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Quando sei nato non puoi più nasconderti

Regia di Marco Tullio Giordana vedi scheda film

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La recensione su Quando sei nato non puoi più nasconderti

di spopola
8 stelle

Diciamo che tutto sommato, sia pure a fasi alterne, il film mi ha abbastanza emozionato (molto equilibrata e coinvolgente la prima parte, un po’ buttata via e non sufficientemente approfondita la seconda e fin troppo facile e ovvio il finale) Giordana comunque si conferma quello che è sempre stato: un discreto mestierante, ma niente più di questo.

Aggiornamento e ampliamento delal vechcia critica: " Premetto che il film nel suo insieme mi ha suscitato più perplessità che entusiasmo, confermando una volta per tutte i limiti del regista, pieno sempre di buone intenzioni, ma spesso buttate via (o disperse per troppa approssimazione). Nonostante ciò, lo preferisco a tutti quegli edulcorati perfezionismi che troppo spesso ci vengono propinati soprattutto da oltreoceano (penso per esempio all'insopportabile, laccato, noiosissimo e inutile, quasi contemporaneo Le crociate, bello quanto si vuole nella forma, ma abbastanza scontato nei contenuti "modaioli" e persino - al mio sguardo - fintamente aperto alla tolleranza e alla comprensione del problema di fondo che dovrebbe essere invece centrale e prioritario. L'assunto del film di Giordana (molto equilibrata e coinvolgente la prima parte... un po’ buttata via e non sufficientemente approfondita la seconda... e fin troppo facile e ovvio il finale) mi ha invece emozionato, e questo è già qualcosa per quel che passa il mercato in questo momento.. Sarà che sono cresciuto a pane e Cinema nuovo e che certi imprinting non si dimenticano facilmente... ma anche io preferisco i contenuti (se hanno ovviamente un minimo di dignità e coerenza espositiva) alla ricercata esteriorità della "forma" fine a se stessa... a meno che non ci si trovi di fronte ad opere veramente di rottura alle quali si può forse anche perdonare una certa aridità di contenuti. Secondo me l'opera testè distribuita, aiuta a ricollocare Giordana nella sua giusta posizione di discreto mestierante spesso attratto da problemi importanti, ma purtroppo non sempre “illuminato” da uno stile e da intuizioni “rappresentative” di grana “finissima”. Forse potrebbe proprio essere lo sceneggiato Tv (o fiction che dir si voglia) il suo mezzo migliore di espressione (e quello più adeguato alla sua personalità) perchè con il cinema... diciamolo francamente, soprattutto nella prima parte della sua carriera, ha spesso “deragliato” clamorosamente, propinandoci elaborati abbastanza disastrosi, eloquenti dimostratori della distanza che separa l’intenzione dal risultato. Anche i clamorosi (e per certi versi “inaspettati”) riconoscimenti internazionali ricevuti per La meglio gioventù possono risultare “illuminanti” proprio nella prospettiva sopra evidenziata, perché se dobbiamo riconoscere al regista il merito di molte “intuizioni” felici, non possiamo dimenticare le troppe “semplificazioni edulcorate” che lo costellano: la modalità del racconto, il linguaggio, sono caratteristiche precipue che definiscono perfettamente per quale “strumento” divulgativo era stato concepito il progetto (e per quel contesto potremmo dire che era assolutamente adeguato alla bisogna, indiscutibilmente di gran lunga superiore alla media di ciò che ci viene propinato in Tv). Visto al cinema invece, a mio avviso mostra tutte le sue "pecche" e le sue approssimazioni che le circostanze anche politiche della “persecuzione” hanno indotto un poco a sottovalutare. Rimane la felice parentesi dei Cento passi... ma lì c'era il “ruffiano” (passatemi il termine, che non vuole essere assolutamente discreditante) coinvolgimento di una storia reale (e di un conflitto che sfocia in tragedia) che non poteva in ogni caso lasciare indifferenti, perché finiva per toccare le corde più profonde della nostra coscienza, grazie anche al “miracoloso” equilibrio, di una sceneggiatura esemplare, coadiuvata da una “azzeccata” scelta degli interpreti (e delle loro “facce”, se vogliamo essere realisti più del re...) Rispetto a queste due precedenti tappe, forse come “tenuta generale” si è fatto qualche piccolo passo indietro. Nonostante ciò, il mio giudizio, per tutte le ragioni sopra esposte (e non solo), è generoso e propositivo, prevalendo il gradimento sulla “incompletezza”. Ce ne fossero di proposte di questo tipo! Perché in fondo il film ha una struttura (e un linguaggio) accettabile e coerente al “messaggio” che vuol lanciare. Rimane certamente un’occasione un po’ sprecata, ma comunque da non sottovalutare, per riflettere e interrogarci su una delle contraddizioni più devastanti della nostra realtà: il “bisogno” e la “paura”, una condizione di fatto che sta mettendo sempre più in evidenza il razzismo latente che ci pervade subdolamente anche quando “pretendiamo” di essere aperti e l’intolleranza strutturale di una società che non riesce a stare al passo con l’evoluzione multietnica della globalizzazione. Sono lacerazioni profonde e inascoltate, con le quali prima o poi dovremo trovare il modo di confrontarci in maniera adeguata e con una differente apertura mentale, se vogliamo mantenere intatta la nostra dignità di uomini!!! Sceneggiato (ancora una volta) da Rulli e Petraglia (lo spunto è preso da un romanzo di Maria Pace Ottieri del 2003) il film affronta uno dei problemi centrali (quello dell’immigrazione e dell’integrazione) “narrando” la solitudine e il disadattamento: tutti qui sono “soli” e incapaci di entrare in contatto non solo con gli altri, ma anche con le proprie emozioni. Lo “spiazzamento sensoriale” derivante da questa oggettiva constatazione che viene semplicemente a confermare ciò che già conosciamo perfettamente, perché rappresenta il vissuto quotidiano con il quale ci troviamo spesso a fare i conti senza volerlo ammettere, è amplificato dall’ottica della visione (quella del ragazzino protagonista, colto nello spaesamento del momento di una maturazione anche dolorosa a contatto con una dura realtà, complessa e ambigua, quella dell’attraversamento della “linea d’ombra” che separa la spensieratezza incosciente dell’adolescenza – già turbata dagli eventi traumatici che lo stanno travolgendo travolgono - dalla sbigottita complessità contrapposta del mondo degli adulti con tutte le sue incomprensibili contraddizioni). La conclusione è aperta (e per me non del tutto “chiarificatrice”, e per questo insufficiente) ma il messaggio è chiaro e circostanziato (si potrebbe semmai accusare il regista di un eccesso di didascalismo programmatico). Anche la recitazione è di buona fattura, complessivamente parlando, indubbiamente superiore anche come tenuta, a quella media (spesso modesta) offerta in genere dal nostro cinema autarchico."

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