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Nazarin

Regia di Luis Buñuel vedi scheda film

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carlos brigante

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La recensione su Nazarin

di carlos brigante
8 stelle

Che film ho visto e che film hanno visto tutte quelle persone che hanno potuto usufruire SOLTANTO della versione doppiata in italiano? Pare proprio che abbiamo assistito ad una visione "molestata" con dialoghi cambiati in diverse parti. Paola Lasci afferma più o meno questo nel suo saggio (all'interno di "L'OCCHIO ANARCHICO DEL CINEMA: LUIS BUNEL) definendo tale operazione una forma di censura per rendere il tutto più "politicamente corretto". Ma per chi? Semplice, per lo spettatore del tempo e per la morale cattolica. E dire che il buon Don Luis aveva quasi fregato questi ottusi cattolici in quel di Cannes, sfiorando il premio OCIC! Pare che Bunuel abbia anche confessato in seguito che si sarebbe visto costretto a suicidarsi se avesse ottenuto questo riconoscimento. Il regista spagnolo, infatti, porta sullo schermo (da un romanzo di Galdòs) la storia di Don Nazario, una sorta di personaggio a metà strada tra Gesù e Don Chisciotte. Don Nazario pare lottare proprio contro i mulini a vento della realtà malsana di tutti i giorni e ne esce sempre mortificato e sconfitto (nella fede e nell'animo), fino a giungere al punto di dubitare del suo operato. Sarebbe, però, estremamente superficiale credere che Bunuel volesse giungere solo a tale conclusione. La sconfitta dell'uomo/religioso Nazario è la sconfitta dell'intera fede cristiana seppur svincolata dall'ipocrisia borghese degli "alti" prelati. Il destino, o meglio il caso, è il vero motore dell'umanità e Nazarin è soltanto un "povero Cristo" accecato dalla propria fede (e dall'ingenuità).
Bunuel sin dal taglio dell'occhio in "Un chien andalou", ha sempre cercato una nuova via al "vedere", alla visione. Ha sempre cercato di fornire un "terzo occhio" allo spettatore "imborghesito" da una certa abitudine cinematografica. Ora fa aprire gli occhi anche a Nazarin, il quale esce da sconfitto dalla propria missione "salvatrice".
Bunuel costruisce quest'opera su un impianto narrativo lineare, o forse sarebbe più giusto dire apparentemente lineare, poiché le vie che vi si dipartono sono sempre dietro l'angolo dell'apparenza (visivo-espressiva). Il "realismo visionario" del suo periodo messicano è vivo e lucente (come la fotografia di Figueroa). L'ambiguità è sempre lì, palpabile. Il regista spagnolo non dà risposte, ma come i grandi maestri, pone domande, che lo spettatore dal "terzo occhio" deve saper comprendere. Ho letto alcuni stralci dei dialoghi originali, ma per avere un quadro davvero completo, dovrei rivederlo in spagnolo/messicano......spero presto

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