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Desiderio del cuore

Regia di Carl Theodor Dreyer vedi scheda film

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alan smithee

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La recensione su Desiderio del cuore

di alan smithee
8 stelle

Desiderio del cuore ovvero: le differenti, varie sfaccettature dell'amore, che travalica dall'attaccamento paterno ad una vera e propria passione fisica che si trasmette nel risultato eccellente di opere d'arte in cui la persona amata viene posta al centro, come fulcro dell'opera stessa.

Il celebre pittore Zoret ha adottato un suo affezionato allievo di nome Michael, non solo perché gli ha sempre voluto bene, ma anche perché ne è sempre stato attratto in maniera evidente, e questo attaccamento si è tradotto nell'artista in una ispirazione che lo ha reso tra i più celebri della sua epoca.

Inoltre l'uomo, per sua stessa confessione, ha deciso di procedere all'adozione per colmare una lacuna per lui incontenibile rappresentata dalla circostanza di morire senza eredi legittimi che in qualche modo possano continuare, seppur non consanguinei, una genealogia e una stirpe.

Michael, giovane pupillo del maestro, interpretato dall'allora 22enne Walter Slezak

 

Ma l'attaccamento del maestro al suo pupillo è chiaramente, seppur non dichiaratamente, fisico, oltre che affettivo, e questa circostanza, se da un lato lusinga e facilita la vita dell'allievo, che campa negli agi che diversamente la vita mai gli avrebbe riservato, dall'altro lo espone ad una situazione di imbarazzo, alla quale si sottrae una volta che conosce e diviene amico di una giovane ed intrigante ereditiera russa, la principessa Zamikoff, conosciuta a casa del padre adottivo nei lunghi momenti contemplativi in cui il pittore si accingeva ad ultimarle il ritratto. Un'opera che tuttavia tarda ad ultimarsi: il maestro sembra in crisi, dato che non gli sfugge la circostanza dell'attaccamento del suo pupillo alla giovane, ed intuisce anzi che lo sta perdendo.

Quando il ragazzo si offrirà di completare il disegno degli occhi, a cui il grande pittore non riusciva a trasmettere la necessaria ed ormai nota linfa vitale, ecco che l'artista si convince, non a torto, di aver perso per sempre il ragazzo.

Ritiratosi dalle scene, solo, visto che Mikael si trasferisce nella villa della nobildonna russa campando pure li di rendita, al pittore non resta che crogiolarsi nel rimpianto, fino ad ammalarsi prima psicologicamente, poi pure fisicamente, allietato solo in parte dalla compagnia del fedele maggiordomo silenzioso e barbuto, e del giornalista e caro amico disinteressato Swift, che lo assisterà sino alla morte.

Dreyer gira in modo sontuoso un melodramma quasi avvincente e dalle tematiche scottanti, anzi scandalose se solo fosse stato concepito trent'anni più avanti.Nel '24 invece la germania era attraversata da una vitale corrente del movimento omosessuale, ancora lontano dall'essere sbaragliato dall'avvento nazista; circostanza per cui il film si poté concepire senza ricorrere a tendenziose velature, ma spesso andando dritti all'apice della circostanza emotiva che la coppia condivide o si ritrova a vivere, seppur in modo contrastato.

D'altronde neppure il figlio adottivo nega mai di non essere al corrente dell'affetto sconfinato ben oltre l'amore filiale che il suo patrigno prova e vive nell'arte a cui dà vita.

La fine del film si risove nel più triste e melodrammatico dei modi: un padre morente e solo che scrive al figlio, e gli lascia in eredità ogni sua proprietà, metre quest'ultimo si crogiola tra gli ozi di un amore interessato con la ricca russa, che, tendenziosamente, le occulta la missiva in cui lo si avverte della imminente morte del suo maestro.

La frase finale struggente "Ora posso morire perché anch'io ho conosciuto un grande amore" riesce a rivelarsi potente ed emozionante, come tutto il film, quasi centenario, girato con grande dinamismo e una recitazione certo molto imperniata sulle espressioni facciali (la tecnica espressinista tipica del cinema muto), ma mai resa goffa da gigionismi incontrollati frequenti in quel periodo di albori cinematografici.

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