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Cane randagio

Regia di Akira Kurosawa vedi scheda film

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La recensione su Cane randagio

di lorenzodg
10 stelle

"Cane randagio" (Nora Inu, 1949) è una pellicola del maestro Akira Kurosawa: una prova registica che dopo decenni rimane integra, inalterata e indelebile al tempo. Il suo raccontare assolutamente vivo e puro al di là di messeinscene, traduzioni, culture e mondi. Un film di valore eccelso dove si coniugano in modo esemplare la bellezza dei valori umani con la contropartita di esseri diseredati e quartieri inospitali: una vita 'acerba' e 'amara' che il nipponico descrive e riprende con un tocco tutto suo e con uno stlle elegiaco e parimenti scarno e acceso nel linguaggio. Film altamente morale e di grande lezione.
Il poliziotto-dective Murakami (Toshirò Mifune) mentre viaggia in autobus viene derubato della pistola d'ordinanza. Raccontanto il fatto in centrale si rende conto che non è stato l'uomo che è sceso alla fermata (come lui credeva...inseguendolo) ma una donna che era vicino a lui nel mezzo affollato. Vede l'archivio degli schedati e trova il volto della donna: "E' lei le dico!". Va a casa sua e inizia con le domande ma lei è evasiva. "Io voglio solo sapere" dice Murakami. E poi la donna dice : "C'è un posto dove riciclano le pistole rubate...": non aggiunge altro.
Il poliziotto non si perde d'animo: segue e insegue la donna. Dove va lei, va anche lui; tra vie, negozi, entrate, uscite, mercanti e rioni l'investigatore cerca l'impossibile. Il caldo è asfissiante, si siede e s'addormenta: un poliziotto gli chiede i documenti e poi gli chiede scusa. Inizia a piovere e il detective non si perde d'animo ed entra nei quartieri popolari della città fino ad arrivare in un luna-park (24'). La donna del tiro a bersaglio lo prende in malo modo..."Vattene via o chiamo la polizia...".
Il detetctive appare perso, turbato e psicologicamente instabili: il suo volto imprime e riempie la scena deprimendo il percorso e l'ansia narrativa.
Kurosawa riesce benissimo ad usare il linguaggio del personaggio e i suoi silenzi con inquadrature ferme e morbide; inoltre avvinghia lo spettatore con lunghe carrellate su corse, uomini, vie e strettoie. La fotografia notturna scaglia nello schermo la nemesi continua di Murakami e dell'intorno vissuto.
Mentre si riposa vicino ad una fontana..si avvicina un ragazzo e svegliandolo gli dice: "Vuoi un giocattolo... ...Ti ho chiesto se vuoi un pistola... ...I soldi ce l'hiai?", " Ma il libretto del riso ce l'hai?". "Ce l'ho" risponde. E dopo gli dice il nome di un caffè e di presentarsi alle nove. (29')
Nel locale incontra una donna e riesce ad interrogarla in un vicino comando di polizia. Il caldo dilegua il suo ricordo e il detective chiede: "Hai trattato una Colt ultimamente?"; "E com'è una Colt" risponde lei facendo irritare Murakami. Alla fine lei parla: avaneva visto la pistola...e fregandosi di tutto dice (ridendo): "Tanto non ho paura della galera" (34').
Il detective riceve in centrale una sgradita notizia: "Ordinanza di riduzione dello stipendio per tre mesi"
La pallatola di un primo omicidio è la stessa che Murakami aveva sparato (per puro caso) ad un fusto du albero: la scientifica conferma. Ma questa notizia mette ancora di più in agitazione il poliziotto. Gli suggeriscono di passare dalla donna del ricettatore.
La donna veniva interrogata da un poloziotto di un altro distretto nella 'Stanza 4': tutto si svolge per alcuni minuti.
Intanto al detective Murakami viene affiancato il poliziotto Sato (Takashi Shimura): i due parlano di una Colt e di una rapina...e Murakami confessa: "Quella Colt purtroppo è mia" (46').
Kurosawa si spende con meccanismi di regia semplici e puliti e di una sobrietà alquanto inusuale per molti di oggi. Lo sguardo della camera è sempre leggero; non si nota mai un calcare la mano e una rappresentazione fuori-tempo dei personaggi; inoltre il montaggio serrato e parsimonioso ingantiscono e rendono viva la visuale della scena e di ciò che racchiude lo schermo.
Nel frattempo i due investigatori si spostano in uno stadio dove c'è un incontro di baseball (47').
"Il ladro ha rubato quarantamila yen... ...Tenterà un'altra rapina" pensando ai soldi che prima o poi finaranno, dice Sato.
"E' un cane randagio...diventa rabbioso o mi sbaglio" dice Sato guardando il volto di Murakami che risponde con un secco: "No!". In realtà il suo volto era diventato sempre più rigido e pieno di livore. Non riusciva a contenere minimamente la sua negatività.
