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Semaforo rosso

Regia di Mario Bava, Lamberto Bava vedi scheda film

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La recensione su Semaforo rosso

di undying
8 stelle

Teso e drammatico thriller on the road, diretto da Mario Bava in stato di grazia. Realizzato nel 1974 come Cani arrabbiati, è rimasto inedito sino al 1995, quando grazie all'interessamento della stessa protagonista (Lea Lander) ne è spuntata una copia modificata con il nuovo titolo di "Semaforo rosso".


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Quattro malviventi, durante una rapina, provocano due morti. Per sfuggire alla polizia sequestrano una donna di passaggio, Maria (Lea Lander). Mentre sono in fuga, su un'automobile, uno di loro viene ucciso, centrato da un colpo di pistola dalle forze dell'ordine. Per far disperdere le tracce, i tre sopravvissuti - il Dottore (Maurice Poli), Bisturi (Aldo Caponi) e Trentadue (Luigi Montefiori, il rif. numerico rimanda a John Holmes) - decidono di cambiare vettura, obbligando il conducente Riccardo (Riccardo Cucciolla) - che stava accompagnando un bambino ammalato all'ospedale - a fargli da autista.

 

"Nessuno meglio di lui racconta una storia attraverso le immagini. Il cinema è sensazioni, cariche ed emotive. Un'immagine che sa colpirti forte è già una storia."

(Tim Burton su Mario Bava)

 

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Semaforo rosso: Maurice Poli, Luigi Montefiori e Lea Lander 

 

Premessa

 

Questa recensione, compresa la valutazione, si riferisce alla versione montata nel 1995 con il supporto dell'attrice Lea Lander, il cui doppiaggio è stato curato da Renato Cecchetto. Versione sostanzialmente diversa da quella realizzata nel 2002, circolante con titolo di testa Kidnapped, penalizzata da un diverso montaggio, con scene aggiuntive non girate da Mario Bava e priva della colonna sonora originale di Stelvio Cipriani.

 

Da tempo Mario Bava cercava di raccontare una storia "tesa" e drammatica, non esclusivamente horror, che prendesse le distanze dal cinema gotico e in costume, del quale è diventato il massimo (in termini di qualità) esponente. Personaggi realistici, con comportamenti pericolosamente antisociali, che agiscono in piena luce del giorno in una città moderna: questo propone Cani arrabbiati, scritto inizialmente con il titolo di "L'uomo e il bambino", su contributo dello stesso Bava assieme a Alessandro Parenzo e Cesare Frugoni, autori influenzati principalmente da un racconto omonimo d'appendice a firma Ellery Queen, pubblicato nella celebre collana dei "Gialli Mondadori" e vagamente anche dal thriller d'atmosfera Ore disperate (William Wyler, 1955). Cani arrabbiati è un film tesissimo, che si svolge quasi interamente all'interno di un'automobile, in anticipo sui tempi per carica destabilizzante, per la messa in scena di personaggi privi di scrupoli, senza sentimento e insensibili al richiamo della coscienza. Opera pessimista, dove i migliori (non a caso donne e bambini) e i più sensibili sono costretti a soccombere di fronte alla ferocia dei loro più spietati simili, nel rispetto del concetto filosofico "homo homini lupus", tanto caro a Thomas Hobbes. Al solito Bava si trova ad operare con un budget risicato e mezzi limitati, sfruttando il tratto autostradale Roma-Civitavecchia. Il cast, con eccezione dei bravi Cucciolla, Lander e Maurice Poli, è composto da volti noti, talvolta però poco convincenti e spesso responsabili di una deriva al limite del trash (retoriche e forzate appaiono le espressioni di George Eastman e del cantante Don Backy). Migliori, invece, figurano i contributi del cast tecnico: dall'aiuto regia di Lamberto Bava, alla bella fotografia (opera dello stesso regista, costretto per carenze economiche a sostituire Emiliano Varriano), finendo con il fondamentale contributo di Stelvio Cipriani, autore della suggestiva colonna sonora. Per via di problemi legati al dissesto finanziario del produttore Loyola, il film raggiunge compimento oltre vent'anni dopo, restando cioè inedito sino al 1995 quando, grazie al coinvolgimento della stessa interprete Lea Lander, viene recuperata e montata arbitrariamente una copia del girato intitolata Semaforo rosso, per essere poi presentata al "Mifed" di Milano e, l'anno seguente, al "Brussels International Film Festival". Semaforo rosso - titolo che rimanda al momento in cui Cucciolla, fermo in macchina a un semaforo, è costretto ad ospitare sul mezzo i malviventi - viene in seguito distribuito finalmente anche nel mercato home video, trasmesso in televisione, ospitato persino alla "Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica" (Venezia, 2004), ma circolando in cinque o più versioni (con o senza prologo virato in rosa e dal finale più o meno tagliato) e finendo per essere ulteriormente modificato nel 2002 dal figlio del regista (Lamberto) e dal produttore Leone, che per l'occasione ricorrono a una diversa colonna sonora, a un nuovo doppiaggio, realizzando inoltre scene girate ex novo destinate principalmente al mercato americano, nel quale questa variante rimanipolata (la peggiore) viene distribuita come Kidnapped, ed è la stessa che circola in streaming su Amazon.

