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Ferro 3. La casa vuota

Regia di Kim Ki-duk vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Ferro 3. La casa vuota

di giuvax
10 stelle

Quello di Ferro 3 è indubbiamente un percorso, forse un percorso circolare di cui non ci si rende conto se non alla fine, però un percorso.

A meno di quindici minuti dall’inizio sono già con gli occhi lucidi, anche se non sono gli occhi lucidi da scena drammatica.

Non c’è crescendo, non c’è pathos. Non ce n’è nel dramma che genera questi occhi lucidi. In altre parole, non è un tipo di dramma che si costruisce lentamente e consapevolmente e alla fine culmina in qualcosa che genera commozione.

C’è, invece, qualcosa che incredibilmente, nello spazio di una frazione di secondo, fa lanciare un urlo al cuore, ed è un urlo di disperazione. Il mio e il suo.

Un ragazzo piazza volantini pubblicitari sui portoni delle case.
Ora, mi sembra di assistere a una lezione di regia, a una lezione di scrittura, ma mi spiego meglio.

Il suo è ovviamente parte di un lavoro, ma non lavora per un ristorante che vuole farsi pubblicità, e questo lo intuiamo dalla seconda scena, in cui passa davanti a un portone che reca un volantino diverso e, trovandolo evidentemente intatto, lo strappa. Lo strappa evidentemente perché può, cioè perché è lui stesso che l’ha messo, quindi abbiamo appurato che non lavora per un dato ristorante ma fa volantinaggio. Attenzione, non sono passati nemmeno pochi minuti, e possiamo intuire che la scelta del volantinaggio non è solo quella di un’attività come un’altra, ma è funzionale al suo scopo, che apparentemente è quello di forzare la serratura ed entrare nell’appartamento dalla cui porta ha strappato il volantino.

Sì, la domanda è banale, ma la farò lo stesso: allora è semplicemente un ladro?

Risposta tecnica: se ti inquadro oggetti di valore e ti faccio vedere che il ragazzo non li tocca, capisci che non entra nelle case per rubare; anzi, quasi quasi per dartene la conferma ti faccio anche vedere il momento in cui se ne va, senza portare nessun oggetto con sé.

E subito, allora, cominciamo a provare stima per il ragazzo: perché nel giro di poche scene comprendiamo il suo scopo, che è l’assenza di un vero e proprio scopo. Comprendiamo che entra, vive, e va via. Comprendiamo che a suo modo dà qualcosa in cambio di quello che riceve, in cambio delle vite vissute che sfiora per un giorno o due: e allora, banalmente lo vedremo fare cose che crede possano servire agli inconsapevoli ospiti, aggiusta oggetti, lava i panni. E se nella prima casa ci sfiora l’idea che stia lavando i propri, nella secondo lo vediamo lavare e appendere un reggiseno, e abbiamo quindi la certezza che il suo sia un puro atto di reciprocità.

Sulla sequenza della seconda casa, in cui trova, infine, la donna silenziosa e picchiata dal marito, ci sarebbero pagine e pagine da scrivere.

Ma mi limito a dire perché questa sequenza è da occhi lucidi e da brivido di un istante.

In questa prima manciata di minuti, noi sentiamo un crescendo: è, a suo modo, un crescendo di amore, un crescendo di positività, un crescendo di vita civile (può essere civile uno che ti entra in casa e usa il tuo spazzolino? Evidentemente sì.). Non possiamo limitarci al dato che lui fa qualcosa che non si dovrebbe fare,e cioè violare la proprietà. Non possiamo essere così superficiali. Di fatto, lui entra in una casa altrui ritenendola disabitata, eppure non fa del male a chi la abita, come, al contrario, vediamo fare al legittimo proprietario.

E lo stesso discorso si presenta, com’è normale che sia, nella prima casa: lui, inserito in un’abitazione, ne trae piacere, mentre chi ci abita (come vediamo quando la famiglia torna) assolutamente no (“questo viaggio è stato un inferno”).

Ora, in questo lasso di tempo, questi primi quindici minuti, noi non sentiamo quasi nemmeno una parola. Qualcuna sì, e ha un fortissimo significato. Ascoltiamo una segreteria nella prima casa, qualche scambio di battute astiose nella medesima, al ritorno dei legittimi inquilini, e poi di nuovo un contatto telefonico, quello del marito della donna della seconda casa, che la chiama più volte incitandola a venire al telefono. Il che però non spinge il ragazzo a pensare di non essere solo, perché in fondo, lui sta ascoltando pur sempre una voce esterna, una voce non presente. E sul rapporto voce – silenzio, assenza – presenza, ci sarebbe tanto da dire (storia e narrazione, audio e video, come differenti vettori di informazioni, con differenti significati e valori, spesso e volentieri in netto contrasto).

E qua c’è esattamente lo stesso spunto: voce vuol dire presenza e silenzio assenza? Parrebbe esattamente il contrario. Ma non voglio disperdermi. In fondo fin qui ho visto solo i primi quindici minuti.

Dicevo, perché sono occhi lucidi in un solo istante: perché la sequenza è un crescendo di amore, inteso come moto al contatto con altri esseri umani. Lui non vuole dar fastidio (sposta immediatamente la moto dall’uscita di un garage privato), non vuole rubare (guarda ma non tocca) non vuole far danno (anzi rimedia per quanto può ai piccoli problemi altrui). Vuole qualcosa ancora da definire, e lo cerca in vite altrui. E noi ci entriamo dentro per gradi, imparando a guardare le cose coi suoi occhi. E nell’istante in cui lei risponde al telefono, e poi caccia l’urlo, improvvisamente è come se avessimo fatto una lenta passeggiata e svoltando da una parte, sbattessimo contro un muro in piena faccia. In un istante i due moti opposti si scontrano, quello positivo di lui, e quello negativo di lei, del rifiuto, del disgusto, del dolore, dell’odio. In quell’istante ci fa male esserci in così poco tempo affezionati a lui, perché questo ci ha lasciato il fianco scoperto, ci ha resi ingenui di fronte alla violenza che subisce lei. E in un istante, in quell’infinito istante in cui percepiamo cosa davvero ci deve essere sotto tutta quella situazione, ci sembra impossibile non cacciare un urlo come il suo, per dire basta a denti stretti.

