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Perdizione

Regia di Béla Tarr vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Perdizione

di ed wood
8 stelle

Il film che inaugura l'età d'oro del cinema tarr-iano è una sintesi anticipata di tutto ciò che il grande regista ungherese avrebbe proposto nel ventennio successivo. Lasciato alle spalle il brillante e personale "apprendistato" sulla scia ora di Cassavetes ("Nido Familiare") ora di Forman ("Rapporti prefabbricati"), all'insegna di mestissimi spaccati di quotidianità domestica nella periferia dell'impero sovietico, irrompe finalmente nella poetica dell'autore la dimensione filosofica. La sterminata pianura ungherese non è tanto un luogo geografico, quanto una dimensione esistenziale, al di là (o meglio, alla fine) della Storia. I personaggi non sono più solo burattini del potere e della burocrazia "collettivista", ma figure brechtiane consapevoli della loro condizione e costrette a farsi carico di tutto il tedio esistenziale, espresso ora in citazioni bibliche ora in poesie disperate ora in canzoni da cabaret decadente. L'ineluttabile fatalismo di fondo, a tratti però ancora rischiarato da bagliori di passione, luce e speranza, viene esplicitato anche dal ricorso ad una intelaiatura narrativa vagamente noir (l'anti-eroe loser, la femme fatale tormentata, un'affare sporco da condurre in porto, il denaro come principio di ogni azione,  il futile appiglio ad una fantomatica polizia), che ritornerà in "L'uomo di Londra". Ma ovviamente la poesia di questo film non risiede certamente nelle parole prese in prestito da qualche libro, nè dal mero ricorso a musiche melanconiche, nè da eventuali riferimenti al cinema del passato. La poesia sta nell'immagine e nel suo movimento, nel lento incedere della mdp che dilata il tempo e contempla ambiente ed esseri vienti, cercandone istante dopo istante un nuovo senso, una nuova definizione, una nuova possibile armonia. La prima sequenza, con lo scorrere automatico della funivia, scabra metafora del vitalismo reificato, entra subito nel novero dei grandi momenti del cinema tarr-iano, per come utilizza il sonoro non come complemento d'immagine, ma proprio come produttore di senso e di emozione. Non sono da meno il primo piano sulla catasta di bicchieri lavati, sineddoche di vite consumate nell'alcool e nella noia, così come lo statico amplesso fra i due amanti, l'uomo che balla scatenato anche senza musica sotto la piogga battente, o infine il dolore trattenuto dell'anziana signora mentre attraversa una sala da ballo devastata. Ce ne sono tante altre, tutte eloquenti pagine di un'epopea della disfatta del genere umano, delle sue ambizioni, delle sue illusioni, e nonostante questo, della sua coatta sopravvivenza. Nessuno come il grande cineasta magiaro ha saputo trasporre questo sentimento, così umano, così pregnante, così quotidiano (lontano quindi da intellettualismi e criptiche derive), nella forma di un poema audio-visivo.

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