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Alice non abita più qui

Regia di Martin Scorsese vedi scheda film

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La recensione su Alice non abita più qui

di cheftony
3 stelle

“I was so scared of Donald, you know? I was always trying to please him, I was so afraid not to please him…”
“You were scared of him?”
“Oh God, yeah! And now I’m without him and… I mean, it’s like I always felt that he was taking care of me, you know? And now I just don’t know what to do.”
“Honey, it’s nice to have someone to take care of you.”

“But he didn’t! I just felt like he did it because he was there! I don’t know how to live without a man, that’s what it is!”

 

Socorro, New Mexico: Alice Hyatt (Ellen Burstyn) è una casalinga volenterosa, frustrata e infelice che si ritrova improvvisamente vedova a causa di un incidente stradale in cui ha perso la vita il marito Donald, camionista spiccio e triviale del luogo.
Sola e senza un soldo in una terra desolata per la quale nutre un malcelato disprezzo, Alice prepara armi e bagagli e si organizza per tentare un nuovo inizio nella natia Monterey, in California, col figlio preadolescente Tommy (Alfred Lutter), loquace, sardonico e insospettabilmente dispettoso. Prima che i due riescano ad arrivarci, però, devono fare i conti col poco denaro a disposizione e col fatto che ogni tappa intermedia sembrerà un paradiso in confronto a Socorro; ragion per cui, Alice si ferma prima in Arizona, promettendo al figlio che arriveranno a Monterey prima che lui compia dodici anni e che debba rientrare a scuola.
A Phoenix Alice tenta con tenacia di costruirsi una carriera come cantante di piano bar, nonostante le sue performance poco coinvolgenti e le attitudini poco galanti degli uomini del posto. Alice cede però alla seduzione di uno di essi, un certo Ben (Harvey Keitel), col quale si ritrova di nuovo nei guai in brevissimo tempo. È il preludio di un’altra precipitosa fuga assieme a Tommy, una fuga che si arresta a Tucson per un lavoro da cameriera in una tavola calda colma di buzzurri. È qui che Alice conosce David (Kris Kristofferson), cowboy avvenente e dai modi gentili. Sembra l’inizio di un nuovo amore, ma Ellen, che sotto sotto continua a bramare una carriera da cantante a Monterey, non sembra trovar pace…

 

Ellen Burstyn, Kris Kristofferson

Alice non abita più qui (1974): Ellen Burstyn, Kris Kristofferson

 

“Quando cominceranno a capire qualcosa di più su se stessi come persone, allora lei potrà avere una possibilità di una relazione migliore con un uomo. L’intera idea del film è che cominciano a fare gli stessi errori commessi con i loro ex-sposi, senza realizzarlo. Quando litigano non lo fanno riguardo a dei problemi, ma litigano sulle emozioni. Non sanno cosa stanno dicendo l’uno all’altra.” [Martin Scorsese]

Non è facilissimo trovare una recensione negativa su “Alice doesn’t live here anymore”, ma mi ritrovo ad ovviare in prima persona alla semplificazione di tale ricerca. In breve: non mi è piaciuto affatto. Sì, è pur sempre uno Scorsese, ma partiamo dal principio.

 

Ellen Burstyn, al tempo, era reduce da un’improvvisa esplosione di notorietà, grazie alle sue interpretazioni in due film di Peter Bogdanovich e William Friedkin, vale a dire “L’ultimo spettacolo” e “L’esorcista”. Il produttore David Susskind della WB la vuole assolutamente e la ingaggia, cedendole praticamente il totale controllo creativo sul film che avrebbero fatto. L’attrice, che a 42 anni aveva appena affrontato il suo terzo divorzio da un marito con episodi di schizofrenia e violenza, aveva chiare in mente due cose: voleva un film con una protagonista femminile in cui riconoscersi e un regista emergente (per non dire ancora sconosciuto ai più); il suo agente ha scoperto la sceneggiatura di un certo Robert Getchell, lei ha scelto un poco più che trentenne Martin Scorsese, che aveva da poco riscosso un certo successo con “Mean Streets”, film quanto mai agli antipodi rispetto a questo. Una catena di collaborazioni di immediato successo, ad una prima occhiata: Ellen Burstyn è stata premiata con l’Oscar per la miglior attrice protagonista, con Scorsese a ritirare la statuetta a causa dell’assenza dell’attrice; Robert Getchell ha dato vita alla sitcom “Alice” (praticamente uno spin-off sulla scia del successo del film) appena due anni più tardi, nel 1976, quando Scorsese gira quel capolavoro di “Taxi Driver”, sceneggiato da Paul Schrader.

 

Ellen Burstyn, Alfred Lutter

Alice non abita più qui (1974): Ellen Burstyn, Alfred Lutter

 

Questa è storia. Passiamo al film, a ben 46 anni di distanza dalla sua uscita. Negli anni a venire, il cinema di Martin Scorsese si è segnalato per i suoi ritratti di personaggi legati a temi quali sensi di colpa, dubbio e violenza; ritratti però prettamente maschili, che hanno portato al regista newyorkese qualche accusa di machismo. Ecco, “Alice doesn’t live here anymore” rappresenta un rarissimo caso nella filmografia di Scorsese: la prospettiva è quella di una protagonista femminile, per giunta nel pieno della seconda ondata di emancipazione femminista.
Ma non si tratta di un film genuinamente femminista: “Alice doesn’t live here anymore” è il ritratto di una donna americana sola, ingenua, aspirante cantante dalla voce mediocre, wannabe incapace di analizzare il suo passato, ma eternamente sulla via che porta all’indipendenza e alla realizzazione di sé. La caratterizzazione di Alice Hyatt è perlopiù intimista e non ha alcuna valenza politica, avendone semmai una sociale.
Il problema principale, a mio avviso, è questo: si tratta di un film tremendamente confuso, che oscilla pericolosamente fra registri e stili diversi – soprattutto fra mélo esasperato e commedia leggera on-the-road – senza trovare un equilibrio. La recitazione della Burstyn è encomiabile per espressività, ma il suo personaggio semplicemente non funziona, protagonista onnipresente di scene mal raccordate. Il rapporto fra Alice Hyatt e il figlio Tommy è delineato in maniera pressoché imbarazzante, nonostante sia a dir poco centrale nell’economia del film: il personaggio di Tommy è inverosimile per sarcasmo, lessico e grado di confidenza con gli adulti, risultando irritante e molesto. Diversi altri personaggi sembrano poco più che di passaggio: piatti, macchiettistici, monodimensionali. Persino pre-finale e finale lasciano un senso di incompiuto: da un lato la Burstyn cambia in corso d’opera il finale per accontentare una produzione desiderosa di happy end (non fosse altro per assecondare la stucchevole tagline “A movie for everyone who has ever dreamed of a second chance”), dall’altro prova a tenere il piede in due scarpe, lasciando vago e sospeso il destino di Alice, David e Tommy.
Di “Alice doesn’t live here anymore” si ricordano diverse singole scene, ma la coesione narrativa latita, anche a causa dei tagli al girato che Scorsese si è autoimposto, passando da 3 ore e 16 minuti di durata ad un’ora e 52 minuti. Il regista muove la telecamera (fin troppo) spesso, a simboleggiare la confusione eterna dei suoi protagonisti, e non sempre lascia emergere la sua egregia tecnica, eccezion fatta per alcune scene di fattura assai pregevole (il breve prologo in apertura, l’esplosione di violenza del personaggio di Keitel). Ma non basta.

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