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L'imbalsamatore

Regia di Matteo Garrone vedi scheda film

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La recensione su L'imbalsamatore

di MarioC
9 stelle

Roma, 26 aprile 1990. Domenico Semeraro, 44 anni, di professione imbalsamatore, viene ucciso dal ventunenne Armando Lovaglio.

 

In una notizia apparentemente scabra come questa, quasi da trafiletto di giornalino di provincia (un classico delitto di paese lo avrebbe chiamato Fabrizio De Andrè), si cela una storia da cupissimo noir. Una storia che va ben al di là dello strangolamento di un nano (il nano di Termini, come Semeraro veniva da tutti designato) e che diventa invece paradigma fulgidissimo della insanità dei rapporti di potere, della deformità fisica che si fa inizialmente beffa della altrui aitanza, della impossibilità di conciliare le diversità più profonde, con buona pace dei sostenitori della tolleranza tra opposti estremismi.

 

Non occorre citare Gomorra e Primo amore per sostenere che Matteo Garrone, oltre che un inesorabile miniaturista di tipi umani, sia anche un grande regista di horror. Un horror ovviamente depurato da ogni scoria grandguignolesca e da improbabili effettacci, ma tutto giocato sullo scontro tra personalità sommamente infiammabili.

Ne L’imbalsamatore l’assunto è molto evidente. Quella che era partita come la cronaca di un’amicizia, sia pure non canonizzabile (ma quale vera amicizia lo è?), si trasforma docilmente nell’esposizione morbida di tutte le possibili deviazioni dell’animo umano: sottomissione, obbedienza cieca, impossibilità di sfuggire alle gelide tenaglie del plagio, finanche scantonamenti (magari soltanto ipotizzati ma correnti all’interno del film come un filo elettrico scoperto) da quella che si riteneva fosse la propria identità sessuale; in più dall’altro lato (e specularmente): volontà di sottomettere, insana gelosia ed ansia di possesso, piena e malata coscienza di un potere soffocante.

 

Garrone costruisce un mosaico dai tasselli asfissianti, ambientandolo in una Roma invisibile, in una Castel Volturno (il tristemente noto Villaggio Coppola) spettrale ed in una Cremona avvinta dalla nebbia. Paesaggi che non sembrano offire scampo nè vie di fuga che non siano quelle traumatiche dell’omicidio liberatorio. Colpisce l’esattezza dello sguardo che segue inesorabilmente i personaggi ed il loro assurdo divenire. L’imbalsamatore che scruta la preda e non ha difficoltà a farla propria, il ragazzo un po’ consapevole, molto ingenuo, la ragazza ammaliata da un inedito e scanzonato menage a trois e destinata, fatalmente, a divenire elemento di disturbo e detonatore della imminente tragedia.

La facile avvistabilità dell’epilogo nulla toglie alla progressione drammatica degli eventi, che Garrone struttura in bozzetti via via sempre più disperanti e in dialoghi che scavano nelle profondissime faglie di psicologie inevitabilmente segnate.

 

Non suoni come ossimoro o battuta da avanspettacolo, ma Ernesto Mahieux è maiuscolo nella sua interpretazione del piccolo uomo dal cuore (apparentemente e strumentalmente) grande. Ne restituisce con esattezza le angustie di una piccineria rancorosa e la tenerezza che emana da un destino che si intuisce segnato sin da una infanzia di ovvie privazioni. Gli altri protagonisti soffrono di un lieve deficit di espressività: Valerio Foglia Manzillo è il ragazzone ipervitaminico che patisce la fascinazione del (troppo) diverso da sé, Elisabetta Rocchetti è la giovane che scompagina gli equilibri, portando uno spartito d’amore là dove la musica suonata è soltanto un rap dei ghetti e delle periferie.

 

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