 

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Semaforo rosso: Aldo Caponi, Luigi Montefiori e Lea Lander 

 

Le iene e Cani arrabbiati: nessuna correlazione 

 

Il film di Bava, all'estero, è circolato come Rabid dogs e Wild dogs. Quentin Tarantino, dichiarato cultore del cinema di genere italiano (del poliziesco in particolare), potrebbe avere volutamente citato (girando Reservoir dogs), con assonanza di titolo, l'opera (all'epoca) sconosciuta di Bava. Alcune curiose somiglianze tra Cani arrabbiati e Le iene, tipo l'inizio aggressivo e la situazione claustrofobica causa di conflitto tra gli stessi rapinatori, sono però solo frutto di coincidenza, dato che il film di Bava è stato rilasciato in anteprima nel 1995, mentre Le iene è del 1992. La conferma arriva dalle parole dello stesso Tarantino, in merito alla domanda: "Può togliere un dubbio a molti spettatori e critici? Esiste una relazione tra il suo Le iene e Cani arrabbiati di Bava?"

 

Tarantino: "Certo che c'è: quando ho girato Le iene, non avevo ancora visto Cani arrabbiati, perché non era mai stato montato. Infatti, anche se è stato girato negli anni '70, è stato completato solo nel 1995-96. L'ho visto solo dopo e ricordo che, uno dei primi esperti che ha recensito il film in America, l'ha fatto con dei titoli che li facevano sembrare dei sequel di film di exploitation americani. Reazione a catena uscì nel circuito dei drive-in come Last house on the left 2 (L'ultima casa a sinistra 2, n.d.r.), mentre Shock fu chiamato Beyond the door II (Chi sei? II, n.d.r.). Quando uscì Cani arrabbiati qualcuno disse: Le iene fosse uscito negli anni '70, Cani arrabbiati sarebbe potuto uscire nei drive-in come Le iene II. Che onore per me! Comunque non sapevo che Bava avesse fatto un poliziesco, per cui vederlo alle prese con un film del genere mi ha dato un'emozione molto intensa. E Cani arrabbiati è stupendo." [1]

 

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Semaforo rosso: Aldo Caponi, Luigi Montefiori e Lea Lander 

 

Don Backy, i limoni neri e i cani arrabbiati [2]

Ricorda l'attore Aldo Caponi a proposito del film:
"Questo personaggio si chiama Bisturi. Io non avevo un'idea precisa di come realizzarlo, mi rifeci un pò a un personaggio di un film precedente, che si intitola 'E venne il giorno dei limoni neri'. In questo film facevo il personaggio di un siciliano; anomalo però perché nell'immaginario collettivo i siciliani erano tutti neri, bassi, coi baffi e con la coppola. Io invece feci il siciliano biondo, senza baffi e un pò strano come carattere. Lì (in Cani arrabbiati, n.d.r.), che invece ero protagonista, dissi: 'Ecco adesso sviluppo quel personaggio là. Uno schizofrenico con manie di coltello'. In quest'auto eravamo Luigi Montefiori ed io. Davanti si metteva la macchina da presa con i fari addosso. Eravamo nel mese di agosto, dentro alla macchina coi vetri chiusi: tipo 50 gradi fahrenheit ... una roba da non riuscire a connettere. Quando ci fermavamo Luigi rompeva un pò le scatole e mi punzecchiava e faceva....
'Già non ce la faccio più, poi ti ci metti pure te a rompere le scatole. Se la smetti bene, se no lo vedi questo? Ti do una coltellata... t'accoltello! Se mi fai scappare il raptus io ci sta che ti dia una coltellata! Stacci attento...' 