Quel dolore accecante ci sembra ancora più insostenibile perché nei pochi minuti precedenti siamo stati velocemente toccati da un moto opposto, e due onde provenienti dai lati opposti del lago si sono scontrate al centro, e frantumate l’una sull’altra.



Simboli, simboli, simboli dappertutto: il marito le avrà anche fatto le foto, ma è lui, il ragazzo, che le bagna e poi le stira e le asciuga con devozione. Il ferro da stiro è quanto di più forte, dal punto di vista metaforico, si potrebbe trovare. Lui le passa un alito caldo addosso, sulla faccia, la protegge, la salva dall’incuria, dall’abbandono e dalla distruzione. Strati su strati: l’immagine di lei, e l’immagine dell’immagine di lei, e una delle due inevitabilmente tradisce la realtà. Il marito la fotografa bella, poi la picchia fino a deturparle quello splendido viso.

E poi: la semplicità, la pulizia, la purezza dello sguardo.

Lei lo segue, di nascosto, e le parti per qualche momento si invertono. Poi, prova a farsi vedere, seguendolo e rimanendo in posizioni in cui onestamente è davvero ben visibile, e in cui ci si stupisce che proprio lui, non si accorga di nulla.

Infine si fa scoprire, presente e voyeur (voyeuse? Qualora il termine si usi…) nella sua stessa casa, nell’istante in cui le sembrerebbe di essere davvero importuna, cioè quando lo vede masturbarsi nel suo letto: e, come noi, non vuole vederlo, perché non vuole dargli la sensazione di stare là nascosta, o almeno non più. E l’incrocio dei due sguardi ha del sublime, perché dall’espressione di lui capiamo la sua genuinità, la sua essenza: e non è stupendo riuscire a vederlo nel momento che a un occhio superficiale e rozzo sembrerebbe paradossalmente il momento più prosaico? In fondo, la situazione di lei è alterata, ed è disturbata, e noi potremmo pensare, insieme a lei, che lui sia qualcuno mandato dal marito a controllarla, per quanto ne possiamo sapere. Chi ci impedisce di ipotizzarlo?

E quell’urlo: non è, infatti, solo un urlo contro il marito, ma anche un urlo con il ragazzo, cioè un gesto teso a cacciare l’uno e trattenere l’altro. E infatti lui prima se ne va, poi torna indietro (e anche piazzarlo su un bivio non solo psicologico è una scelta registica davvero favolosa).

E rimane talmente forte il divario netto che si crea tra voce e silenzio, che ho quasi il timore di quando cominceranno a parlare. Ho quasi paura che anche loro tornino a far parte del mondo normale, in cui la parola vuol dire falsità, vuol dire maschera, vuol dire sopruso.

Ma infatti lui prosegue senza parlarle, comunicandole con simboli. Oppure nella stessa identica maniera utilizzata dal regista con noi stupidi spettatori: mostrando e basta.

Ma, Dio, non posso non dire che diversi occhi lucidi mi vengono quando comincia la loro… si può chiamare convivenza? Beh, è una vita insieme, è sempre sotto un tetto condiviso benché non sia il medesimo tetto ogni giorno che passa. Mi vengono occhi diversamente lucidi quando inizia la loro convivenza e finalmente la vedo sorridere. Mi verrebbe da abbracciarla se fossi lui, ma so che lui non lo farà, così come non le chiede mai nulla, e aspetta di capire, come se lei fosse un bambino, o un piccolo cucciolo di cui capire i segnali.
E più passa il tempo più è inevitabile che prima o poi le parti si invertano, ed è così doloroso, ma necessario. Perché sappiamo dall’inizio che è tutta una questione di dare qualcosa e ricevere altro in cambio, ed è bello, perché è spontaneo. E io a metà film ho quasi la certezza che non parleranno mai, o che almeno non li sentiremo mai, come non li sentiamo parlare per spiegare cosa fanno e chi sono quando vengono scoperti, in una casa. Anzi, sono convinta che se il regista sceglierà di farli parlare, sarà in un’occasione davvero particolare, che giustificherà l’uso della voce e, anzi, le ridarà significato. (Da notare che a metà film anche l’ipotesi che il ragazzo sia muto si dissolve, dal momento che lo vediamo rispondere al telefono, nonostante poi decida di non parlare).

Ma d’altronde non è importante, perché sono altre le cose che li legittimano come coppia, qualsiasi cosa questo voglia dire. Sono le cose quotidiane che fanno insieme, è l’accostarli in parallelo ad una foto (quasi identica a loro) che ritrae due coniugi. È, in fondo, l’effettiva entità di quanto si scambiano. Non altro.

E quando di nuovo le parti si invertono, fa sempre più male, perché è vero che a noi che guardiamo risulta incomprensibile il suo / loro silenzio (e anche come lei si sia subito adeguata a queste regole senza batter ciglio) ma è anche vero che si fa presto a ripiegare sulla violenza, anche senza apparente motivo.

 

Mi fermo perché davvero non voglio raccontarlo tutto.

Ma su una cosa avevo ragione: quando la voce entra, entra alla grande. E rimbomba per tanto tempo, e non nelle orecchie.

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