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Due contro la città

Regia di José Giovanni vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Due contro la città

di hupp2000
10 stelle

Senza dubbio il miglior film di José Giovanni, scrittore e regista dai trascorsi malavitosi e penitenziari, divenuto molto popolare per aver diretto con risultati altalenanti mostri sacri del cinema francese, da Jean Gabin a Jean-Paul Belmondo, passando per Lino Ventura e Alain Delon. Pur prendendo spunto da fatti realmente accaduti, in questa sua opera tragica e toccante José Giovanni mette da parte gli elementi autobiografici, che hanno fin lì caratterizzato i suoi libri e le sue pellicole, per dare vita ad una efficacissima e commovente requisitoria contro la pena di morte.

 

Germain Cazeneuve (Jean Gabin), magistrato in pensione che si occupa del reinserimento sociale di detenuti, ha preso a cuore il caso di Gino Strabliggi (Alain Delon), un pregiudicato deciso a cambiare vita e chiudere definitivamente i conti con il passato. Ne ottiene la libertà sotto sorveglianza, ma il commissario di polizia Goitreau (Michel Bouquet), assertore convinto dell’impossibilità di recupero di coloro che considera delinquenti incalliti, mette in atto una perfida serie di provocazioni che spingeranno la sua vittima designata ad ucciderlo per esasperazione. A nulla valgono i disperati tentativi di Germain Cazeneuve di far riconoscere ciscostanze attenuanti per il suo protetto. Nel 1973, in Francia, un pregiudicato recidivo, per giunta macchiatosi dell’assassinio di un commissario di polizia, non può che finire sotto la lama della ghigliottina.

 

Oltre che ad una sceneggiatura splendidamente architettata e ad un ritmo che non conosce pause, il film si fa apprezzare e resta indelebilmente impresso nella memoria grazie alle eccelse prestazioni dei tre attori protagonisti maschili. Jean Gabin, qui alla sua terzultima interpretazione cinematografica, tratteggia la figura dell’anziano magistrato rassegnato, disilluso ma ancora animato da un profondo senso della giustizia, con la flemma del vecchio saggio e il talento dell’attore navigato. Gli si contrappone il sempre impeccabile Michel Bouquet, perfetto nella caratterizzazione del funzionario imbevuto di pregiudizi e capace di tutto purché le sue profezie si autoverifichino. Certo, la sua ossessione lo conduce ad una morte violenta ma a prevalere, in fin dei conti, sono proprio le sue tesi sull’impossibilità di recupero dei malviventi. Tuttavia, a stupire oltre ogni aspettativa è la prestazione di Alain Delon. Sobrio e sommesso come raramente gli è capitato, il divo d’Oltralpe punta sulla profonda umanità del suo personaggio, si esprime senza l’enfasi che in alcuni casi lo ha penalizzato, lavora di sguardi e di mimica sottile, rinunciando a giocare la carta della sua straordinaria bellezza fisica. Rende in tal modo possibile l’identificazione da parte dello spettatore più comune.

 

Il film è una coproduzione italo-francese. Medusa Produzione per la parte italiana, Adel Production per quella francese. Essendo quest’ultima la società cinematografica dello stesso Alain Delon, sorge spontaneo chiedersi come sia stata possibile la realizzazione di un’opera a tesi e decisamente schierata da parte di un personaggio noto per le sue frequenti prese di posizione a favore della destra politica, talvolta quasi estrema. Non va dimenticato che per arrivare all’abolizione della pena di morte in Francia si dovrà aspettare fino al primo governo social-comunista di François Mitterrand nel 1981. Tra l’anno di uscita del film (e il suo successo al botteghino con quasi due milioni e mezzo di ingressi nelle sale) e la tardiva approvazione della riforma dovrà trascorrere l’intero settennato del presidente Valéry Giscard-d’Estaing!

 

Mi sono dilungato sulle magnifiche interpretazioni dei tre attori principali, ma sarebbe ingiusto non segnalare le convincenti partecipazioni delle due figure femminili di rilievo, Ilaria Ochini e Mimsy Farmer, la prima nel ruolo della fedele e sfortunata moglie di Gino, che perde la vita in un incidente stradale, la seconda in quello della nuova compagna dello stesso, comprensiva e devota ma dolorosamente impotente di fronte alla morsa che si chiude implacabile sull’uomo che ama. D’altra parte, in questo film ogni figura è calibrata alla perfezione, ogni personaggio brilla per naturalezza e spessore. Tra questi, impossibile non evocare le apparizioni, anche se brevi, di altre due stelle del firmamento cinematografico francese e non solo: Gérard Depardieu e Bernard Giraudeau. Il primo irrompe in una breve scena all’inizio del film: un ruvido scambio con Alain Delon, appena uscito dal carcere e che i suoi vecchi complici vorrebbero recuperare in vista di un colpo. Pochi secondi di caparbia interpretazione per l’attore la cui notorietà esploderà l’anno successivo con il film-cult “Les valseuses” (“I santissimi”) di Bertrand Blier. Il compianto Bernard Giradeau eccelle dal canto suo nella parte del figlio di Germain Cazeneuve. Di carattere opposto a quello del padre, incarna ammirevolmente la figura del giovane irruento e contestatore, che l’anziano magistrato osserva con pacato distacco. Momenti di grande intensità e di grande cinema, come nel quasi insostenibile finale. Lo scambio di sguardi tra Jean Gabin e Alain Delon, mentre quest’ultimo viene accompagnato verso la gigliottina è a tutt’oggi considerato una scena da antologia. Lo spettatore ne esce tramortito, indignato e rattristito. A coronare il tutto vi è infine l’efficace e malinconica colonna sonora che porta la firma del grande Philippe Sarde.

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