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Old Boy

Regia di Chan-wook Park vedi scheda film

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La recensione su Old Boy

di EightAndHalf
8 stelle

Manuale di sopravvivenza (?) nel mondo reale. La realtà però non è la verità, la realtà è di un solo uomo e diversa per tutti gli uomini, non sottende verità oggettive, la realtà è fragile come i rapporti umani. "Ridi, e il mondo riderà con te. Piangi, e piangerai da solo". Affermazione definitiva della solitudine dell'uomo? Tentativo forzato ma necessario per cercare di affrontare la realtà? Tutte e due le cose? D'altronde l'una non contraddice l'altra, la realtà è quella che vogliamo porci noi perché la verità è oggettiva ma anche oggettivamente superflua. Inutile. Specie se poniamo come fine ultimo la sanità dei rapporti umani, la morale, la felicità. Ridiamo, ma possiamo ridere se siamo coscienti di come, dentro di noi, piangiamo? 
Old Boy è diviso in due parti scisse e assai divergenti: la prima parte è quella del Conte di Montecristo, una prigionia forzata e duratura per un uomo inconsapevole della propria colpa, mai torturato ma destinato a una sofferenza mentale che è molto di più del dolore che si prova strappando via un dente con un martello. La prigionia è una sorta di nuova infanzia che vede il protagonista girovagare nello spazio ristretto della sua stanza "di vita", dove può dimenticare la vita precedente, sbagliata e ricchissima di nomi dei suoi nemici, tanti quanti ne cita lui una o due volte durante la pellicola, per dare inizio, forse, dopo un numero indefinito di anni, a una nuova vita, il cui futuro è ancora da tracciare. Chiaramente, però, il passato non può essere distrutto, perché sempre rimbomba in quella drammatica e dirompente verità. Forse il passato è superfluo, costringe a un attaccamento maniacale e certamente insano a una follia vendicativa che diventa l'unica ragione della propria esistenza, che rischia di essere una caccia, una partita a mosca cieca, che potrebbe o portare, ancora, a una terribile verità, o rivelarsi come girovagare testardo e quasi risibile nella vita quotidiana, senza che però si spieghi mai quel girovagare. La camera di prigionia, così, è summa del mondo, che fuori dalla prigione Dae-Su stesso interpreterà come un'altra prigione semplicemente più grande, ma altrettanto claustrofobica e soffocante, guidata dall'immagine fresca ma invisibile di un sadico creatore che proibisce il libero arbitrio, che giostra i movimenti come con dei burattini, che detiene sofferente ma elegante, nel suo bell'attico da cui può osservare il suo mondo, la verità come un oracolo dell'antichità greca detentore di un sapere che va ben oltre quello umano, che è quello della semplice vendetta, ma che è interessato a una semplice grave colpa e si rivela frustrato tanto quanto l'uomo, in un processo di abbassamento parallelo di Uomo e Dio. La pura vendetta nel linguaggio dell'Onnipotente rimane, ma si associa a una severa legge del contrappasso che rende il mondo un vero e proprio Inferno, in cui è la perdita di memoria a diventare morte, se non dell'uomo intero, almeno di una sua parte, forse del Mostro irrazionale che era criterio di giudizio per l'azione morale dell'Uomo completo. Ecco che spiegando la prima parte, seppur così distante dalla seconda, si finisce per parlare dell'ultima ora di quello che è, insieme a Lady Vendetta, il capolavoro di Park Chan-Wook, una straordinaria miscela di azione e pathos, violenza e riflessione, che si oppone nel suo vivace lirismo all'attonito sguardo di Mr. Vendetta e che si mischierà a quello stesso attonito sguardo in Lady Vendetta, realizzando effettivamente un riassunto delle capacità visive del grande regista sud-coreano, che già con questa trilogia, nell'infinita quantità di rimandi e citazioni culturali, si è aggiudicato uno dei primi posti nella cinematografia orientale contemporanea. 
Tutti quei sottili rimandi, presenti in ogni singola scelta di stile che lo spinge, con attenzione e perspicacia, ad osservare la realtà in un certo modo, con quella ironia controllata che lo porta, per esempio, a indicarci con un disegno la traiettoria di un colpo di martello o, per esempio ancora, a trasformare un corridoio lunghissimo in uno splendido palco teatrale dove far muovere le sue figure come su un libro illustrato, sono perfettamente coerenti con l'attenzione quasi fiamminga per il dettaglio e per i vari indizi che dissemina qui e lì nella pellicola per spingerci inconsciamente verso la verità. Una raffinatezza di stile, quella di Park, che permette a un film tanto eversivo e spericolato come Old Boy di percorrere una strada equilibrata, che sa ritrarre momenti di spietato presente e colpevoli atti del passato, a far provare alternativamente compassione e disturbo nei confronti dei personaggi più disparati, anche secondari, senza farci perdere la bussola e continuando a orientarci verso il percorso della verità di Dae-Su, una verità superflua che lo spingerà a ulteriori misure drastiche. Così, in un percorso che si attorciglia su sé stesso e causa più dolore che possibilità catartiche ("il dolore ti cercherà anche dopo la tua vendetta"), Park dà la sua personalissima interpretazione dell'esistenza, baratro violento e iniettato di sangue in cui si fa a gara per chi è in grado di distruggere più certezze dell'altro, e si riesce a trovare lerciume involontario nella più grande ma apparente dolcezza. 

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