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Hostage

Regia di Florent-Emilio Siri vedi scheda film

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La recensione su Hostage

di degoffro
2 stelle

Con il suo secondo film, “Nido di vespe”, il regista Florent Emilio Siri aveva ottenuto un certo successo di pubblico e, ai miei occhi, un incomprensibile riscontro critico. Ritengo infatti che “Nido di vespe” sia fracassone, confusionario, stereotipato e derivativo, degno del peggior action movie statunitense. Mi sembra che questi difetti, nel suo esordio sul mercato americano, si ritrovino gonfiati all’ennesima potenza (e stupisce che il regista sia cresciuto sotto l’ala di Eric Rohmer, sigh!!). “Hostage” prodotto da Bruce Willis che, con Stallone e Schwarzenegger, è stato uno dei principali esponenti del cinema d’azione muscoloso e spesso decerebrato che andava tanto in voga negli anni ottanta/novanta, è un’opera fuori tempo massimo. Già l’incipit è inequivocabile: il mediatore Jeff Talley, dopo una pericolosa operazione fallita miseramente tanto da provocare la morte di una donna e di un bambino, divorato dai sensi di colpa, si ritira a fare l’anonimo sceriffo in una tranquilla cittadina di provincia dove non accade quasi nulla. Quasi… Ben presto l’uomo viene coinvolto nel sequestro di una famiglia (padre e due figli) da parte di tre giovani teppistelli. Come se non bastasse anche sua moglie e sua figlia vengono rapite: dovrà recuperare un importante dvd nella casa sotto sequestro per rivederle vive. Se “Nido di vespe” era un rifacimento più o meno dichiarato di “Distretto 13” di Carpenter, questo “Hostage” si rifà a “Ore disperate” (Wyler o Cimino non fa differenza). Va riconosciuto che per un’ora e un quarto il film conserva una sua vivace attendibilità e fa anche il suo onesto lavoro, pur con tutte le convenzioni del genere rispettate fin troppo pedissequamente. L’ultima mezz’ora però è delirante e difficile da sopportare con il nostro “eroe imbattibile” pronto a tutto pur di salvare le due famiglie in pericolo. Violenza gratuita, personaggi folli (il teppista Mars dalla faccia diabolica che non muore mai è risibile e penosa è la sua infatuazione per la ragazzina sequestrata), sparatorie infinite e monocordi, esplosioni ridondanti e anonime, doppio finale prevedibilissimo e prolungato fino alla noia, improbabilità a manetta (a un film del genere non si richiede la credibilità ma il troppo stroppia ed è questo, secondo me, il limite peggiore e più ricorrente negli action americani). Certe tirate poi sui “ricchi del cazzo” che “se la cavano sempre” lasciano il tempo che trovano. E sia l’idea di una casa super accessoriata, sia quella del ragazzino intelligente che dall’interno della fortezza domestica aiuta coraggiosamente il protagonista, sia infine la riflessione sull’importanza della famiglia, sono stantie, penose e riciclate. Cinema-videogame di rozza fattura (Siri è stato anche regista del videogioco “Splinter Cell”). Personalmente non riesco a capire cosa si possa ancora apprezzare in filmacci del genere che ripetono senza inventiva le medesime stanche situazioni, affidandosi ai consueti abusati personaggi dalle psicologie azzerate o appena abbozzate. Di fronte ad un film indigesto e...disarmante come questo, con pure l’aggravante di essere del tutto privo di ironia, fa sorridere solo una dichiarazione di Bruce Willis che ha definito Hostage  “un noir psicologico”. L’attore mi è simpatico e in questi ruoli, nella sua impassibilità, funziona ancora discretamente ma evidentemente ha visto un altro film, dal momento che il suo non è né noir né tanto meno psicologico. Nel finale Bruce piange e noi con lui. Si ricordano a malapena i fumettistici titoli di testa che, peraltro, mi sembra richiamino in modo abbastanza palese quelli del già non eccelso “Panic room” (e le analogie tra i due film non si fermano lì). Stilisticamente il regista non è uno sprovveduto ma se non hai nulla da raccontare la forma conta davvero poco. Non consola che “Hostage” sia stato un fiasco al botteghino: roba del genere (costata oltre 50 milioni di dollari, tutti buttati via) non dovrebbe essere più nemmeno prodotta. Tratto dal romanzo “L’ostaggio” (edizione Mondadori) di Robert Crais, sceneggiato da Doug Richardson che per Willis aveva già firmato lo script del secondo episodio delle serie “Die Hard”, decisamente più divertente, ma sceneggiatore anche dei modesti “Bad boys” e “Money train”. Sul personaggio di un mediatore meglio rivedersi “Il negoziatore” con Kevin Spacey e Samuel L. Jackson. Nei panni di Amanda, la figlia del protagonista, Rumer Willis, nella vita figlia di Bruce e Demi Moore. La fotografia è dell’italiano Giovanni Fiore Coltellacci.

Voto: 3

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