Gli diedi una coltellata nello schienale... con lui a mezzo metro.

Montefiori: 'Mario... questo è pazzo... io non ci giro più insieme...'
Allora viene Bava, un personaggio spassosissimo, si affaccia al finestrino e fa: 'Quello ha fatto così... tu gli rompi i coglioni...'
E, lì per lì, Mario si inventa una canzoncina un pò sboccata: 'Attaccati al cazzo... attaccati al cazzo.. attaccati al caaaa...'
A questo punto, sbragò lui, e sbragai io e ci riportò nella dimensione giusta."

 

cani-arrabbiati-1Semaforo rosso: Aldo Caponi/Don Backy


Parla George Eastman, ovvero Luigi Montefiori [3]

"Cani arrabbiati: grande film! È stato un film estremamente faticoso, perché si doveva girare tutto dentro una macchina, su un pezzetto d'autostrada chiusa che ci avevano dato. È stata dura. Bava sul set era grande... prima di tutto perché non perdeva mai la pazienza; ogni tanto dava una strillata, però devo dire aveva già una sua età: aveva un'energia incredibile. Io dicevo: 'Fatevi pagare subito, perché non li vedete più i soldi'...Infatti non li hanno mai più visti, i soldi..."

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Semaforo rosso (1974): scena

 

Critica

 

"E' possibile che Bava e i suoi collaboratori non abbiano mai sentito parlare di Two-lane blacktop, inedito in Italia, girato tre anni prima da Monte Hellman? Sì. Ma la vera questione davanti a questa cinica, sporca, sanguinaria e claustrofobica odissea di rapinatori e ostaggi, è come diavolo Cani arrabbiati abbia potuto prefigurare freddamente niente meno che il sequestro di Aldo Moro e il clima marcio di questa celebre storia di terroristi che sarebbe avvenuta nel 1978?"

(Lorenzo Cadelli) [4]

 

"Da sempre Bava si era sentito stretto nell'horror, e pensava di realizzare soggetti di ambiente contemporaneo, più duri, adatti ai tempi e a esprimere la sua visione della vita, anche al di fuori dai generi (...) Fermo restando che non ne abbiamo ancora visto la versione non dico filologica ma anche solo accettabile di 'Cani arrabbiati', penso che sia uno dei risultati più personali del cinema baviano... Il finale più attendibile è quello del dvd tedesco, con Cucciolla che si allonta dopo aver accertato che il bambino nel bagagliaio è ancora vivo. Mi sembra accettabile la sequenza girata da Blumenstock per i titoli di testa del dvd 'Lucertola'. Ma giudico goffe e inaccettabili le interpolazioni e le scene nuove girate da Lamberto Bava e da Leone. Magari con le migliori intenzioni... ma solo il fatto di avere tolto la musica d'epoca di Cipriani è uno scempio. Mi stupisco che nessuno abbia mai pensato di far doppiare il film dai suoi interpreti... e all'epoca del primo doppiaggio di Cecchetto [5] c'erano ancora tutti."

(Alberto Pezzotta) [6]

"Claustrofobico incubo on-the-road, questo titolo segna una decisa virata verso il realismo da parte del più osannato tra i maestri dell'horror italiano: Mario Bava. Poco nota in patria perché edita due decenni dopo la realizzazione, l'opera si presenta come un concentrato di cruda violenza, colpi di scena e feroce bastardaggine: cocktail votato all'intrattenimento in grado di fare cassa all'epoca quanto di ispirare i massimi esponenti del prolifico filone/carrozzone del pulp moderno. Inutile quanto imbarazzante sottolineare le assonanze tra 'Rabid dogs' (questo il titolo inglese) e 'Reservoir dogs' (Le iene) di Tarantino, che si può considerare a ben donde un ispirato e ironico remake del film di Bava. Girato quasi interamente nell'abitacolo di un auto, Rabid dogs è duro da digerire, volgare al limite del sopportabile, sporco e sudato come i protagonisti, cani rabbiosi e famelici. Il titolo, affondando le mani nell'improponibile, offre un intrattenimento malsano ma efficace, scandito da ritmi e sequenze care al cinema di Bava, che non si smentisce nell'esprimersi senza inibizioni di sorta. Sprezzante, disturbante, a tratti insostenibile ritratto dei baratri più profondi della bassezza umana, ma anche capolavoro del thrilling di genere."

