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Mystic River

Regia di Clint Eastwood vedi scheda film

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La recensione su Mystic River

di ilcausticocinefilo
10 stelle

Gli anni 2000 sono stati senza dubbio un periodo d’oro per l’Eastwood regista. L’elenco è impressionante: oltre a questo film, Million Dollar Baby, Flags of Our Fathers, Lettere da Iwo Jima, Changeling, Gran TorinoTutti, a loro modo, film importanti, capaci di far riflettere, anche profondi, tragici, commoventi. Ma nessuno straziante come Mystic River. Se l’espressione “pugno nello stomaco” ha mai avuto senso d’esistere, di certo lo ha per descrivere film come questo.

 

Il 24° film di Eastwood è un tremendo, livido, cupissimo, agghiacciante spaccato di una comunità, d’una società, di un’intera cultura; un film ipnotico e totalizzante, in grado di proiettare lo spettatore all’interno delle sue atmosfere tetre e implacabili, ovvero delle tenebre più imperscrutabili che si celano dietro l’apparente serenità di case del tutto ordinarie (in questo caso americane [o “irlando-americane”], ovvio, ma una storia simile si potrebbe trasportare un po’ ovunque, purtroppo). Carpisce lo spettatore inchiodandolo allo schienale, prendendolo in una morsa gelida che non lo abbandona neppure a lunga distanza dalla conclusione dei titoli di coda.

 

 

 

 

Molte parole si sono spese per elogiare la regia sobria e “classica” del regista (campo/controcampo, montaggio alternato, improvvisi stacchi con riprese aeree che intervengono a “spezzettare” in qualche modo il flusso del film [quasi a ricordarci che non siamo altro che minuscoli puntini nel grande mare dell’esistenza e che il mondo – non importa cosa accada – rimane indifferente; tutto fluisce come le acque scure del fiume Mystic…] che comunque per il resto trasmette sempre una sensazione d’asfissiante claustrofobia, ecc.): e sono indubbiamente meritate.

La regia attenta (con la cinepresa posta di frequente quasi rasoterra, a sottolineare il sentimento prevalente della pellicola e dei suoi personaggi) contribuisce in modo determinante alla riuscita del film, alla sua capacità di costruire insomma un clima da togliere il fiato, aiutata magnificamente in questo dalla fotografia di Stern (cupa come il cuore di certi personaggi) e dalla melodie composte dallo stesso Eastwood.

 

La forza di Mystic River risiede anche, ovviamente, nelle interpretazioni dei protagonisti (Robbins su tutti, capace di tratteggiare mirabilmente un personaggio difficile, tormentato, abbattuto, incompreso), e in una sceneggiatura che non concede nulla al facile patetismo, nulla al facile moralismo, nulla alla retorica, e a maggior ragione nulla alla catarsi: non v’è giustizia, non v’è compassione, comprensione, redenzione, tanto meno riappacificazione, nel finale. A regnare sovrani sono gli istinti, l’incomunicabilità, l’ingiustizia e la violenza. Il mondo è impietoso, libertà, felicità e giustizia per tutti non ci sono mai stati, e la scena finale con la parata del Columbus Day sembra posta lì a ricordarcelo quasi con sardonico cinismo.

 

 

 

 

E’ comunque arduo descriverlo, un film come Mystic River, un film che prende ad un livello talmente viscerale che si fatica a metabolizzarlo: se ne esce ammaccati, magari con qualche cicatrice. Lascia indubbiamente con una sensazione di tremenda amarezza, meglio di opprimente sgomento, di irremovibile angoscia.

Si è posti dinnanzi ad una vicenda che più nera non si può; una vicenda che dice, più che dell’ineluttabilità del destino, dell’incapacità dell’uomo di metabolizzare e d’imparare dai propri errori, dell’incomunicabilità e incomprensione anche tra stretti conoscenti e anche nei confronti delle vittime (è il caso del povero Dave Boyle), dell’indicibilità di certe esperienze e del pregiudizio incrollabile che porta ad estreme e tragiche conseguenze, del peso del passato e in particolare del peso che hanno i traumi della giovinezza nel condizionare poi la vita futura, della violenza derivante tanto dall’arroganza e da mal riposto desiderio di vendetta quanto dalla stupidità, dalla noia e dall’abbandonarsi ai più biechi istinti, delle gabbie e dei ghetti che ci vengono imposti dalle nostre società e dalle nostre culture; in ultima analisi dice della sopraffazione, dell’omertà, dell’ipocrisia, dello squallore e della crudeltà, dei drammi, delle piccolezze della vita quotidiana.

Ma dice anche della morale sbilenca delle nostre società (vedi ancora il finale con la Linney interprete della moglie di Jimmy che come una novella Lady Macbeth lo cinge, lo sprona e lo esorta ad andar fiero di ciò che ha fatto, ed anzi lo giustifica qualora “si trovasse costretto” a farlo di nuovo).

 

 

 

 

Mystic River è insomma un capolavoro del cinema americano contemporaneo, stracolmo di idee e suggestioni, uno di quei film impossibili da dimenticare proprio perché capaci di scandagliare fin nel profondo quel che di sbagliato v’è nelle nostre vite, nelle nostre culture, e perché no? Nella nostra stessa civiltà. Non farsi dunque ingannare dal titolo: di mistico il film non ha assolutamente nulla: ed è anzi, ciò che viene mostrato, realistico e terreno, “sin troppo” realistico e terreno, e proprio per questo dolorosamente tragico.

Candidato a 6 premi Oscar, fa vincere a Penn e Robbins il premio al miglior attore (il secondo come “non protagonista”), ma avrebbe meritato, vista la concorrenza, anche quelli a miglior film, regia e sceneggiatura non originale (e scusate tanto, fanatici del Signore degli Anelli).

 

 

 

 

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