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Un'altra donna

Regia di Woody Allen vedi scheda film

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La recensione su Un'altra donna

di Kurtisonic
8 stelle

Gena Rowlands

Un'altra donna (1989): Gena Rowlands

In quello che si definisce come il periodo più interiore del cinema di Woody Allen, poco più di un decennio che parte dal 1977(Io e Annie), sarebbe azzardato stilare classifiche di gradimento per pellicole che puntualmente si sono affermate come dei capolavori. La svolta che lo ha fatto deviare dalla commedia  e dai toni più umoristici verso un genere più drammatico concentra quei temi a lui cari, quali l’introspezione psicologica, le nevrosi della modernità, la filosofia, la critica sociale, spostando gradualmente il baricentro del suo cinema verso un assetto meno immediato ma in grado di coinvolgere pubblico e critica. I film che tuttavia sono stati accolti più freddamente in quel periodo fertile sono stati Stardust memories (1980) e Un’altra donna (1987). La protagonista assoluta di Another woman è Gena Rowlands (ancora moglie per poco di J.Cassavetes e interprete di diversi suoi film) il cui personaggio sembra ricollegarsi nella visione tradizionalmente borghese di Allen a quel disordine interiore che ha caratterizzato la parte dell’attrice nel celebre  film Una moglie (1974) proprio di Cassavetes. Quel personaggio che in quel lavoro non può prendere corpo né coscienza sentimentale, rinchiudendosi in una disperazione che la porta verso la pazzia sembra potersi definire nel mondo” alleniano” attraverso una figura matura, compiuta e realizzata. Marion(la Rowlands cinquantenne) ha tutti gli strumenti per guardarsi nel profondo e trarre un bilancio della propria vita.  La donna, sposata in seconde nozze e con un’ottima posizione sociale,  si rifugia in un piccolo appartamento in affitto alla ricerca della migliore concentrazione per scrivere un libro. Dalle griglie dei condizionatori però sente i dialoghi che si svolgono nell’appartamento vicino fra uno psicanalista e i suoi pazienti. La ridefinizione dell’identità di Marion si attua attraverso la rimozione di quel vissuto nascosto, ascoltando quelle confessioni  che la portano a rileggere il proprio passato e ad avere una più corretta percezione di sé agli occhi degli altri. La sintesi di Allen è efficace e precisa (rafforzata dall’interpretazione dell’attrice che nei panni di Marion diventa l’alter ego del regista, quasi anticipando quelli che saranno gli sviluppi della sua stessa vita),  la presa di coscienza si trasforma in un dramma da camera il cui tributo al venerato Bergman non può non essere riconosciuto.  La visione pessimistica prende forma con l’impossibilità diretta di comprendersi, di chiarirsi, di entrare in relazione, Allen strategicamente introduce un terzo elemento che in qualche modo fa incontrare i mondi paralleli di persone ormai lontane da sé e dagli altri. Ecco che allora il fallimento matrimoniale viene sancito solo davanti alla nuova amante del marito, la stabilità di un’amicizia ritrovata messa in dubbio dalla presenza del marito regista dell’amica Claire, il rapporto inconsistente col vecchio padre smascherato dalle parole di una giovane esterna alla famiglia(la figlia che il nuovo marito di Marion ha avuto in precedenza), così con il fratello  e con i suoi amori passati. Essenziale anche lo scenario, l’interno di case dove la frenesia alleniana viene tenuta alla porta,  l’auto analisi avviene per sottrazione, come in seconda battuta da ciò che avviene nello studio dello psicanalista nel quale si parla di tutto ciò che riguarda la vita di tutti e con cui bisogna presto o tardi fare i conti. Un altro palcoscenico determinante, l’elaborazione della mente che si materializza nel sogno, da cui scaturisce una sequenza esemplare che mette in relazione le tante situazioni vissute e che vengono rappresentate in un ambito teatrale come se la finzione, ma anche la rappresentazione artistica,  fosse l’unico mezzo per poter arrivare a rivelare in pieno l’essenza  di  sé, il mistero che l’accompagna. Con Un’altra donna, Allen compie un altro passo verso il definitivo  Crimini e misfatti (1989) che sancisce la chiusura di questa parte espressiva del suo cinema, in cui prevalgono amarezza e malinconia, disillusione e senso della realtà. Una parte della critica e del pubblico forse aspetta le risate, ma per quelle, i titoli di coda sono già passati da un po’.

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