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Amore tossico

Regia di Claudio Caligari vedi scheda film

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La recensione su Amore tossico

di Peppe Comune
8 stelle

Cesare (Cesare Ferretti), Michela (Michela Mioni), Enzo (Enzo Di Benedetto), Roberto (Roberto Stani) e Debora (Fernando Arcangeli) sono un gruppo di ragazzi che trascorronole loro giornate con l'unico scopo di procurarsi i soldi necessari per farsi una dose d'eroina. Non si sottraggono a nessun espediente per raggiungere tale fine : borseggi, rapine, furti, prostituzione, ricettazione. Tra il lungomare di Ostia e il quartiere romano di Centocelle, le loro esistenze trascorrono sempre uguali, vuote come vuoti sono i tentativi di pensare ad un futuro realmente diverso.

 

Cesare Ferretti, Michela Mioni

Amore tossico (1983): Cesare Ferretti, Michela Mioni

 

"Amore tossico" è il primo film di Claudio Caligari, morto poco prima dell'uscita del suo terzo (ed ultimo) lungometraggio, il bellissimo "Non essere cattivo". Un autore alieno nel panorama del cinema italiano, decisamente anticonvenzionale, con un impronta poetica che presenta venature chiaramente pasoliniane, dotato di un vitalismo stilistico e di una "verità" descrittiva nella delineazione di particolari tipi d'autore davvero originali.

"Amore tossico" è un tipico esempio di cinema verità, ma non perchè sia caratterizzato da un taglio marcatamente documentaristico, ma per la sincerità con cui aderisce alle storie di tossicodipendenza che racconta. Tutte assolutamente credibili perchè ognuno dei protagonisti finisce per rappresentare la propria esperienza di vita ed essere partecipe attivo del milieu urbano d'appartenenza. Il caracollare agitato di questi tossici, il delinquere in vario modo per reperire i soldi necessari per farsi uno "schizzo", la voglia inappagante di una dose "per svortà", il loro ragionare sconnesso e tenero insieme, sono tutte azioni che si ripetono quotidianamente con meccanica ripetitività, azioni che riempiono le giornate ordinarie di questi emarginati patentati le cui esistenze sbandate ci vengono presentate con un realismo tale che concede solo il giusto necessario alla finzione filmica. Non c'è retorica ne pietismo nella narrazione, e l'afflato drammaturgico che naturalmente permea l'esistenza dei tossici è mitigato dall'istintiva ironia con cui questi ragazzi sanno confrontarsi con le rispettive condizioni di precarietà.

Più che delle finalità strettamente sociologiche, mi sembra di poter dire che "Amore tossico" presenta un intento sociale nel senso che, più di preoccuparsi di inquadrare il fenomeno droga all'interno di un più ampio disegno di società, si limita a mostrare un preciso spaccato sociale attraversato dal virus della tossicodipendenza. Si pedinano ragazzi ossessionati dalla voglia di procurarsi l'agognata dose e le "spade" che si conficcano nelle vene, mostrateci senza pudore alcuno, grondano del sangue vero come vere sono le richieste d'aiuto che rimangono strozzate in gola. Intento che si evince, non solo dalla delineazione precisa di queste esistenze schiavizzate dalla dipendenza, ma anche nella raffigurazione di quella periferia urbana che divenne luogo d'espansione naturale del consumo massificato di eroina a partire dai primi anni ottanta. Le periferie, milieu urbani ben codificati, luoghi deputati all'emarginazione regolarizzata, lontane dal perbenismo ostentato, abitate da cavie umane predisposte all'abisso. Claudio Caligari è stato particolarmente bravo a centrare il problema della tossicodipendenza giovanile legandolo concretamente all'assenza di ispirazioni alternative cui poter attingere alla bisogna, ma si tiene lontano dall'offrire una visione ideologica retta sulla netta contrapposizionetra il tra il bene ed il male, lasciandola volutamente sfumare dentro una scelta narrativa la quale, se genera empatia nei confronti delle sorti esistenzialidei ragazzi, è solo perchè se ne possono scorgere fino in fondo tutte le fragilità emotive.

Buon esempio di "cinema verità" si diceva all'inizio, almeno fino all'ultimo quarto d'ora del film aggiungo, quando la storia assume un assetto tragico attraverso una evidente ricercatezza dell'effetto drammaturgico. Mi sembra soprattutto un omaggio a Pier Paolo Pasolini l'ultima parte del film. A mio avviso, non è affatto un caso che la scena più struggente del film, quella che vede come protagonisti Cesare e Michela, si svolga proprio al capezzale del monumento dedicato al Poeta situato sul lungomare di Ostia, come mi pare evidente che, con l'irragionevole sorte capitata a Cesare nel concitato finale, si siano voluti omaggiare con garbata onestà d'intenti film seminali come "Accattone" e "Mamma Roma". É la pietas che va in scena, una pietas "umanista" privata di moralismo e pregiudizi, laica e carnale. Rivolta a questi figli diseredati obliati dal vizio. Film che urge recuperare.

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