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Il giudice e l'assassino

Regia di Bertrand Tavernier vedi scheda film

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La recensione su Il giudice e l'assassino

di degoffro
8 stelle

Rec. breve

Il terzo film di Bertrand Tavernier è ispirato alla reale vicenda del serial killer Joseph Vacher, noto come lo squartatore francese e ghigliottinato nel 1898. "Il giudice e l'assassino" è un interessante ed appassionato film storico in cui il rigoroso dramma sociale e l'inchiesta poliziesca ben si intrecciano. Tavernier, anche sceneggiatore con i fidati Jean Aurenche e Pierre Bost, è molto abile nel contestualizzare con estrema precisione ed attendibilità la vicenda in un'epoca in cui i conflitti ideologici tra i progressisti tra i cui esponenti spiccava Emile Zola e la Francia conservatrice e rigida, ancorata ad un inflessibile e prestabilito ordine sociale erano molto forti. Il giudice Rousseau e il fanatico Bouvier sono i perfetti rappresentanti di questa contrapposizione. Un duro confronto reso prezioso dai due formidabili interpreti. Non tutto è a fuoco però: per esempio il personaggio di Rose, interpretata da una giovanissima Isabelle Huppert pare solo accennato ed il finale suona forzato, ambiguo e poco convincente. Tavernier però ha un grande senso del paesaggio, a partire dalla prima magnifica sequenza ambientata sulle innevate cime intorno a Lourdes, si conferma ottimo direttore d'attori, si affida a solide e mature sceneggiature, fornisce un affresco storico di notevole credibilità con accenni alle prime lotte sindacali e all'ingresso in politica anche delle fasce più umili della società. A volte ha solo il difetto di voler dire troppe cose. Basterebbe comunque la frase con cui Bouvier, prima della sua esecuzione, si congeda dal "traditore" Rousseau per segnalare l'importanza del film: "Sovente il tempo è un buon maestro e qualche volta il caso è un buon giudice!" Anarchico.

Voto: 7+



Il terzo film di Bertrand Tavernier è ispirato alla reale vicenda del serial killer Joseph Vacher, noto come lo squartatore francese e ghigliottinato nel 1898. "Il giudice e l'assassino" è un interessante ed appassionato film storico in cui il rigoroso dramma sociale e l'inchiesta poliziesca ben si intrecciano. Tavernier, anche sceneggiatore con i fidati Jean Aurenche e Pierre Bost, è molto abile nel contestualizzare con estrema precisione ed attendibilità la vicenda in un'epoca in cui i conflitti ideologici tra i progressisti tra i cui esponenti spiccava Emile Zola e la Francia conservatrice e rigida, ancorata ad un inflessibile e prestabilito ordine sociale erano molto forti (in più occasioni si richiama nel film il celebre caso Dreyfus, scoppiato proprio in quegli anni). Il giudice Rousseau e il fanatico Bouvier sono i perfetti rappresentanti di questa contrapposizione. Il primo, meschino ed abietto in privato, come ben evidenzia il rapporto con l'ex operaia Rose, è un giudice integerrimo e rispettato in pubblico, scaltro ed assai determinato a servirsi, oltre che della sua posizione, anche della stampa e di un'interpretazione molto personale delle norme, per raggiungere il suo scopo. Quando la madre gli domanda: "Non ti dà fastidio dovergli mentire così?" replica "Perché? Fa parte del mestiere!" Per Rousseau il suo imputato è un "furbo bifolco" che merita una giusta condanna. Le sue frequenti conversazioni con il procuratore Villedieu sono illuminanti sul modo di pensare di una certa classe dirigente, ben rappresentativa delle convinzioni e del modo di operare della destra dell'epoca, intollerante, rozza, antisemita ed intransigente, accanita sostenitrice di soluzioni, anche brutali, comunque repressive, necessarie per liberare la Francia dalla confusione e dal degrado: "Bouvier appartiene al vagabondaggio, al disordine, all'anarchia. E' un distruttore, bisogna eliminarlo. Bisogna ingannare i propri capi, i propri amici, i propri colleghi e i propri cittadini quando è per il bene comune e per l'onore!" Del resto "non bisogna privare la gente di un'esecuzione!" Un quadro spietato, senza sconti, per nulla didascalico o manicheo e purtroppo ancora molto attuale. Bouvier invece è un ex sergente, impazzito in seguito ad una cocente delusione amorosa, ridottosi a vagabondare, preso da crisi mistiche alternate a violente uccisioni di giovani pastorelle ed indifesi pastori, "obbligato a vivere in un esilio che se non altro Iddio mi ha concesso libero". Fedele solo a Dio di cui si sente "uno strumento creato di sua mano in vista di disegni che nessuno ha il diritto di conoscere" e a Maria "moglie di tutti quelli che non l'hanno", fervente anarchico tanto da proclamarsi "l'anarchico di Dio", rifiuta ogni autorità precostituita, perché "chi ci governa sono le canaglie e i pretacci". Fermamente convinto del fatto che "le idee quando sono giuste non sono fissazioni" e che "è sempre meglio essere uno squartatore che creare degli squartatori", si crede "un grande salvatore, o il più grande martire del secolo o un grande eletto del cielo". Un duro confronto reso prezioso dai due formidabili interpreti. Se Philippe Noiret, al terzo film con Tavernier, conferma di essere un gigante anche alle prese con un personaggio imperturbabile, privo di scrupoli, disumano e sordido, la vera rivelazione è il magnifico Michel Galabru, capace di evitare ogni possibile e gratuito eccesso nel tratteggiare il suo Bouvier e giustamente premiato con il Cèsar. Non tutto è a fuoco però: per esempio il personaggio di Rose, interpretata da una giovanissima Isabelle Huppert pare solo accennato ed il finale suona forzato, ambiguo e poco convincente (lo stesso regista lo ha dichiarato sbagliato, perché degno dei peggiori film di propaganda sovietica, ma l'entusiasmo della Huppert nel girare quella scena ha vinto le sue legittime resistenze). Tavernier però ha un grande senso del paesaggio, a partire dalla prima magnifica sequenza ambientata sulle innevate cime intorno a Lourdes, si conferma ottimo direttore d'attori, si affida a solide e mature sceneggiature, fornisce un affresco storico di notevole credibilità con accenni alle prime lotte sindacali e all'ingresso in politica anche delle fasce più umili della società. A volte ha solo il difetto di voler dire troppe cose. Basterebbe comunque la frase con cui Bouvier, prima della sua esecuzione, si congeda dal "traditore" Rousseau per segnalare l'importanza del film: "Sovente il tempo è un buon maestro e qualche volta il caso è un buon giudice!" Il film avrebbe dovuto concludersi qui: ne avrebbe guadagnato in incisività. 6 nomination ai César: film, regia, attore protagonista (Galabru) e non protagonista (Jean-Claude Brialy), musica e sceneggiatura per la quale Tavernier, Bost e Aurenche sono stati premiati.

Voto: 7+

 

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