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Ferro 3. La casa vuota

Regia di Kim Ki-duk vedi scheda film

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La recensione su Ferro 3. La casa vuota

di Stanley42
9 stelle

"Difficile dire se il mondo in cui viviamo sia una realtà o un sogno". L'amore secondo Kim Ki-duk raccontato attraverso un film splendido. Ferro 3 non è solo il nome di una mazza da golf, ma il simbolo della pellicola e sinonimo di fuga, amore, morte, dolore, gioia, libertà.

Lee Seung-yeon, Jae Hee

Ferro 3. La casa vuota (2004): Lee Seung-yeon, Jae Hee

 

In un mondo dove la parola ha perso il suo valore, l’unico modo rimasto di comunicare sembra essere il silenzio. Kim Ki-duk costruisce il suo personalissimo dramma zen sull’amore proprio intorno a questo concetto: non parlano mai fra di loro i due protagonisti, ma si capiscono alla perfezione e i gesti che compiono l’uno per l’altra denotano una purezza di sentimenti non ravvisabile in nessun altro rapporto all’interno del film, dove tutte le altre coppie presentate finiscono inevitabilmente per litigare, come se la parola avesse questo terribile effetto.

 

Ma Ferro 3 non parla solamente del dramma, tutto contemporaneo, dell’incomunicabilità ma affronta con una poeticità e delicatezza non comuni anche altre tematiche, a partire dal folgorante incipit: Tae-suk è un perfetto nessuno pieno di identità, quasi disumano nella sua imperturbabilità, che passa da una casa all’altra ma senza l’intenzione di rubare o di spiare le vite degli occupanti. Ciò che il giovane cerca è una pace interiore, che riescono a dargli solo spazi vuoti vissuti da altri, pessimistica metafora dell’impossibilità nel mondo moderno di poter trovare un qualche sollievo a contatto con i propri simili. Ironia della sorte, la donna di cui si innamora è invece profondamente umana, ma il desiderio di evasione dall’infelice vita che la tormenta fa si che tra i due si stabilisca un legame solido e indissolubile. Da quel momento inizia la fuga dei due amanti da una realtà squallida e tremendamente opprimente, che invita lo spettatore a seguire i loro spostamenti, fatti di soli gesti, in modo che a parlare siano le immagini e non i personaggi.

 

Ma ciò che il film riserva dalla sua seconda metà in poi è assolutamente sensazionale: quello che vediamo è reale oppure no? I due sono fuggiti sul serio? Ma soprattutto, la domanda più importante: chi è davvero Tae-suk? A questa domanda Kim Ki-duk non vuole di certo rispondere, ma lascia allo spettatore la libera interpretazione di quello che accade: il giovane protagonista sembra si liberi della sua forma corporea e dopo una sorta di ricognizione nelle case visitate, per sincerarsi del proprio lavoro, eccolo ricongiungersi per sempre alla sua amata, riuscendo a rendere poetica ed indimenticabile una bilancia. Chi è Tae-suk? Troppo riduttivo sarebbe accostarlo ad un banale fantasma. Piuttosto ad un angelo custode, che veglia su tutti noi e dona a ciascuno la speranza più grande: quella di crederci ancora alla fine di dure giornate.

 

Non è facile rendere credibile una storia dai contorni così sfuggenti e poco chiari, ma Ferro 3 riesce, con la delicatezza che solo gli orientali possiedono, a far breccia nel cuore dello spettatore e a scavare nella sua interiorità, lasciandolo alla fine senza fiato e purificato nell’animo. Nulla risulta banale e l’irrealtà delle situazioni narrate è esposta con una tale sensibilità da risultare più credibile della realtà stessa.

 

Un dramma sulla solitudine, non solo esteriore, a cui Kim Ki-duk vuole dare una rappresentazione e delle possibili vie d’uscita, che si fa muto per esaltare al massimo gesti all’apparenza insignificanti ma che qui (è proprio il caso di dirlo) valgono più di mille parole.    

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