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La captive

Regia di Chantal Akerman vedi scheda film

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La recensione su La captive

di hupp2000
6 stelle

Tratto da "La prisonnière" di Marcel proust, un film ambizioso e solo in parte riuscito. Distante anni luce da "L'enfer" (1993), il capolavoro di Claude Chabrol, anche se la tematica è simile.

Ecco un film che avrebbe meritato quattro o persino cinque stelle per le “nobili” origini letterarie da cui è tratto (“La prisonnière”, quinto volume della”Recherche” di Marcel proust), per il complicatissimo tema affrontato e per la straordinaria prestazione di Sylvie Testud. Il tema in questione è quello della passione ossessiva di un uomo nei confronti della sua compagna. In casi così estremi, parlare di amore mi sembra fuori luogo e parlare di gelosia riduttivo. Quello del protagonista Simon è un caso clinico da manuale, una evidente malattia mentale. Molto più difficile è addentrarsi nella personalità di Ariane, a prima vista vittima della maniacalità di Simon, ma anche disarmante campionessa di resistenza passiva, che accetta di rispondere calmamente ai continui interrogatori, talvolta assurdi, cui è soggetta. Ariane non tenta in alcun momento di ribellarsi o anche solo di tirarsi indietro. Anzi, fornisce risposte articolate, corredandole talvolta di acute riflessioni sul rapporto di coppia, sulla relazione amorosa e la dipendenza affettiva dell’uno dall’altra. Quel che le passa per la testa sul rapporto che sta vivendo resta invece un mistero, tanto per Simon quanto per lo spettatore. E’ la principale delusione che ho provato vedendo il film. Se quella di Simon è una figura lineare e prevedibile nella sua mania ossessiva, quella di Ariane è certamente più intrigante e suscita una crescente curiosità che non viene soddisfatta, neppure con l’amaro finale che evito di rivelare. Anche sul piano sessuale, il divario tra i due personaggi è stridente. La libido di Simon si è arrestata allo stadio pre-adolescenziale, si limita ad inappaganti strofinamenti senza spogliarsi, è tutto un grande ansimare senza conclusione. Sospetta Ariane di inclinazioni omosessuali ma, anche qui, impossibile penetrare nella psiche di una donna che continua ad accettare ogni comportamento del compagno, senza manifestare alcuna emozione. Per quel che riguarda la recitazione, tra Sylvie Testud e Stanislas Merhar c’è un abisso. Se la prima incarna con la classe che le è consueta un personaggio inquietante, il secondo svolge onestamente e senza acuti un ruolo che richiede solo un po’ di mestiere. Il problema è che Ariane non si esprime abbastanza, mentre Simon parla troppo e ripete sempre le stesse cose. Se al tutto si aggiunge la lentezza di alcune sequenze senza parole, affidate ad una regia piuttosto monocorde, ci si ritrova con la sensazione di un film che, pur suscitando interesse e curiosità, non ha saputo mantenere le sue promesse.

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