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Ti do i miei occhi

Regia di Icíar Bollaín vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Ti do i miei occhi

di tizbel
8 stelle

Non si sa cosa sia accaduto a Pilar che vediamo prendere su le sue cose, svegliare il figlio e andarsene di casa. Di quell’ambiente domestico, solo un paio di pantofole le sono rimaste ai piedi, quando, dopo la fuga in autobus, si getta disperata e sconvolta tra le braccia della sorella. Non si sa cosa abbia potuto fare Antonio, suo marito, per farla scappare così in fretta. Ma, a poco a poco, si comincia a conoscere queste due persone che, ognuna a proprio modo, si trovano in quella condizione di disperazione che può portare a compiere atti estremi. La storia di Antonio e Pilar è raccontata da Iciar Bollain con uno stile asciutto, senza “fronzoli autoriali”, ma efficace perché rappresentata con una sceneggiatura quasi impeccabile. Essenzialmente, “Ti do i miei occhi” ci mostra la necessità di Pilar di scappare dalle continue percosse del marito e, nel contempo, ci mostra che c’è il desiderio da parte di tutti e due di ripristinare un amore che è un legame talmente forte da andare oltre i semplici involucri che delimitano fisicamente i corpi umani. La sua forza deriva direttamente da quella passione che c’è stata alla sua origine, quella cioè vissuta con un’atmosfera così carica e densa che sapeva riempire l’animo di gioia, capace quindi di spingere inevitabilmente l’uno verso l’altra, anche se in mezzo, ad interferire, ci possa essere stata qualsiasi cosa negativa: dalla violenza psico-fisica alla più cruda (e crudele) umiliazione. La forza di quell’amore è maggiore della forza determinata da questi ultimi fattori. E’ proprio quell’amore, in definitiva, che spinge Pilar a rimettersi con Antonio, a dargli un’altra possibilità, nonostante venga fortemente osteggiata dalla sorella. Nel frattempo, Antonio, di suo, ci mette la buona volontà e così si fa aiutare da uno psicologo a capire come controllare la collera, sottoponendosi ad una terapia di gruppo. In terapia, si trovano altri uomini che come lui maltrattano la moglie; ma in generale, in questa come in altre terapie, possono trovarsi tante altre persone che la vita ha spinto fino a quel punto di probabile non ritorno, elevando una serie di “muri” che conducono queste stesse persone in una direzione forzata senza alcuna apparente possibilità di deviazione. Sono proprio questi “muri” che, giorno dopo giorno, costruiscono i cosiddetti “schemi mentali”, che, a loro volta, fanno arrovellare “labirinticamente” una persona nella propria malsana condizione. Da qui si originano gli atti drammatici che conducono per esempio un padre di famiglia a maltrattare la moglie e persino i figli, fino alla morte, nei casi più estremi. Ecco allora che deve necessariamente giungere per tempo l’ora di sedersi, calmarsi e pensare serenamente ad un momento in cui si è fatta esperienza di una sensazione di gioia e descriverla su un quaderno con un atto tipico di un bambino che fa i compiti. E’ chiaro allora che Antonio deve procede proprio come sua figlio Juan, sedersi al suo posto, accanto a Pilar, ed iniziare a fare i suoi compiti scrivendo le sue sensazioni nel “quadernino” con le pagine colorate degli stessi colori dei suoi contrastanti umori; proprio con questo gesto, tipico dei ragazzini di età scolare, Antonio può tentare di abbattere quei schemi formatisi nella sua testa e ritentare un nuovo percorso di maturazione che porta appunto tutti i bambini all’età adulta attraverso un processo educativo. Un processo che per Antonio è “rieducativo”, rivolto cioè a riformare la propria coscienza di essere umano. Antonio si impegna per questa nuova rieducazione, ma l’esperimento purtroppo non gli riesce. Nonostante Pilar sia disposta a “dargli i suoi occhi”, lui non riesce ad impossessarsene per “vedere” con la giusta luce l’inebriante bellezza dei lineamenti del suo corpo, che, come le dolci linee di un’opera d’arte, sono fonte di appagamento dello spirito. Antonio invece ha paura di essere felice e vede i lineamenti del corpo di Pilar solo come una provocazione per chi la guarda, tanto da farlo arrabbiare; Antonio “deturpa” così le opere d’arte strappando le pagine dal prezioso libro di Pilar, ma, soprattutto, “deturpa” la riconquistata bellezza di lei quando la denuda strappandole i vestiti e atrocemente la umilia lasciandola fuori dal balcone in mostra a chi vuole servirsi della sua immagine. E’ certamente questa la scena del film più carica d’orrore, quella che colpisce a fondo la dignità di un essere umano; ma essa è però cinematograficamente necessaria a comprendere veramente, da spettatori, tutto quell’orrore che porta Pilar ad un’umiliazione estrema e che mostra chiaramente l’irraggiungibilità di quell’amore delle origini e fondamentalmente l’assoluta e totale stupidità di un uomo che fa di tutto per non voler capire cosa sia meglio per lui. Cosa resta, dunque? Una “giusta” conclusione alla Ken Loach, si potrebbe dire, dove non c’è possibilità di lieto fine con una riconciliazione tra i due. Perché in fondo questa non è una fiaba ma un’amara realtà dove è probabile che anche ad un pubblico prettamente femminile abbia fatto più pena Antonio che Pilar, nonostante sia quest’ultima a subire la violenza del loro rapporto.

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