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Pink Flamingos

Regia di John Waters vedi scheda film

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La recensione su Pink Flamingos

di EightAndHalf
6 stelle

Una vetta nella storia della provocazione cinematografica, "Pink Flamingos" è un film prorompente di energia confusa e riproposta sommariamente da John Waters con un "gusto" particolarmente spiccato per il cattivo gusto. Con una regia più che sporca, "lurida", Waters prende una delle sue attrici (attori?) preferite, il travestito Divine, e ne fa l'icona di un saggio scandaloso sull'America e sul mito della fama (un gradino sopra la fama di quindici minuti di Andy Warhol), da raggiungere a prescindere dal motivo. Così i due gruppi di protagonisti (la famiglia di Divine e una coppia di pervertiti) si lanciano in imprese una più disgustosa e insostenibile dell'altra per raggiungere il titolo di "Persone più disgustose della terra", inizialmente in maniera casuale, poi con tanta artificiosità e accuratezza da sfiorare quello che potremmo considerare il contrario assoluto della 'hybris', una sorta di superamento del limite umano non nel senso superiore e divino, ma nel senso inferiore e anche più basso dell'animalesco. Tra incesto, cannibalismo, feticismo e zoofilia, con contorno di violenza estrema e un pizzico di scatofagia, un mix tutt'ora insopportabile e, paradossalmente, illuminante, un saggio disperato e distaccato sulla fine dell'umanità, trattato però con ironia tale da non essere preso sul serio, come se Waters fosse consapevole della bassezza di ciò che mette in scena, e provasse a suo modo disgusto. L'intento è chiaramente di affondare le lame di un umorismo quasi del tutto corporale in false certezze della civiltà, di rifuggire i luoghi comuni, al fine di arrivare a una maggiore larghezza di vedute. Come a raccogliere e a fare tesoro delle ultime possibilità di un cinema in punto di morte in mano a un'umanità, a una civiltà, oltre l'orlo dell'esaurimento nervoso.
La cosa però più spiazzante che si nota è il rispetto che il regista sembra provare solo per Divine, un simbolo per il cinema drag-queen, che si cimenta anche in una prova semi-attoriale (semi perchè interpreta sé stessa) di un coraggio e di un masochismo davvero paurosi a pensarci, mantenendo però, nel suo ruolo, una dignità dovuta al rapporto affettuoso per i suoi parenti, tale da far pensare che, sebbene Waters voglia parlare del fallimento di certezze artificiali (fama, giustizia umana) e naturali (famiglia, moralità), in qualche modo è un esempio di famiglia che vive senza ipocrisia, nel rispetto inquietante dei propri istinti, compresi quelli che legano ogni componente l'uno all'altro. E così propone un cinema privo di ipocrisie, un cinema istintuale a suo modo unico. Divertito e apparentemente senza cervello, per stomaci davvero forti e per chi non sa farsi scandalizzare facilmente.

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