Ichikawa vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Fuochi nella pianura

di spopola
8 stelle

La bellezza delle immagini, spesso intrise di fango e di pioggia, sublima senza contraddirlo, lo sguardo lucido quasi entomologico con cui il regista fruga dentro i suoi personaggi, quasi fossero insetti da scrutare al microscopio, uno sciame disperato e inerte travolto da un destino ineluttabile al quale è inevitabile sottostare e soccombere. .

Non abbiamo visto molto qui in Italia di ciò che Kon Ichikawa ha realizzato,  ma anche se il suo nome e la sua fama è soprattutto legato all’opera che lo impose prepotentemente all’attenzione internazionale (L’arpa birmana, premio San Giorgio alla Mostra di Venezia del 1956 che si ricorda come quella che “clamorosamente” non assegnò alcun Leone d’oro perché, a parere della giuria, nessuna delle opere presentate era “meritevole” di fregiarsi di tale riconoscimento), quel poco che ci è pervenuto è risultato all’altezza del suo prestigio (solo leggermente appannato negli anni terminali della sua carriera, e mi riferisco al rifacimento proprio dell’Arpa birmana, ancora a Venezia, se non erro, nel 1984).

Questo suo secondo capolavoro (in originale Nobi e da noi distribuito come Fuochi nella pianura) è del 1959, e ancora una volta prende spunto da un romanzo (in questo caso La strana guerra del soldato Tamura di Shôkei Oka).

Se ne L’arpa birmana ciò che predomina è il senso religioso della “missione” , quella volontà di dare (con esplicito senso di un dovere non soltanto morale) “degna sepoltura” ai soldati giapponesi morti in terra straniera, con una esplicita aspirazione verso “l’alto” e un rispetto quasi ossessivo ed ossequioso per la cerimonia, il rito, il culto comunque inteso, in questa sua opera successiva  l’asse centrale della poetica del regista è forse ancora legata al tema della dissoluzione e della crisi della “pietas” religiosa nel mondo moderno, ma il punto di vista slitta su di una posizione molto più laica e meno “pacificata”, poiché in questo caso il regista ci regala un terribile e impietoso spaccato sugli orrori della guerra che degrada l’uomo verso il suo stato “animale” (e la visione questa volta è davvero cupa e disperata, senza speranza si potrebbe dire, nello stigmatizzare l’assurda follia che sta dietro a tutto questo). La storia è ambientata a Leite, un’isola del fronte filippino nel febbraio del 1945, quando ormai le sorti del conflitto sono segnate irreversibilmente. In seguito al ricongiungimento delle forze americane sbarcate in diversi punti dell’isola, ai giapponesi non resta infatti che la via della fuga. Braccati, disfatti, con le calzature a pezzi e le uniformi a brandelli, si troveranno così a vagare a casaccio e senza una meta possibile o sicura, nella giungla selvaggia e infida, sostentandosi come possono e abbandonandosi, per sopravvivere, alle più atroci nefandezze. Lontani, i riverberi invitanti e pericolosi dei “fuochi nella pianura”  che rivelano la presenza costante, ma altrimenti invisibile, di contadini e partigiani filippini, che stringono i fuggitivi dentro una morsa sempre più serrata.

Il soldato Tamura, sofferente di emottisi, è proprio uno di questi fuggitivi, a sua volta poco più di un rottame ormai fuori uso, uno scarto arrugginito di quell’esercito  in rotta che si aggira sperduto dentro  la distruzione e la morte:  villaggi abbandonati e diroccati, uomini esausti affamati e piagati che si trascinano penosamente o cadono lungo la strada, corpi inerti privi di ogni aspetto umano, sono tutto ciò che incontrano sul loro cammino. “Che serve aiutarli?” si domanda Tamura: “presto anch’io sarò morto”.

E  allora anch’egli, come tutti gli altri della sua compagnia,  diventerà compartecipe della tragedia di cui è allo stesso tempo vittima e carnefice, non solo complice dei delitti dei suoi compagni, ma a sua volta artefice in prima persona, finendo per uccidere assurdamente e a freddo, una innocente ragazza. E anche Tamura, come loro, brutalmente e in nome di una sopravvivenza altrimenti impossibile, finirà per cibarsi persino di carne umana, sia pure senza  avere chiara coscienza di ciò che sta facendo.

L’abiezione dunque tocca qui il suo punto più basso e celebra la definitiva scomparsa del divino, poiché l’orrore che il soldato prova per le stragi, per i massacri, per tutte le atrocità che lo circondano (non escluso appunto il cannibalismo) di cui la guerra è causa, è l’elemento sul  quale si basa – nel film come nel romanzo – proprio la  sua crisi religiosa e spirituale (e non è allora un caso che l’unico ad invocare Buddha, sia un ufficiale folle ormai in agonia in cui Tamura si imbatte sulla collina).

Ma la perdita della “pietas”, per Ichikawa, significa anche perdita dell’umanità dell’uomo, annullamento e distruzione di ogni possibilità di vita umana nella sua accezione secolarizzata. Se, con Tamura, egli guarda in basso, verso le atrocità del mondo, e le descrive senza falsi pudori  con la massima nettezza di contorni, nelle sue tinte fosche e insistite, esasperate sino al limite estremo attraverso alcune delle più agghiaccianti e orribili visioni  che la cinepresa abbia registrato, quasi che si trattasse di “un affresco di Bosch”  (Volpi) saranno poi quelle stesse visioni  reiterate, esasperate fino al limite estremo della sopportazione, a ridestare in lui, il soldato Tamura, l’eco e il richiamo verso una dimensione più alta e spirituale che lo porterà, ormai incapace di resistere a tutto quell’orrore, a ribellarsi a sua volta, uccidendo il suo compagno più “degradato”, per gettare poi via il fucile e, con le mani di nuovo rivolte verso il cielo, a correre verso quei lontani fuochi che si levano all’orizzonte alla ricerca come egli dice, di autentici esseri umani, ma anche, a trovare una morte certa che a questo punto resta davvero l’unica liberazione possibile (e in questo il film è ancora più pessimista del romanzo, poiché nel libro Tamura invece si salva). A parte questa sostanziale divergenza nel finale, il film è comunque molto fedele al libro sia nel resoconto delle vicende che nella successione degli episodi.

La bellezza delle immagini, spesso intrise di fango e di pioggia, sublima senza contraddirlo, lo sguardo lucido quasi entomologico con cui il regista fruga dentro e fra i suoi personaggi, quasi fossero insetti, da scrutare al microscopio,  uno sciame disperato e “inerte” travolto da un destino ineluttabile al quale è inevitabile sottostare e soccombere.

 Un altro grande film, insomma, tanto “terribile” nel suo pessimismo abissale, quanto autentico nella forza di una denuncia  quasi urlata, che purtroppo però continua a rimanere ampiamente inascoltata.

 

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