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Dove osano le aquile

Regia di Brian G. Hutton vedi scheda film

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La recensione su Dove osano le aquile

di spopola
8 stelle

Una vicenda “improbabile”, assolutamente incredibile negli sviluppi e nel concatenarsi degli eventi, ma avvincente e serrata come poche altre, divertente e piena di pathos. Un buon film di genere quindi, una pellicola che nonostante il tempo e i numerosi passaggi anche televisivi (potremmo davvero rivisitare mnemonicamente con un “esercizio citazionistico” e persino senza il supporto delle immagini, gli snodi e le mirabolanti soluzioni adottate, da quanto ci sono “familiari”) continua ad emozionare e coinvolgerci con il suo meccanismo a orologeria e i tantissimi colpi di scena che rendono suggestiva l’azione e piacevole e “appassionata” la visione. Godibile e riuscito, potremmo concludere perchè nonostante il tempo trascorso e la conoscenza indiscussa degli avvenimenti narrati – per lo meno da parte di chi stende queste poche righe di commento (si tratta di un film che ha più di 35 anni sulle spalle e li porta benissimo!!!) si riesce ancora ad avvertire i ritmi accelerati del cuore in molti momenti “cruciali” dell’azione, e questo indipendentemente dal fatto che si conoscano già gli esiti (scontati) delle innumerevoli situazioni “critiche” che di volta in volta ci fanno “temere per la sorte dei nostri”. Ciò sta a significare che la suspense è stata ben creata, non è artificiale ma genuina e questo in fondo è il “sale” che dà sapore, “la spezia” che ci stimola, che ci fa divertire e rilassare per due ore di piacevole intrattenimento. Merito soprattutto dello script, derivato da un best seller di Alistair Mac Lean, maestro indiscusso di queste “azioni di guerra mozzafiato” che spesso violano i limiti concreti della logica (per chi non lo ricordasse è autore anche de “I cannoni di Navarone” con il quale sono molteplici i punti di contatto e di riferimento proprio nel modo di concepire la progressione drammatica degli avvenimenti e la struttura narrativa della storia). Altro punto di forza è sicuramente la bellissima ambientazione fra le innevate cime delle Alpi austriache, che riesce persino a rendere “credibile l’impossibile”, tanto risulta affascinante e “veritiera” (tutti gli esterni sono stati rigorosamente girati nei luoghi originali) così realisticamente “tangibile” e divergente anni luce dai troppi, stereotipati perfettismi’ degli “effetti speciali” computerizzati e non, ai quali ci ha abituato (riducendo i margini di immedesimazione e spesso “mortificando” la nostra fantasia) gran parte dell’odierno cinema di intrattenimento. Meno determinante probabilmente il contributo del regista (un mediocre e poco prolifico mestierante che darà proprio con “Dove osano le aquile” la sua prova di maggior spessore e si perderà poi nell’inconsistenza ondivaga dei più disparati generi, tutti malamente serviti, finendo addirittura con un inutile e sbiadito, pallido clone senza anima né ritmo de “ I predatori dell’Arca perduta” interpretato da un altrettanto incolore Tom Selleck… che tentava inutilmente con quella pellicola, e con qualche ritardo di troppo, di... riappropriarsi del ruolo.. scippatogli - per sua esclusiva negligenza - da Harrison Ford). Qui comunque lo “sguardo” risulta attento e preciso, capace di mantenere i ritmi e le tensioni necessarie per tutta la durata del film, la cinepresa è mobile e scattante, e non sono questi meriti da poco in una pellicola dove l’azione e i colpi di scena a ripetizione rappresentano il pregio maggiore, e sarebbe quindi sufficiente un rallentamento della tensione per farci scivolare verso la noia soporifera della disattenzione. Anche i personaggi sono oggettivamente “tagliati con l’accetta”, prevedibili e monolitici, e assolutamente privi di spessore psicologico (e oserei dire anche di dimensione umana) sia i protagonisti (i “buoni”) che gli antagonisti (i “cattivi” che sono anche fisicamente ancorati agli stereotipi persino visivi del genere, come le beote figurine “da manuale” dei generali della Gestapo e delle S.S., cattivi, ma “stupidi e imbecilli”). Ma che rilevanza ha in fin dei conti tutto questo in pellicole che hanno ben altre finalità di “intrattenimento”? L’importante è che siano capaci di “trascinarti” nel gioco, che ti costringano alla partecipazione attiva, che si estrinseca nel e fare il tifo sfegatato perché la “vittoria arrida a coloro che rappresentano il bene” pur con la consapevolezza “preesistente” e certa che gli eroi saranno comunque e sempre i vincitori e che i malvagi verranno malamente sconfitti, perché queste sono “le regole del gioco”. Tutte adeguate e funzionali anche le “facce” utilizzate, a partire da quelle dei due protagonisti (parlare di interpretazioni in questi casi, è un po’ azzardato, perché si tratta di caratterizzazioni tipicizzate per le quali è necessaria semplicemente la grinta e il carisma personale per “rappresentare il ruolo”, qui indiscutibilmente presente sia in Richard Burton - leggermente invecchiato e appesantito - che in Clint Eastwood, ancora ancorato a quella “sola” espressione – con sigaro e senza - che lo aveva reso famoso all’epoca, ma giovanilmente affascinante e con la consueta, sorniona e divertita aria (tipica di quel periodo) di chi si trova quasi lì per caso e non prende niente sul serio per davvero.

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