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Swimming Pool

Regia di François Ozon vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Swimming Pool

di ed wood
8 stelle

Hanno sempre un certo fascino magnetico i film di Ozon. Anche quando sembrano percorrere terreni già ampiamente battuti, viene sempre stuzzicato l’interesse dello spettatore attraverso la cura sapiente dei tempi registici, l’ammaliante gestione della suspence, l’ellittico disegno dei personaggi. “Swimming Pool” ha le cadenze di un thriller erotico, la progressione di sospetti ed allusioni di un film di Sir Alfred. Nel rappresentare lo scontro caratteriale ed anagrafico, tutto al femminile, che caratterizza la vicenda (la matura e frustrata scrittrice opposta alla giovane e arrogante ninfetta), Ozon dimostra la sua notevole personalità autoriale, nella misura in cui sa tenersi distante dai possibili e già rodati modelli: Chabrol e Polanski. Il primo è stato probabilmente il più tipico traduttore del lessico hitchcockiano nelle strutture del cinema d’autore transalpino; il secondo ha rimodulato le componenti di sesso e violenza onnipresenti nel cinema del “Maestro del Brivido”, virandole verso una umoristica e cerebrale perversione. Il primo in modo sanguigno, il secondo in maniera più subdola, hanno entrambi cercato e trovato la loro strada alla rappresentazione delle pulsioni più segrete, invano soffocate dalle convenzioni morali e sociali. Ozon fa la stessa cosa, ma in modo ancora diverso, scegliendo la strada in un cinema tanto apparentemente lineare, quanto intimamente spiazzante, elusivo e contaminato. La via di Ozon al post-hichcockismo non è quella del morboso “gioco al massacro”, men che meno quella della stantia tirata anti-borghese e libertina, ma quella di un raffinato e sfuggente gioco meta-testuale, in cui la letteratura (scritta o solo immaginata) ingaggia un ping-pong con il cinema (scritto o solo immaginato), in un balletto di sponde dove la suggestione della parola dialoga con quella dell’immagine, senza mai perdere la leggerezza o ripiegarsi sullo sterile rompicapo. Il tocco di Ozon è morbido, capace di finezze registiche con cui il confine fra verità e fantasia si fa improvvisamente ambiguo. Lo strumento principe per scardinare e ribaltare la percezione dello spettatore circa la provenienza delle immagini è ovviamente il montaggio: la successione e il tempismo dei “cut” sono articolati in modo da suggerire che le immagini che stiamo vedendo (anche quelle che paiono dirottare il film verso il “giallo”) siano frutto della fantasia di un personaggio. Ma di chi? Dell’affermata scrittrice Sarah Morton (una Charlotte Rampling strepitosa, del tutto in parte, che ha dato il meglio di sé nelle interpretazioni più recenti) che idealizza la giovane figlia del suo editore, per ricavarne idee morbose perfette per il suo nuovo libro? Senz’altro, ma non dimentichiamo che anche la ragazza, Julie, è a suo modo una “scrittrice” (tiene un diario) e alcune sequenze, come quelle della Rampling che adesca l’anziano giardiniere, paiono frutto della sua immaginazione. Nell’intreccio di testi e sottotesti, in un film trasparente ma stratificato proprio come una piscina vista dall’alto, è affascinante e difficile cogliere quale di questi testi ispiri e condizioni gli altri: se il libro di Sarah,  il diario di Julie, il libro “bruciato” della madre di Julie, il film di Ozon. La programmatica sfilacciatura della trama, i frequenti puntini di sospensione, il finale fin troppo enigmatico privano “Swimming Pool” di coesione e frustrano le aspettative di uno spettatore sempre troppo orientato allo scioglimento dell’intreccio. Cinema “aperto” per definizione, graziosamente irrisolto, dove l’onirismo è costituzionale e introiettato nei personaggi e nelle immagini stesse, il crossover di generi e registri è dato per scontato, i misteri sono destinati a rimanere tali, quello di Ozon conquista chi dal cinema richiede la purezza e la forza del “momento filmico”, slegato dalla necessità di spiegazioni (i lenti carrelli sul corpo della ragazza, la naturalezza di una serata fra canne e balli, il bunueliano gioco di atti mancati sono pagine filmiche che vivono di luce propria), e anche quando delude per la sua imperfezione, per i suoi spunti lasciati a prendere il sole a bordo di una piscina, per le sue troppe false piste, incanta ed ipnotizza come un “giallo dell’anima”.

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