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Old Boy

Regia di Chan-wook Park vedi scheda film

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La recensione su Old Boy

di Stanley42
9 stelle

"Ridi e il mondo riderà con te. Piangi e piangerai da solo". La vendetta non rende migliori né peggiori, dice Park Chan-wook, ma ci lascia terribilmente uguali a prima.

 

Secondo capitolo del trittico sulla vendetta, Old Boy di Park Chan-Wook esamina in un’ulteriore declinazione il sentimento più primitivo ed atavico dell’uomo. In questo caso il regista coreano attinge dall’omonimo manga giapponese, apportando delle significative ed ispirate variazioni alla trama, in particolare sul finale che se nel fumetto è sbrigativo ed incoerente, nella sua variante cinematografica da un’ulteriore fascino alla vicenda narrata.

 

“Ridi e il mondo riderà con te. Piangi e piangerai da solo”: questa la massima che Oh Dae-su ripete come un mantra dall’inizio della pellicola e che lo accompagna nella sua forsennata ricerca, nella quale a ben vedere è racchiuso il senso profondo del film. L’immensa solitudine è propria dell’uomo che soffre, mentre il consenso degli altri è riservato all’uomo felice: questo il pensiero che gravita in diverse modalità nella mente di Dae-su e del suo antagonista Woo-jin, privatisi a vicenda di quella felicità tanto agognata e che, nei momenti di massimo dolore, vedono in un sorriso forzato l’unica via di fuga per essere in pace con se stessi e il mondo circostante, arrivando a credere di poter eliminare le proprie riprovevoli azioni.

 

Tuttavia il fascino della pellicola non è da ricercare troppo nel dipanarsi della trama (in verità piuttosto lineare), bensì nel crescendo di lacrime e sangue orchestrato dalla maestria di Park Chan-wook, che imbastisce un intreccio sempre al limite tra iperrealismo e non-sense, capace di catturare lo spettatore fino alla fine e in grado di travolgerlo emotivamente. Anche la regia frenetica (fatta di primissimi piani, deformazioni grandangolari e alternanze tra presente e passato) contribuisce nella realizzazione di un’atmosfera particolarmente straniante e surreale, che culmina con l’onirico finale sulla neve. 

 

E veniamo finalmente al tema centrale di tutto il viaggio di Dae-su: tra polipi mangiati vivi, denti estratti con un martello, lingue e mani tagliate, si riesce a penetrare nell’abisso di disperazione ed oscurità che ammanta gli animi dei personaggi, capace di far comprendere che la vendetta non è un piatto che va servito freddo ma un cibo andato a male che ancora il suo autore a quel passato da dimenticare (ne è la prova il suicidio di Woo-jin).

 

Il finale del film, criticato per la sua amoralità, è invece la perfetta chiusura del cerchio: come un novello Edipo, Dae-su decide di accecare la propria mente dagli orrori del passato, fingendo che non siano mai esistiti, pronto per ricominciare una nuova vita con la moglie-figlia.

Ma quell’ultimo sorriso ci conferma che i ricordi sono ancora vivi. 

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