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Il servo

Regia di Joseph Losey vedi scheda film

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La recensione su Il servo

di Peppe Comune
9 stelle

Il ricco aristocratco Tony Muonset (James Fox)  ha necessario bisogno di un nuovo domestico. Assume così Hogo Barret (Dirk Bogarde), che si dimostra subito un eccellente servitore. Ma le cose nel loro rapporto iniziano ad assumere presto una forma sinistra, soprattutto da quando viene assunta come nuova cameriera Vera (Sarah Miles), che Barrett presenta al suo padrne come sua sorella. E' Susan (Wendy Graig), la donna di Tony, ad accorgersi per prima che, all'interno della grande casa del nobil'uomo, le vicende domestiche non seguono il canonico rapporto tra servo e padrone.

 

Dirk Bogarde

Il servo (1963): Dirk Bogarde

 

"Il servo" di Joseph Losey (sceneggiato da Harold Pinter e liberamente ispirato ad una novella di Robin Maugham) è un film dallo stile raffinato, volutamente clautrofobico nella sua costruzione scenografica, tanto incline a fare dell'irrazionale l'elemento catalizzatore di ogni accadimento, quanto capace di conferire alla storia una credibile linearità narrativa. Come ha spiegato in sede di presentazione al film il critico inglese Ian Christine, con "Il servo", "l'esule americano" Joseph Losey ha avuto il merito indiscusso di legare il cinema inglese alle avanguardie cinematografiche coeve, in particolare, all'opera di Michelangelo Antonioni da un lato e all'esperienza della Nouvelle Vague dall'altro. Infatti, se del primo si avvertono chiari gli influssi della "poetica dell'incomunicabilità", della seconda si riflettono le implicazioni socio-politiche (di derivazione "godardiana" dunque) che si vogliono attribuire ad un film. A tal proposito, occorre ricordare l'indole marcatamente sinistrosa di Joseph Losey, cosa che gli è valsa l'allontanamento dagli Stati Uniti in quanto vittima illustre della scure oscurantista del maccartismo. Non è affatto azzardato dire che "Il servo" arriva ad assumere le forme di una vera e propria lotta di classe, anche se, la caratterizzazione psicologica dei personaggi, il rapporto di intima specularità emotiva che si instaura tra di loro, non è affatto meno importante nell'economia narrativa del film. Diciamo che i due aspetti sono egualmente importanti, che l'uno rappresenta la premessa necessaria dell'altro e viceversa, che entrambi servono allo scopo di fare del film una storia dal fascino enigmatico la quale, pur rimanendo incentrata sui caratteri di due personalità complesse a diverso modo deviate e rinchiusa dietro le pareti di una grande casa, produce riflessioni acute sulla natura umana e sullo stato di irreversibile decadimento del mondo aristocratico. Il film è tutto incentrato sul rapporto tra servo e padrone dunque, un rapporto che serve ad evidenziare la contrapposizione tra l'immobilismo parassitario dell'aristocrazia e il dinamismo risoluto impersonato dal servo, che sembra sempre avere le idee chiare sul da farsi. Il rapporto tra i due è inizialmente impostato sul più classico rispetto dei ruoli, l'uno comanda e l'atro esegue gli ordini, secondo una ritualità dei comportamenti sanciti dal rispetto acritico di determinate posizioni sociali. Gradualmente poi, la rigidità di questo rapporto s'incrina, facendosi sempre più simmetrico rispetto alla determinazione delle rispettive posizioni, fino a capovolgersi del tutto. Il servo riesce a fare del padrone la pedina sacrificale dei suoi giochi di seduzione, lo rende succube dell'indispensabilità del suo ruolo all'interno della grande casa, smascherandone così le debolezze, l'arrendevolezza morale, l'indole parassitaria. É il sesso lo strumento usato dal servo per giungere ad un latente ma decisivo capovolgimento dei ruoli, è attraverso le tentazioni della carne, imbastite usando l'arma sottile dell'inganno, che egli cerca di rendere palesi tutti i limiti dell' improduttiva alterigia del nobile padrone, a incrinare affetti solidi e convinzioni consolidate. Il servo si serve del padrone, rendendolo inconsapevolmente partecipe di un gioco di seducente ambiguità sessuale che non manca di far emergere in lui delle sopite inclinazioni omosessuali (cosa questa che, nel Regno Unito, non mancò di suscitare accese polemiche). L'aspetto più interessante del film, a mio avviso, sta nel fatto che quello messo in pratica dal servo sembra essere un gioco fine a se stesso, un gioco, cioè, che sembra non condurre a nessuna pratica conclusione. Hugo Barrett dimostra di non agire allo scopo di migliorare la sua condizione sociale, di non voler affatto rubare la donna del padrone (per esempio), estorcergli del denaro o accedere al suo ingente patrimonio. L'unica finalità realmente riconoscibile, e da qui ne deriverebbe la sua anima intimamente militante, sta nel voler dimostrare che è possibile capovolgere ruoli sociali sacralizzati dal tempo storico.

"Il servo" è un grande film, bello e complesso, stilisticamente affascinante nel suo impianto narrativo, e non poteva essere altrimenti visto il binomio importante Losey-Pinter. Un capolavoro di conturbante raffinatezza.      

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