Ad un certo punto aggiunge Sato: "Il ladro è qui" ed aggiunge: "Se è tifoso non si perde quest'incontro".
"Una goccia nel mare" (pensando ai cinquantamila spettatori).
Ma arriva la buona notizia; un gelataio riconosce il ladro e subito va a riferire ai due poliziotti.
Sato (pensando all'annuncio di un bambino perso nello stadio) dice di chiamarlo tramite l'autoparlante...'il signor...è desiderato all'entrata principale'.
Ma lo scontro con i poliziotti non fa terminare l'indagine.
Arrivano ad una donna e a sua fratello (Yusha). Incontrano un suo amico cameriere in un locale... e alla fine arrivano al nome di una ballerina (amica d'infanzia).
"Quando ha visto l'ultima volta Yusha?" chiedono.
Il quadro è desolante: povertà, baracche, case miserem donne facili, prostituzione e mercato di ruberie varie. Una città chiusa e disarmonica nei modi: nonostante questo il regista riesce a prendere, con mano felice, la realtà con 'peculiare-leggerezza' e 'silenzio-mesto' senza lasciare dietro nessun gesto vigliacco e parimenti spargendo una speranza sottile (fresca e di rugiada in ogni mattino che si rispetti...).
Al teatro la ballerina Harumi Namiki (Keiko Awaji) viene interrogata: "Conosce un certo Yusha?"; "Sì" risponde (71').
Poi non risponde più...ed inizia a piangere. Si accorgono che ricaceranno ben poco dall'incontro.
Mentre la giornata sta per finire (e il caldo è sempre insopportabile) l'investigatore Sato porta nella sua casa l'amico detective. I tre figli e la moglie rendono ospitalità.
Le tante tarhe appese...e ricordando il passato Sato dice: "...se penso al primo stipendio di 13 yen e mezzo"..."ho camminato tanto".
I due poliziotti si raccontano con grande slancio emotivo e Kurosawa riesce a penetrare nel loro dire e a toccare le corde dell'animo dello spettatore. con una semplicità e umilità disarmante l'ambiente familiare è 'descritto' con toni discreti e dimessi. Il quadro è di sana forza morale in un casa rudimentale, povera di cose e scarna ma, al contrario, abbondante di legami e ricca di affetto.
In una città martoriata da problemi sociali il quartiere popolare diventa una 'summa' di ambienti degradati e giri pericolosi. Kurosawa riesce a rappresentare il tutto con una classe unica: ostentazione annullata da una regia secca, elegante e poco compiacente.
"Dicono che non ci sono uomini cattivi" dice Sato durante la conversazione (75'). "Certe analisi lasciamole agli scrittori... ...Un crimine è sempre un crimine" conclude.
Murakami racconta la sua umile provenienza e per 'riscattarsi' è entrato nella polizia. Quando sta andando via, Sato chiama i suoi bambini per un saluto...ma i bambini dormono. L'inquadratura è su di loro con mamma e papà che osservano e l'amico poliziotto constata l'ammirazione (sembra "un campo di zucchero").
Il 'campo di zucchero' contraltare di un 'campo minato' che è fuori dai loro letti e dai loro sogni.
Arriva la notizia di una donna uccisa. Arrivano subito sul posto e Murakami chiede (quasi asserendo): "L'arma è la mia, vero?"; "Che differenza fa l'arma..." risponde Sato.
Il marito della donna è disperato: parla dei soldi e dei pomodori piantati dalla moglie. Non sa spiegarsi e non riesce a dire cose precise.
Alla centrale aspettano  i dati della Scientifica: arriva una telefonata. "La pallottola è mia, vero?" chiede in ansia Murakami. Risponde l'investigatore: "Chi ha sparato è Yusha." "Su vieni...,...Non è il momento di angosciarsi...,...Ha ancora cinque colpi...,...Calmati" conclude. (85')
"C'è un proverbio, ....dice che: "Un cane rabbioso segue sempre la strada diritta'..."; "La strada diritta di Yusha è una sola..." andrò da Harumi (la ballerina).
Un ragazzo del teatro dice che non si è fatta vedere e dà informazioni sulla sua abitazione. Vive con la madre (gentilissima); invece Harumi si ostina a stare zitta.
"Io ho il diritto di non parlare." La mamma scongiura la figlia di dire qualcosa su Yusha.
Da questo momento in poi i due detective si 'dividono' il lavoro. Sato per la città seguendo delle piste mentre Murakami rimane nella casa di Harumi.
"Il male è nel modo di oggi dove si ruba uno zaino ad un reduce" dice la ballerina. Intanto indossa un vestito regalo (rubato) di Yusha; la mamma è molto infastidita dal comportamento della figlia e in modo brusco riesce a toglierlo.
Il forte caldo viene interrotto da un temporale (99'); Sato gira la città tra bar, locali, alberghi con la pioggia incessante.