(Giovanni Idili) [7]

 

"La soluzione di non usare trasparenti, può a prima vista togliere qualcosa al ritmo narrativo, ma a conti fatti risulta molto efficace per rappresentare quella tensione claustrofobica che si respira per tutto il film, con la macchina da presa che sembra essere il sesto passeggero in una macchina già troppo piccola per cinque. Caldo, tensione, staticità e sudore sono i tratti caratteristici della pellicola e per renderli al meglio Bava ha scelto di girare sull'autostrada deserta del pieno pomeriggio estivo. Bravissimi gli attori tra cui spicca l'eccellente prova del cantante Don Backy qui nei panni di Bisturi, il sanguinario esperto di armi da taglio. La scena in cui la ragazza cerca di scappare, viene inseguita e infine, una volta raggiunta, costretta a urinare in piedi davanti ai malviventi è un vero e proprio colpo di genio che, insieme al finale per niente scontato, elimina ogni possibile dubbio sulla assoluta qualità della pellicola, derivante da qualche ripetizione sia a livello visivo che narrativo. Peccato soltanto aver potuto vedere questa piccola perla solo a distanza di anni dalla sua realizzazione e solo col montaggio voluto dall'attrice protagonista, grazie alla quale è stata distribuita."

(Stilgar) [8]

 

"Un soggetto ispirato alla più stretta e drammatica attualità di quegli anni (siamo nel 1974) che dà vita a una sceneggiatura dal ritmo secco e incalzante, capace di concentrare in un lasso di tempo ridottissimo e in un'unica ambientazione (il novanta per cento del film si svolge, infatti, nell'abitacolo della macchina che i rapinatori hanno rubato, sequestrandone il conducente) per dare come risultato un film che sconcerta il pubblico del regista, abituato al barocchismo onirico dei suoi film precedenti, tutti o quasi appartenenti al genere horror. Qui niente carrellate all'indietro o zoom vertiginosi: questa volta Bava si presenta al suo pubblico in maniera del tutto inedita, premurandosi di utilizzare la prima sequenza come un esplicito biglietto da visita: le scene della rapina scaraventano lo spettatore direttamente al cuore della vicenda senza alcun preavviso, gli stacchi brutali di montaggio non danno tregua agli occhi di chi guarda e, prima ancora che siano finiti i titoli di testa, siamo già in fuga, sulla macchina dei rapinatori che perde carburante a causa di un proiettile vagante che ha forato il serbatoio... È un film duro, sempre al limite del grottesco nella recitazione degli interpreti, nella crudezza parossistica di varie situazioni (la scena in cui la donna presa in ostaggio è costretta dai suoi sequestratori ad orinare in piedi, ad esempio) nel suo spiare ossessivamente, le azioni di un gruppo di persone in un ambiente e un lasso di tempo estremamente ridotto, nello scrutare con insistenza da entomologo l'evoluzione (o l'involuzione) del comportamento di chi si trova in una situazione estrema. Si prova disagio nel guardare questo film di Mario Bava e nel riscontrarne la sincera brutalità: nessun film, di quelli che comunemente vengono definiti pulp, ha la capacità di riassumere così bene, e fedelmente, le caratteristiche che questa definizione comporta come 'Cani arrabbiati'."

