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11 settembre 2001

Regia di Youssef Chahine, Amos Gitai, Alejandro González Iñárritu, Shohei Imamura, Claude Lelouch, Ken Loach, Samira Makhmalbaf, Mira Nair, Idrissa Ouedraogo, Sean Penn, Danis Tanovic vedi scheda film

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La recensione su 11 settembre 2001

di ed wood
6 stelle

Impossibile valutare un’opera come questa. Tante voci, tanti registri, tanti esiti. Se c’è una cosa che però mi è parsa assurda (e penso sia stata una scelta del produttore), è stata affidare l’atto conclusivo ad Imamura: a parte il fatto che il suo episodio non c’entra nulla con l’11 Settembre, lo reputo il peggiore di tutto il film. Penoso, in particolare, il serpente che spunta dalle acque per dire “Le Guerre Sante…non esistono!”. Giuro che stavo scoppiando a ridere. Un peccato. Sarebbe stato più sensato, simbolicamente, affidare gli ultimi minuti del film a Sean Penn, sia perché il suo episodio è uno dei più riusciti (per il peso metaforico del soggetto e per la performance commovente di Borgnine, più che per la regia e per il montaggio inutilmente sfaccettato), sia perchè sarebbe stato opportuno lasciare l’ultima parola ad un regista americano di grande intelligenza, un “esule in patria” per così dire, e come tale in grado di offrire uno sguardo profondo su una tragedia che ha colpito prima di tutto il suo Paese, senza tradire la propria cultura a stelle e strisce e, al contempo, senza farsi contagiare da impulsivi sentimenti di vendetta. Goffo l’episodio di Chahine, improponibile quello di Inarritu, decoroso quello di Tanovic, un po’ troppo pietistico quello della Nair. Gitai invece si serve di un interminabile virtuosistico piano-sequenza per rappresentare l’idiozia dei media e l’ordinarietà del caos in Terra Santa. Lelouch intreccia il pubblico col privato, la tragedia collettiva con le pene amorose, attraverso una vicenda insolita anche per il modo geniale in cui viene rappresentata, adottando il punto di vista (o meglio, di udito) della protagonista sordomuta. La Makhmalbaf e Ouedrago riflettono sul dopo-attentato nell’ottica dei bambini, in maniera un po’ sfocata l’iraniana, teneramente e ironicamente l’africano. Ma a toccare la vetta più alta è stato, come prevedibile, il maestro Ken Loach, capace di rievocare una delle pagine più vergognose della “democrazia” statunitense, in maniera asciutta e commossa, mantenendo intatto (anzi, potenziando) il rispetto e la pietas per le vittime delle Twin Towers. Retorica sublime.

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