Intanto Murakami rivela ad Harumi: "La pistola che ha Yusha è mia."
Ed ecco che il detective Sato telefona da un albergo e chiede alla ballerina: "Dov'è l'hotel di Yusha?" (107').
Ma all'improvviso arrivano dei 'loschi' individui. Sanno i movimenti della polizia. Partono dei colpi di pistola e Sato rimane ferito.
Il 'viaggio' delle indagini dei due detective viene giocato da Kurosawa con un parallelismo fitto ed elegante; il montaggio regge le fila ai vari volti e alle loro paure.
Intanto Sato è in ospedale: le sue condizioni sono gravi. Murakami non si dà pace: "E' stato ferito con la mia pistola". E' disperato, il suo volto schiuma rabbia e livore, disperazione e paura: teatralità massima con una immedesimazione nel 'reale' gioco della vita.
Grida più volte: "Signor Sato non può morire...". E' completamente affranto dietro la porta della camera del suo amico (Kurosawa evita scene ulteriori della sofferenza del detective).
Harumi arriva in ospedale e dice a Murakami il luogo e l'ora dell'incontro con Yusha. E' alle sei. "Ha ancora tre colpi."
Arriva al posto con spavento, paura e titubanze di un animo perso. E' inutile dire e constatare la strepitosa bravura di Mifune nel dare le sensazioni interiori del personaggio.
Ed ecco un grosso problema gli si pone davanti: lui non ha mai visto Yusha, non conosce nulla. Ed ecco una frase gli torna in mente a proposito del vestito bianco ecc. Poi sempre più inquieto pensa al temporale e a eventuali scarpe e vestito infangati...La cosa gli è molto più chiara...e davanti ai suoi occhi  arrivano le scarpe dei presenti (una carrellata 'paralizzante' e infuocata di terrore -qui viene in mente la 'sfilata di stivali' in "Duel" di Spielberg..quando Mann entra nel bar e vuole riconoscere gli 'stivali' del 'suo' camionista...ma non riesce a capire bene anzi niente -mentre i fitti pensieri ne torturano la mente-)...tutti i presenti...fino a quelle di...: ed
ecco arriva la figura di Yusha. Il ragazzo e il poliziotto si fissano con occhi sbarrati; Yusha punta la pistola (115'): non riesce subito a scappare e l'unico gesto è quello più immediato...(il caldo fa ansimare il corpo e l'animo del 'cane randagio').
Ed ecco che Yusha, dopo aver guadagnato un po' di tempo nel puntare la pistola, scappa dal locale. Murakami, disperato, corre dietro con grande foga. Spara un colpo (a vuoto) e una donna sente (o crede di sentire) ma ritorna alle sue cose.Tra i campi e i fiori di una palude il polizziotto raggiunge Yusha (che  spara gli ultimi colpi vanamente) e con forza prende il suo corpo: tutti e due cadono per terra. Il ragazzo comincia a piangere e urla (120'): si sente solo e sconfitto.
La sequenza dell'inseguimento con il gioco delle luci, della vegetazione e dei  corpi dei due è veramente  'geniale': senza misura alcuna ma con inquadrature da dietro e davanti (in campo lungo) fino alle facce opposte (con fermi-immagine), tutto appare semplice e nello stesso tempo essenziale. La luce ultima verso il viso di Yusha (che filtra tra la vegetazione paludosa) è metafora viva di una morte che percorre tutto il film. Le pallottole sono finite come ogni inseguimento che si rispetti (un poliziesco che si rispetti deve 'per forza di cose' tener conto della 'scuola' del nipponico: con poco -e senza far vedere il futile- si ottiene un grande esempio di cinema).
Scena ultima: in ospedale Murakami incontra Sato che dice all'amico: "Trova sempre il buono delle cose"...mentre gli consiglia "cerca di dimenticare...".

Kurosawa eleva il suo cinema in alto con una storia immediata e cadenzata, dove il buono arriva comunque nononostante le sporcizie umane e il degrado morale della società. Un 'neorealismo' di grande intensità che rimane integro e pulito ancora oggi (il rubare un oggetto importante -la pistola- fa da paragone a un altro oggetto importante -la bicicletta- nel film di De Sica "Ladri di biciclette" uscito l'anno prima).
Si ricorda la sceneggiatura dello stesso Kurosawa con R. Kikushima; musiche di F. Hayasaka bellissime (da ricordare che ha eseguito più colonne sonore di opere di Kurosawa come "Rashòmon", "Vivere", "I sette samurai").
Thoshirò Mifune è di una partecipazione ammirevole: un vero portento il suo stare davanti alla macchina da presa. L'attore per il nipponico è il vivere dentro la testa del suo 'fedele' amico: ciò che resta è la spaventosa semplicità del tutto (per fare un capolavoro...).
Voto: 10.

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