(Nemo) [9]

 

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Semaforo rosso (1974): scena

 

Curiosità   

 

Negli anni Settanta Mario Bava stava cercando (inutilmente) di realizzare pellicole con ambientazioni moderne, noir e pulp, tipo questo Cani arrabbiati, che non ha potuto vedere concluso. Tra i progetti incompiuti, figura anche il trattamento di un film che avrebbe dovuto essere ispirato da un racconto contenuto nell'antologia di Giorgio Scerbanenco, "Il centodelitti". Mario Bava, assieme a Raffaele Azcona e Alessandro Parenzo, scrive così la storia di un gruppo di ladri che finisce per uccidere un complice, pericoloso per i suoi atteggiamenti da brutale stupratore. Nel 1988, in occasione del ciclo televisivo "Alta tensione", Lamberto Bava decide di dare corso al progetto del padre, girando L'uomo che non voleva morire, titolo che subirà un destino analogo a quello di Cani arrabbiati, finendo per essere distribuito in prima TV solo nel 2007.

 

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Opinioni autorevoli su Mario Bava [10]

 

"Mi piacciono i film di Bava dove non c'è storia, solo atmosfera, con quella nebbia e le signore che camminano lungo i corridoi, sono una sorta di gotico italiano. Bava mi sembra appartenere al secolo scorso."

(Martin Scorsese)

 

"Bava utilizzava schizzi di colore. Non con l'occhio di un pittore, ma con l'occhio di un action painter. Prendeva il rosso lo scagliava sulla tela, poi il giallo... era tutto colore ed emozioni."

(Quentin Tarantino)

 

"Mi resi conto di non essere l'unico regista ad aver visto i suoi film, l'influenza di Bava su altri registi è molto sottovalutata, perciò penso che ovunque sia, Mario possa essere contento."

(Joe Dante)

 

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Mario Bava su se stesso [11]

 

"Sono sicuro di avere fatto solo grandi stronzate. Sono un artigiano. Un artigiano romantico, di quelli scomparsi. Ho fatto il cinema come fare le seggiole. Per me girare vuol dire il trucco, l'invenzione, la magia."

 

"Vorrei fare un film con soli mobili. Quando devo passare da un oggetto ad un attore lo faccio malvolentieri."

 

"Il cinema è un enorme, assurdo baraccone."

 

 

NOTE

[1] Intervista a Quentin Tarantino (Los Angeles, 6 aprile 2004), a cura di Alessandra Venezia, Roberto Pisoni e Gabriele Acerbo. Pubblicata su Kill baby kill! Il cinema di Mario Bava (edizioni Unmondoaparte).

 

[2Stracult light, puntata del 03 agosto 2009.

 

[3Stracult light, puntata del 17 agosto 2009.

 

[4] Recensione pubblicata su "Positif" n. 460, giugno 1999.

 

[5] Renato Cecchetto (1951 - 2022) è stato uno dei volti pochi noti, ma indimenticabili, del cinema italiano, conosciuto per le sue partecipazioni in pellicole di genere. Enorme è stato il suo contributo offerto dietro le quinte, in veste di doppiatore (tra le voci più famose, quella di Shrek) e come direttore del doppiaggio. Nel film Cani arrabbiati, oltre a curare il doppiaggio (nella versione del 1995,  Semaforo rosso), presta la voce al "Dottore" (Maurice Poli). Si è spento il 23 gennaio 2022, dopo una lunga agonia dovuta ai mortali effetti di un incidente stradale, nel quale è incorso mentre viaggiava su uno scooter.

 

[6] [7] [8] [9] [10] [11] Dichiarazioni pubblicate tra gli extra del dvd "Ermitage".

 

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Semaforo rosso: Aldo Caponi e Luigi Montefiori 

 

"L'etimologia del termine «violenza» ci permette di cogliervi un elemento negativo: la violenza si connette a violare, a tal punto che lo stupro è detto violenza per antonomasia. In francese la connessione assume la massima evidenza: stupro si dice viol, radice di viol-ence. Sotto questo profilo semantico, la violenza appare una funzione del disprezzo (toglier prezzo a una persona, a una situazione, a una istituzione ecc.), mentre si oppone al rispetto: chi compie violenza non rispetta e chi rispetta non compie violenza."

(Sergio Cotta)

 

OST di Stelvio Cipriani 

 

F.P. 25/06/2022 - Versioni visionate in lingua italiana: DVD Ermitage, con titolo di testa "Semaforo rosso" (anno 1995, durata: 91'55"); streaming su Amazon, edizione con differente doppiaggio e colonna sonora, rimanipolata da Lamberto Bava e Leone, presentata come "Kidnapped" (anno 2002, durata: 95'25")

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